Sopraffatti dalla vita – Commento di E. Marchiori

Sopraffatti dalla vita - Commento di E. Marchiori

Autore: Elisabetta Marchiori

Titolo: Sopraffatti dalla vita (Life overtakes me)

Dati sul film: regia di John Haptas, Kristine Samuelson, Svezia, USA, 2019, 40’, Netflix

Genere: documentario

 

 

 

 

Sono quaranta minuti di immagini che non si dimenticano, quelle del documentario originale Life overtakes me proposto da Netflix e girato da John Haptas e Kristine Samuelson sulla Resignation Syndrome (RS, Sindrome da Rassegnazione) che, a partire dal 2000, ha colpito in Svezia centinaia di bambini richiedenti asilo gravemente traumatizzati. Non è stato ancora chiarito quale insieme di fattori determini l’alta incidenza della RS in questo Paese, ma sono stati segnalati di recente diversi casi in centri di detenzione australiani, altrove potrebbero essere ancora misconosciuti. Si tratta di una condizione clinica molto seria, che porta questi bambini in uno stato stuporoso per mesi o anni, completamente inerti, incapaci di reagire al dolore e a qualunque stimolazione vocale e tattile, non si nutrono e non camminano autonomamente.

Inclusa nel 2014 nella versione svedese dell’ICD-10 la RS è sempre correlata a un pregresso disturbo da Stress Post-Traumatico e/o depressione e presenta tre dei dodici criteri della catatonia del DSM-V – stupore, mutismo e negativismo – mentre sono assenti gli altri. Si ipotizza quindi che si potrebbe trattare di una forma estrema di disturbo dell’umore o di ansia, correlata con lo stato di allerta e di paura innescato dai traumi fisici e psichici di cui i bambini sono vittime (von Knorring e Hultcrantz, 2020).

In un primo momento era stata divulgata l’idea, sostenuta dall’estrema destra, che si trattasse di una sorta di Disturbo Fittizio, o addirittura una Sindrome di Münchhausen per procura, smentita dagli studi scientifici. Si tratta di bambini realmente e gravemente malati, originari di famiglie provenienti dai Balcani, dalle Repubbliche ex-sovietiche, dal Sud della Russia, per la maggior parte appartenenti a minoranze etniche e religiose, richiedenti asilo e a rischio di deportazione. I loro genitori sono per la maggior parte perseguitati politici, vittime di violenze, torture e stupri.

Nel film le scene della vita quotidiana di Dasha (sette anni), di Leyla (dieci anni), di Karen (dodici anni) e delle loro famiglie non vengono commentate. Vedere come i genitori si prendano cura di loro, come soffrano, come si raccontino, come vivano i loro fratelli e le loro sorelle, suscita nello spettatore sentimenti e pensieri forti e contrastanti, altre parole sarebbero fonte di distrazione. Invece, parole misurate e competenti accompagnano le riprese di paesaggi innevati, fiumi ghiacciati, campi di terra scura, tutti desertici. Sono quelle di pediatri, neuropsichiatri, psicologi e giornalisti, che cercano di spiegare in modo chiaro il fenomeno, attenendosi  a quelli che sono i dati riportati dalla letteratura scientifica. L’effetto è quello di un’amplificazione della drammaticità della narrazione: l’occhio dello spettatore guarda le immagini della natura che sembrano fungere da cassa di risonanza alle voci, dal tono pacato, facendo penetrare le parole in profondità.

Quella svedese in passato era una società aperta all’accoglienza e all’integrazione, ma progressivamente è cresciuto, come in tanti paesi dell’area europea, il sentimento anti-immigrazione, pertanto le richieste di asilo hanno tempi sempre più lunghi di valutazione e vengono sempre più spesso rifiutate. Di frequente, è proprio l’annuncio di tale rifiuto e la prospettiva della deportazione che provoca l’inizio dello stato progressivo di ritiro dal mondo di questi bambini, che si sono già adattati al nuovo ambiente, vanno a scuola, conoscono la lingua.

La famiglia di Dasha ha aspettato un anno e mezzo la risposta alla richiesta di asilo. C’era tutta la famiglia ad assistere alla lettura della “sentenza”, preceduta delle motivazioni dettagliate per cui la conclusione era stata negativa. I bambini, che non conoscevano tutti i particolari, “avevano capito tutto, prima che traducessero a loro”. Dasha si è subito disperata, per poi trasformarsi in una piccola Biancaneve addormentata.

Ai genitori viene spiegato che “sono loro che soffrono, non la loro figlia. Lei sta lì sdraiata perché quello che le accade è così terribile che questo è il suo modo di proteggersi, sta solo aspettando che le cose vadano meglio, per avere la possibilità di svegliarsi e essere normale, una persona di nuovo viva”.

Dasha è davvero bella come Biancaneve, e come Biancaneve è rimasta addormentata per più di un anno, fino a quando non è stato accolto positivamente il ricorso: è profondamente toccante cogliere la luce di felicità incredula nello sguardo della madre di Dasha mentre dice: “Abbiamo ricevuto la conferma scritta che possiamo restare”.

La guarigione di questi bambini è molto graduale e lenta, inizia solo quando la famiglia si sente al sicuro e sembra dipendere dalla ricostruzione della speranza. Una speranza che pare possa essere trasmessa solo dai genitori, attraverso varie forme di comunicazione: cambiano inconsapevolmente il tono della voce, il modo in cui toccano, l’atmosfera in casa.

Ma non sempre c’è il lieto fine. Un esempio ne è la famiglia yazidi di Leyla, malata da mesi, la cui madre è stata brutalmente stuprata: dopo circa un anno, è ancora in attesa di avere una risposta alla richiesta di asilo, e anche la sorella maggiore ha iniziato a poco a poco a ritirarsi dal mondo. “È tutta paura, i nostri corpi sono pieni di paura”, afferma il padre, mentre nella casa silenziosa le due bambine giacciono sui loro lettini, due piccole addormentate.

In Karen, che è un ragazzino già adolescente, si nota una lieve ripresa: tra i tanti traumi subiti, ha anche assistito all’uccisione di un amico del padre. Dopo che alla famiglia è stato rinnovato il permesso di soggiorno temporaneo, ha ricominciato a deglutire, sempre imboccato.

Dal punto di vista psicoanalitico ho trovato un solo articolo riguardante specificamente la RS, in cui Daniel G. Butler (2020) riprende il pensiero di Frantz Fanon (1961) sull’assoggettamento e la pietrificazione della corporeità dell’altro (il nero/l’immigrato) fino all’allucinosi in senso bioniano, e a quello di abiezione di Kristeva (1980). L’ipotesi è che questi bambini siano preceduti e sovrastati simbolicamente da stereotipi culturali persecutori e poi, attraverso un susseguirsi di shock, entrino in uno stato di stupore post-traumatico, in cui la vacillante simbolizzazione dello stereotipo stesso lascia il posto alla (dis)-incarnazione della cosa abietta.

Per Kristeva (1980) il concetto di abiezione riguarda il doloroso e perturbante processo del separarsi con violenza da ciò che prima era parte del proprio corpo (per esempio vomitare o tagliarsi). Si tratta di esperienze che ci costringono a realizzare che la nostra “casa-corpo” non è inviolabile, ma che i suoi confini sono fragili e facilmente invasi dalla traumatica realtà esterna. Il disgusto e la pena che proviamo nei confronti di un frammento del nostro corpo consiste nel non rispecchiarsi più in un Altro soccorrevole, bensì in un Sosia mortifero. Nella loro inquietante concretezza i frammenti di pelle, il sangue, i fluidi corporei, simboleggiano la frammentazione psichica che si genera quando non esiste più lo specchio dell’Altro che contiene e mantiene il Soggetto nel simbolico. L’individuo, per proteggersi da queste sensazioni intollerabili, deve dunque negare l’”abietto”, deve ripristinare i limiti del Sé corporeo, oppure porre questo Sé in uno stato di siderazione   o pietrificazione, come nel caso della SR.

Questi sono solo alcuni tra i tanti spunti di riflessione che film come questo possono indurre, facendoci riconoscere realtà che possiamo solo cercare di comprendere e a cui dare un senso. L’idea di rassegnazione è drammaticamente attuale, spinge a riflettere quanto gli eventi traumatici, l’incertezza e la perdita di speranza mettano a rischio la sopravvivenza psichica, e fisica, delle persone che stanno nascendo e crescendo in questo mondo. E dicono che non è solo la guerra aperta a portare terrore e devastazione: in questi bambini, esposti continuativamente a esperienze traumatiche, è la parola che evoca la perdita di futuro e di speranza a indurre il crollo e il progressivo ritiro da un ambiente che li ha rigettati, dopo aver creato una illusione di salvezza.

Bibliografia

Butler D.G. (2020). A Child is Being Caged: Resignation Syndrome and the Psychopolitics of Petrification. J Am Psychoanal Assoc, 68:333-357.

Fanon F. (1961). I dannati della terra, Einaudi, Torino, 1962.

Kristeva, J. (1980). Poteri dell’orrore. Saggio sull’abiezione. Spirali, Milano, 2006.

von Knorring,AL., Hultcrantz, E. (2020). Asylum-seeking children with resignation syndrome: catatonia or traumatic withdrawal syndrome?. Eur Child Adolesc Psychiatry 29, 1103–1109