“Sorry we missed you” di K. Loach. Commento di E. Marchiori

Autore: Elisabetta Marchiori

Titolo: Sorry we missed you

Dati sul film: regia di Ken Loach, Gran Bretagna, Francia, Belgio, 2019, 100’

Genere: drammatico

 

 

 

Più reale della realtà, l’ultimo film dell’indomito e combattivo ottantatreenne Ken Loach, con la sceneggiatura di Paul Laverty, apre uno squarcio crudele sulle condizioni disperate dei lavoratori “a zero ore” e “a costo zero” per le aziende, che li sfruttano senza pietà.

Il titolo si riferisce alla scritta stampata sull’avviso che i tanti “drivers” e “riders” lasciano al destinatario di un pacco qualora non sia reperibile per la consegna; potrebbe essere tradotto con “mi spiace, non ti abbiamo trovato”, ma significa anche “mi spiace, ti abbiamo perso”. E questo può pensare lo spettatore che segue con apprensione la progressiva disumanizzazione del protagonista Ricky (Kris Hitchen): lo stiamo perdendo … lo abbiamo perso.

Ricky ha quarant’anni e vive nel Newcastle, ha una moglie, Abbie (Debbie Honeywood) assistente domiciliare a “zero ore”, un figlio adolescente, Seb (Rhys Stone), una figlia undicenne, Lisa Jane (Katie Proctor) e nutre la speranza di poter offrire una vita migliore alla sua famiglia che, pur appesantita dai debiti, appare affiatata e serena. Sogna una casa propria, quella per cui aveva già pronto il mutuo, ma a cui aveva dovuto rinunciare avendo perso da tempo il lavoro e sbarcando il lunario con impieghi saltuari. Si illude di aver trovato un’occasione per riscattarsi quando gli offrono di diventare “imprenditore di se stesso”: consegnare pacchi “in proprio”. Per questo deve acquistare un camioncino, quindi vende l’auto che alla moglie era necessaria per i sui lunghi spostamenti. Non sembra inizialmente consapevole di aver firmato un “contratto capestro” per un lavoro con tabelle di marcia assurde, orari sfiancanti, assunzioni di rischio pesantissime.

Mentre lui guida e si danna per consegnare i pacchi, ed Abbie si dedica con pazienza e dedizione ad anziani e disabili, i segnali della disgregazione dei legami iniziano a farsi sentire: Seb marina la scuola, disegna graffiti sui muri, ruba e manifesta tutte le inquietudini di un adolescente lasciato solo, mentre la piccola Lisa Jane fa fronte a responsabilità troppo grandi per lei, seguendo le “istruzioni” – per arrangiarsi di giorno in giorno – che la madre le comunica telefonicamente. Nel precipitare degli eventi, insieme a Ricky, “si perdono” di vista tra loro tutti i protagonisti, i loro rapporti si sfilacciano, si incrinano, le tensioni aumentano. Perdendo le connessioni tra loro, perdono se stessi, e non è detto che si ritroveranno.

La trama è forse prevedibile, l’inanellarsi di eventi avversi sempre più drammatici, alleggeriti da sporadici momenti ironici o lirici, non riserva sorprese. E non deve farlo: l’obbiettivo del regista è quello di far capire allo spettatore le conseguenze ineluttabili di una situazione politica, economica, sociale e culturale che schiaccia le persone, anche – o soprattutto – quelle oneste e di buona volontà, ma che partono svantaggiate. Sono le persone e la loro umanità che interessano a Ken Loach, così anche stavolta ha scelto attori non professionisti dai volti intensi, stropicciati, e le espressioni autentiche, attori che non sembrano recitare, ma vivere davvero quanto accade (e in parte è così).

Senza esitazione, moralismo e retorica, ma con l’estrema e sapiente lucidità che ne caratterizza la poetica narrativa inconfondibile, l’ottantatreenne Ken Loach ci ricorda che quell’oggetto, ordinato ieri su un sito, oggi non è nelle nostre mani per magia.

E che questa storia non è “ispirata” a fatti realmente accaduti, ma è ciò che accade realmente, ed è solo un esempio.

Gennaio 2020