“Soul” di P. Docter. Recensione di S. Anastasia

"Soul" di P. Docter. Recensione di S. Anastasia

Autore: Sergio Anastasia

Titolo: “Soul”

Dati sul film: regia di Peter Docter, USA, 2020,  100’

Genere: animazione

 

 

 

 

 

Soul è l’ultimo capolavoro della Pixar. Un viaggio nell’aldilà e nell’ignoto dell’esperienza trascendentale, iniziato con “Up”, “Inside Out” e “Coco”, e che prosegue in compagnia dei tre personaggi principali di questa storia: Joe Gardner, pianista fallito che per vivere fa l’insegnante di musica; 22, l’anima in perpetua formazione che rifiuta la discesa sulla terra; e il Jazz, musica basata sulla capacità di lasciarsi andare al suono della propria anima.

Di per sé, la trama della storia è abbastanza lineare: Joe è un pianista Jazz di colore, che lo stesso giorno riceve sia l’offerta, da sempre attesa da sua madre, di essere assunto a tempo indeterminato come insegnante, sia quella, invece da lui desiderata, di suonare in una delle band più acclamate del paese, in uno dei locali simbolo della musica afro-americana. Ovviamente, sin da subito ci aspettiamo quale sarà la scelta del protagonista, se non fosse che tra questa e la sua realizzazione, non intervenga la morte, o, per essere più precisi, la presa di consapevolezza di ciò che la morte comporta per noi esseri umani.

Il film si inserisce in un filone tematico specifico della Pixar, rivoluzionario  in quanto sfida la tendenza comune che – come sappiamo dalla lettura de “L’età dello smarrimento” di C. Bollas (2018) – ci vuole, come esseri umani, in grande difficoltà rispetto alla possibilità di integrare la morte nelle nostre vite. Come ci spiega, infatti, Bollas, a seguito delle guerre del secolo scorso, l’uomo è andato incontro a un’esperienza di rimozione di massa, rispetto a questi temi, coltivando il consumismo, l’edonismo e il narcisismo, come forme di difesa rispetto alle idee di caducità e impermanenza, sollevate dalla ineludibile immanenza della morte. Da questa stessa impossibilità di considerarci mortali nascono anche le nostre nevrosi, caratterizzate dal bisogno di dare vita al comune ‘desiderio di potenza’, ovverosia l’affermazione di sé a ogni costo, e la necessità, di riffa o di raffa, di lasciare un segno indelebile del nostro passaggio su questo mondo.

A questa tendenza si oppone 22, l’anima in attesa di venire al mondo, intrappolata in quell’al di là che congiunge il mondo dei vivi con quello dei morti.

Cosa lega il pianista Joe e 22, l’anima in pena, metafora di un’impossibilità di un sentirsi ascoltati, capiti e accolti? Il fatto che Joe, a un passo dalla sua affermazione finisce in un tombino, perché distratto dal suo bisogno di affermare a sé stesso agli occhi di sua madre; una madre dal quale egli non si è mai sentito abbastanza sostenuto. Un errore che rischia di costargli caro, con appunto la morte, cui il protagonista si oppone, andando contro le regole della natura, persino bluffando, ignorando le prescrizioni e prendendosi gioco dell’autorità. Joe, una volta deceduto, si ritrova in una sorta di limbo, che nel film precede sia la vita che la morte, definito ‘l’ante-mondo’. Qui, la sua anima cercare la via per tornare sulla terra, anziché essere spedito nell’al di là, cui si accede da una scala mobile. Per fare questo, finge di essere stato in vita uno psicologo-premio-nobel e, per questo, viene incaricato dai custodi dell’ante-mondo di far da mentore a 22, un’anima in attesa di nascere, che ha bisogno che le venga insegnato il senso della vita. 22 però è un osso duro, che da sempre rifiuta di lasciare l’ante-mondo, in quanto nessuno prima d’ora – tra i predecessori di Joe-sedicente-psicologo, compresi Madre Teresa di Calcutta, Einstein e i principali personaggi della storia dell’Umanità – è riuscito a convincerlo che valga la pena davvero essere messi al mondo. Il rifiuto di 22, sembra denunciare l’ipocrisia, l’opportunismo, l’egoismo e l’onnipotenza dell’uomo moderno, il quale – come ci ricorda Bollas – preso com’è dal suo desiderio di affermazione e di godimento, è così divenuto incapace di giungere al pieno senso della vita.

“Soul” ci insegna che gli aspetti estremamente terreni, radicati in ognuno di noi, costituiscono i principali ostacoli alla liberazione della nostra anima. Una liberazione, che potrebbe accadere, ‘semplicemente’ imparando, invece, a Jazzare.

Il Jazz nasce per aiutare coordinare, attraverso un ritmo binario, i movimenti degli operai di colore che all’inizio degli anni 20 erano chiamati a costruire strade e ferrovie negli Stati Uniti. Si basa su talento, ispirazione, capacità di ascolto, di improvvisazione e quella che potremmo definire la capacità immaginare una possibile forma estetica del presente, che includa anche il futuro: è quello che accade allo sportivo, in piena trance agonistica; che può accadere allo scrittore, al poeta, o all’artista, nel pieno della propria ispirazione; è ciò che accade nell’amore. Una forma di incantesimo, in cui, la caducità dell’esperienza si tramuta in qualcosa di universale, già presente e in questo senso passata, attuale e immortale, come lo possono essere soltanto la natura e qualche rara opera dell’ingegno umano. Qualcosa che sfugge al controllo razionale e che passa attraverso un’esperienza ‘oniroide’, per certi versi assimilabile al concetto di ‘reverie psicoanalitica’, ovverosia la disponibilità all’ascolto di una mente ‘il più possibile sgombra’, e ricettiva verso le emozioni, più che verso i fatti concreti (per maggiori informazioni: https://www.spiweb.it/spipedia/reverie/).

Un aspetto importante, riguarda il rapporto tra Joe e 22 e il dove questo si svolge. Nella versione originale, il mondo dell’aldilà si chiama ‘YouSeminar’, che nella versione italiana viene tradotto come ‘Io-seminario’. In questo senso, a mio parere, si perde una nota creativa assai importante degli autori, ma si guadagna in termini di immediatezza dall’altra. Mi spiego. Il ricorso al pronome ‘You’ richiama a qualcosa di tecnologico , come lo possono essere alcuni social (vedi “YouTube”), i quali, volenti o nolenti, stanno recentemente e sempre di più segnando l’educazione di intere generazioni. In questo senso, il nome utilizzato può essere un richiamo a fare più attenzione a questo aspetto, senza demonizzare, né sottovalutare la potenzialità di questi strumenti (e non a caso, 22 è il vero esperto di questa dimensione). Il termine, invece, Io-Seminario giuda con maggiore semplicità verso uno dei concetti cardine della pedagogia moderna, ovverosia, la capacità di limitare il proprio Ego, per permettere alle nuove generazioni (e ai nuovi aspetti di noi stessi), di farsi spazio su questa terra.

Curioso, anche, lo stratagemma che gli autori trovano per far accedere lo spettatore alla consapevolezza di questi aspetti: la capacità di jazzare è un dono, che contiene un rischio, ma se, come i personaggi, riuscissimo a immaginare un elicottero, guardando cadere un seme di acero, proprio come fece Igor’ Ivanovič Sikorskij, inventore del veivolo a elica, diventeremmo davvero capaci di dare spazio e liberare la nostra anima più autentica. Una metafora, tra le più belle, di quello che, a mio parere, potrebbe (dovrebbe?) essere un percorso psicoanalitico.

 

Inolter, sempre più, ultimamente, le opere d’arte hanno sfruttano tutte le potenzialità offerte dalle tecnologie, per avvicinare le persone a un’esperienza totale, vissuta in modalità sincrona, ovverosia ‘contemporanea’. Immaginiamo, in questo senso, le performance di Marina Abramovic, o le opere di Banksy, accessibili e grazie alle quali la persona può sentire di vivere la propria esperienza personale, all’interno di una comunità (più o meno ristretta). In tal senso, l’idea di lanciare lo streaming in diretta mondiale, il giorno di Natale, sul canale tematico della Disney, è un esempio di grande ingegnosità. E se il Covid può aver lanciato dei segnali alla comunità mondiale, uno di questi è proprio il saper fare di necessità virtù, in nome di una caducità, che ci impone tutti di innovare e di jazzare sulle difficoltà della vita.

 

Bibliografia:

 

Bion W.R, (1962b). Apprendere dall’esperienza. Roma, Armando, 1972.

Bollas, C., 2020, L’età dello smarrimento. Senso e malinconia, Raffaello Cortina, Milano

Freud, 1917, Lutto e melanconia, vol. VIII, Boringhieri, Torino, 1976

 

 

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