“Stranger Things” Recensione di A. Moroni

Autore: Angelo Moroni

Titolo: “Stranger Things” (Tre stagioni)

Dati sulla serie TV: Creata da Matt Duffer, Ross Duffer (The Duffer Brothers), USA, 2016-2018- 2019, Netflix, 21 Lapse Entertainment, Monkey Massacre.

Genere: drammatico, fantasy, horror

 

 

È certamente la nostalgia la cifra stilistica su cui fa leva questa serie TV visionabile sulla piattaforma digitale Netflix, e ormai diventata un cult a livello mondiale. Arrivata alla sua terza stagione, la cui releaseè attesa con grande trepidazione dai fan il quattro luglio, “Stranger Things”,creata dai Duffer Brothers, è ambientata a Hawkings, Indiana, sonnolento villaggio della provincia americana negli anni ‘80. La scelta di luogo, tempo e locations, di per sé muove fin da subito lo sguardo e le emozioni dello spettatore verso un passato ormai perduto, nel quale la tecnologia non era presente in modo così invasivo come oggi. La prima stagione inizia con la misteriosa scomparsa di un ragazzino di dodici anni, Will Byers (Noah Schnapp), che ha come madre una Wynona Ryder le cui performance attoriali sono eccellenti. Intorno alla scomparsa di Will vediamo subito unirsi coralmente il gruppo dei suoi amici più stretti, Mike (Finn Wofhard), Dustin (Gaten Matarazzo) e Lucas (Caleb McLaughlin), con i quali, poco prima della sua sparizione, stava giocando aDungeons & Dragons, gioco di società molto in voga in quegli anni. Si tratta di un ristretto gruppo di ragazzini, la cui gioiosa preadolescenza è traumaticamente segnata dalla scomparsa del loro caro amico. Parallelamente alla scomparsa di Will, in un laboratorio sotterraneo nei dintorni della stessa cittadina, uno scienziato è vittima di un’inquietante creatura aliena. Dallo stesso laboratorio, una strana ragazzina approfitta della confusione generata dall’incidente per fuggire. Dopo aver trovato rifugio in un ristorante, inseguita dagli agenti del laboratorio, continua la sua fuga imbattendosi nei tre migliori amici di Will: Mike, Dustin e Lucas, che intanto erano entrati nel bosco vicino al laboratorio per cercare il loro compagno svanito nel nulla. La ragazza, che viene chiamata Undici (Eleven, interpretata dalla bravissima e davvero emozionante Millie Bobby Brown) perché ha questo numero tatuato su un braccio, entra subito in sintonia con Mike, il quale accetta di nasconderla nella sua abitazione.

Undici è a conoscenza di ciò che sta accadendo a Will e aiuta i ragazzi a cercarlo, spiegando loro come sia finito in un’altra dimensione denominatasottosopra, una sorta di mondo parallelo, popolato da mostruose creature, una delle quali, chiamata Demogorgone, in riferimento ad un mostro dello stesso gioco Dungeons & Drangons, lo ha rapito. Le indagini della polizia locale, guidate dall’agente Hopper, sono intanto ostacolate dal laboratorio Hawkins, che inscena anche una finta morte del bambino. L’agente Hopper (interpretato da un David Harbour molto espressivo e yankee),assume nel corso delle puntate, una funzione paterna che fa egregiamente da contraltare a quella del “padre” di Undici, lo scienziato che dirige il laboratorio segreto e che anni prima aveva rapito la ragazzina separandola dalla madre naturale, per utilizzarla come cavia nell’ambito dei suoi esperimenti sotterranei (che lo portano, proprio attraverso Undici, a scoprire l’esistenza delsottosopra).Come si vede, la sceneggiatura è ricca, e pesca principalmente da quell’area della cultura letteraria statunitense che fa capo a H.P. Lovecraft, con tutti i suoi riferimenti poetici e filosofici all’immanenza del Male e al suo annidarsi nel quotidiano della provincia americana.

 

Stranger Things”,episodio dopo episodio, dipinge così davanti ai nostri occhi uno splendido affresco perturbante a metà tra il fantascientifico e l’horror, che mette in scena la nostalgia per un passato perduto, soprattutto per quello spettatore che negli anni ‘80 era un bambino, avvolgendolo in una sensazione di eternità delle cose, degli affetti, dell’amicizia. Questo microcosmo caldo e fusionale all’interno di una sceneggiatura calibrata nel produrre colpi di scena come nell’introdurre gradualmente nuovi personaggi, è messo a dura prova dal papà/scienziato pazzo di Undici, la bambina misteriosa sfuggita per caso ad una triste fine. Questo tecnocrate folle si fa rappresentante di una realtà che diventa Super-Io sadico distruttivo, poiché frantuma quella bolla di tenerezza nella quale i Duffer ci fanno guardare con nostalgia. Solo nella seconda serie Undici, con l’aiuto dei suoi nuovi amici, riuscirà a ritrovare la sua vera mamma. Da questa prospettiva, mentre guardiamo questa serie, viviamo contemporaneamente un lutto rispetto alle “cose andate”, che non torneranno, un lutto nei confronti della nostra rassicurante onnipotenza infantile di uomini che pensavano erroneamente l’umanità come un valore stabile, continuo, inestinguibile. I Duffer Brothers ci indicano cioè che stiamo tutti vivendo il lutto per la graduale perdita della nostra umanità. Stiamo cioè entrando in un periodo storico-culturale in cui sono attivi processi di de-umanizzazione graduale, soprattutto relativamente ad uno scollamento progressivo tra modernità e legame affettivo, aspetto che costituisce l’essenza del legame tra esseri umani. Tematiche di questo tipo risultano a maggior ragione attuali oggigiorno, e di grande risonanza emotiva per lo spettatore (europeo e americano). In questa nostra epoca, a differenza dei “lontani” anni ‘80, siamo infatti, sempre più spesso, messi di fronte all’indifferenza nei confronti di un legame fraterno umano da parte di molti governi e nazioni, che proprio questo legame etico fondativo della soggettività di ciascuno dovrebbe invece tutelare. Si vedano a tale proposito le drammatiche vicende dei migranti e soprattutto dei naufraghi al largo delle coste del nostro paese, rappresentative della rottura di quelfoedusfraterno che dovrebbe farci sentire parte di un’unica umanità di individui solidali e cooperanti, funzione che sembra assunta ormai solo dalle ONG. D’altra parte i creatori stessi della serie sono fratelli, e forse anche questo non è un fatto casuale.

 

Un’altra importante tematica affrontata dalla serie, e di grande valore anche da un’ottica psicoanalitica, è certamente quella della crescita. Il plot ci parla infatti di un gruppo di preadolescenti alle prese con un sottosoprapulsionale che sta emergendo in modo inquietante, ed è proprio attraverso la condivisione gruppale che i singoli cercano una rappresentazione di questa inquietudine. È in particolare il passaggio tra la seconda e la terza stagione a sottolineare questo tema: i ragazzi sono cresciuti, la “fase di latenza” si è chiusa con la chiusura (nella seconda stagione) della “porta” del sottosopra, varco nascosto nelle viscere del laboratorio gestito dagli scienziati di Hawkins. Ma questa chiusura coincide con l’apertura dei giochi adolescenziali, con le sue angosce tipicizzanti questa fase della vita caratterizzata da fragilità narcisistiche che spesso si trasformano in un vero disagio psicologico difficile da governare. In questo senso “Stranger Things” segue, del tutto inconsapevolmente ritengo, i topoistilistici di Kathleen Rowling e del suo Harry Potter, altra “serie” declinata questa volta in ambito letterario e cinematografico, che ci descrive il doloroso percorso della crescita somato-psichica adolescenziale, e gli intrecci inquietanti ed insieme profondamente soggettivanti tra il processo di crescita e il perenne gioco Eros-Thanatos: come altro definire il significato del Demogorgone, se non come il rischio di una deriva distruttivo/masochistica, insita in ogni percorso di sviluppo adolescenziale? Il Demogorgone di Stranger Things è infatti un personaggio in perfetta linea tematica con quello di Lord Voldemort nella saga di Harry Potter, parte mortifera del Sè adolescenziale in costruzione, con cui Harry combatte strenuamente fin dalla sua nascita.

Stranger Things” è una serie tutta estiva, da godersi appunto nelle calde serate di vacanza, accompagnati da unanarrazione ottimamente fotografata e montata, emozionante, libera dai vincoli esteticimainstream del colpo di scena o del jump scare obbligatorio. Si tratta inoltre di una serie impreziosita dalla costruzione di personaggi credibili nella loro quotidianità, personaggi che si muovono tutti all’interno di una rievocazione nostalgica di un decennio che ha fondato l’immaginario di gran parte degli spettatori a cui i Duffer Brother, oltre che a se stessi, guardano con affetto.

Giugno 2019