“Sulla mia pelle” di Alessandro Cremonini. Commento di Massimo de Mari

Autore: Massimo de Mari

Titolo: Sulla mia pelle

Dati sul film: regia di Alessandro Cremonini, Italia, 2018, 100’

Genere: drammatico

 

Trama

Il film racconta la storia vera di Stefano Cucchi, ragazzo romano trentenne, con problemi di tossicodipendenza, arrestato per spaccio nel mese di ottobre del 2009 e, dopo pochi giorni, morto in carcere per le conseguenze di un pestaggio, sulle cui dinamiche e responsabilità vi sono ancora indagini in corso. È un fatto di cronaca di cui si è parlato per molti anni anche perché la sorella di Cucchi, Ilaria, ha dato vita ad un vasto movimento di opinione per cercare di rompere il muro di omertà che si era creato sulla morte del fratello. La versione della famiglia del ragazzo, che il film sceglie di appoggiare, è che il pestaggio sia avvenuto all’interno di una caserma di carabinieri dopo l’arresto, da parte di due rappresentanti dell’arma.

Andare o non andare a vedere il film?

Il film è stato presentato alla 75esima edizione della Mostra deell’Arte Cinematografica di Venezia e ha fatto parlare di sé anche per le vicende legate alla sua produzione e distribuzione da parte di Netflix, cosa che dà l’opportunità di vedere il film sia al cinema che a casa propria, sulla piattaforma omonima. Una polemica, da parte dei distributori tradizionali, che nulla toglie alla qualità del film che riesce a rappresentare con grande equilibrio, grazie soprattutto ad uno straordinario Alessandro Borghi, una storia scomoda, che coinvolge e respinge e lascia lo spettatore sicuramente turbato, senza un eroe di riferimento, con molte domande aperte ma anche una maggiore consapevolezza su uno spaccato della società che di solito preferiamo non guardare e che leggiamo con fastidio nella pagine della cronaca nera. Come sempre però, quello che più ci dà fastidio tocca corde del nostro mondo interno che non possiamo ignorare e che, in tempi in cui il tema del diverso e dell’integrazione sono così controversi, ci provoca quotidianamente e non può farci esimere da una riflessione.

 

La versione di uno psicoanalista

Per chi lavora in questo campo, “Sulla mia pelle” rappresenta finalmente un’opera estremamente realistica, capace di raccontare, senza edulcorazioni né eccessiva drammatizzazione, la realtà quotidiana di chi vive ai margini della legalità e proietta, nei comportamenti antisociali e nell’abuso di droghe o alcool, le parti più complesse e sofferenti della propria personalità. Lavorare terapeuticamente con le personalità border line espone gli operatori ad un doppio rischio. Da una parte c’è quello dell’eccessivo coinvolgimento salvifico che spinge a giustificare tutto e a prendersi sulle spalle le sorti del paziente, fino all’estremo limite di creare relazioni pericolose paziente-terapeuta basate su transfert erotizzati, autodistruttivi e perversi. Dall’altra parte c’è il distacco emotivo giudicante e settario, che continua a considerare il paziente, pur dietro la facciata razionale dell’assistenza, una persona che ha sbagliato, irrecuperabile che, per il male che ha fatto, è da punire e isolare dalla società.

Nel film vediamo tutte le facce di questa complessa dinamica relazionale: il braccio violento della legge, il medico che sottovaluta, il padre rassegnato, l’amico che tradisce, l’istituzione che ingloba nelle sue regole disumane e mortifere, abdicando alla sua funzione di reinserimento per privilegiare l’afflizione che, in questo caso, arriva addirittura ad uccidere. Lo spettatore sperimenta i sentimenti che il terapeuta, psichiatra, psicoanalista o psicologo, incontra normalmente nella relazione con le personalità difficili. Un misto di attrazione e repulsione, coinvolgimento e desiderio di aiutare insieme alla consapevolezza latente di fare un lavoro spesso inutile, di sentirsi respinto da comportamenti che traggono la loro componente aggressiva e autodistruttiva da deficit di attaccamento precoci, esperienze di anaffettività o violenze subite, mai superate. Su questi elementi la tecnica può far poco se non è supportata da un lavoro di equipe multidisciplinare in cui ci sia la possibilità di lavorare sulla frustrazione continua a cui questo lavoro espone.

Laddove questa capacità di tolleranza e di fiducia in una possibile reintegrazione vengano meno non resta che l’alternativa della violenza distruttiva e della sopraffazione dell’altro, che non è più una persona che soffre, ma un estraneo minaccioso e persecutorio da eliminare.

 

Settembre 2018