The Child of God

Autore: Elisabetta Marchiori

Titolo: The Child of God

Sezione: in Concorso

Dati sul film: regia di James Franco, USA, 2013, 104 min.

Genere: drammatico, thriller

James Franco si dichiara grande amante della letteratura, come attore lo conosciamo bene, è giovane e bello, scrittore, pittore e ora anche regista. Sceglie per questo film un racconto d’impatto notevole dello straordinario Cornam MacCarthy (dai cui lavori già son  stati tratti son stati Non è un paese per vecchi – dei fratelli Cohen e The Road di John Hillcoat), a sua volta ispirato alle gesta di vari serial killer americani, in particolare a quelle di Ed Gein (che suggerisco agli interessati a  leggersi sul web). Apprendo dai giornali che non son l’unica che si è, banalmente, domandata se Franco, con tutte queste attività artistiche e creative, non si trovi un po’ sovraccarico, come peraltro risulta il film.

Il coraggioso sex simbol Scott Haze è il protagonista, Lester Ballat, e trasforma il suo bel faccino in una maschera piuttosto truce. Si dice che, per prepararsi adeguatamente, abbia vissuto nei boschi, come il suo personaggio, per un mese.

Il film ci accompagna nel viaggio verso ‘il buio della mente’, la totale follia di questo poveraccio, ovviamente senza madre e che aveva trovato appeso alla corda il cadavere del padre suicida (gli impiccati non son mai un bel vedere, come racconta una voce fuori campo ad un certo punto). Quando gli vengono espropriati la casa e la terra del padre e, per scacciarlo, viene umiliato e picchiato (una bella mazzata in testa che di sicuro non ha favorito il funzionamento del già fragile  cervello)  Lester è costretto a vivere prima in una baracca di legno e poi addirittura nelle caverne, al freddo e al gelo, isolato e braccato dalla polizia. Si porta appreso un fucile come un bambino la copertina di Linus (vedi oggetto transazionale) e, essendo un perfetto tiratore, vince al Luna Park  al  il tiro al bersaglio tre enormi animali di peluche (una tigre e due orsi) che fanno la funzione di amici immaginari, tipo Calvin e la sua tigre Hobbes (striscia comica di Bill Watterson). La scena in cui li giustizia a fucilate, convinto che lo abbiano tradito, è forse quella più toccante del film.

Trattato come una bestia, bestia diventa, ovviamente. Vorrebbe relazionarsi con i vivi, ma siccome son cattivi anche loro – quando pensano di essere buoni e bravi – e lo  accusano ingiustamente di qualsiasi cosa succeda nei dintorni, il “povero Cristo” Lester deve aver  pensato ‘tanto vale essere cattivi davvero’ (da certe battute e da alcune azioni si capisce che non è del tutto stupido ed è pure furbo), in più qui nessuno mi vuole’. Da innocui comportamenti da scemo del villaggio si comincia a dedicare a cose più impegnative e, visto che i vivi  lo maltrattano, decide di dedicarsi ai morti, anzi, alle morte, iniziando da quelle uccise da altri. Siccome di queste trovarne in giro per caso è fortuna rara, si impegna a procurarsele di  persona, collezionandone un bel mucchio, che nasconde nelle caverne, e usa in vario modo.

Il film è ricco di citazioni di film quali Psycho (vari altri film su killer seriali), Un tranquillo week-end di paura e Cast Away. Franco ammette di aver voluto chiarire, una volta per tutte, che non è poi così facile distinguere i buoni dai cattivi, in fondo siamo tutti figli di Dio. Se Lester non fosse stato bastonato fisicamente e psichicamente fin da piccolo e qualcuno si fosse preso cura di lui invece di isolarlo, forse la storia sarebbe andata diversamente.

Film molto interessante per appassionati del genere e per chi si occupa di psicopatologia di killer seriali, il nostro Lester di sicuro non sarebbe un buon paziente da analisi, anche perché non è uno che parla molto: se non sta zitto, borbotta, grugnisce  o urla. Qui mi permetto di sbilanciarmi ad allertare i lettori fragili di stomaco che si vedono esplicite scene di sesso con cadaveri, di defecazione con pulizia tramite bastone, e moccio dal naso a volontà. Franco arriva a girare scene trucide che rasentano il grottesco, cosi come la recitazione del compiaciuto Haze arriva a essere esasperata.

Ammetto di aver trovato sinceramente interessante il fatto che il regista scelga di usare sequenze filmiche alternate, interrotte, in cui si inseriscono storie di Lester raccontate da voci fuori campo, e che rimandano al funzionamento psichico della mente frammentata di una persona irrimediabilmente dissociata.

Pur sempre un figlio di Dio, ma rifiutato come figlio dell’uomo.