“The Escape” di Dominic Savage. Commento di Maria Antoncecchi

Autore: Maria Antoncecchi

Titolo: The Escape

Dati sul film: regia di Dominic Savage, Gran Bretagna, 2018, 105’

Trama

Siamo nella periferia di Londra, Tara è una donna della classe media inglese che vive con suo marito Mark e i due figli piccoli. La sua vita tranquilla vita borghese sembra perfetta, ma lei si sente infelice, triste, insoddisfatta: non riesce a riempire un vuoto che sente dentro di lei. Si impadronisce di lei un sentimento nuovo e sconosciuto, difficile da spiegare a chi la circonda. Ed è così che, dalla squallida periferia londinese ,Tara fugge a Parigi, la città dei sogni, alla ricerca di una se stessa che non conosce.

Andare o non andare a vedere il film

Ho visto il film con mio marito e una coppia di amici. Alla fine della proiezione ci siamo detti che nel film non avevamo trovato nulla che non sapessimo già e, in effetti, si tratta di un’opera semplice che, come tante altre, si occupa di donne infelici e depresse all’interno della famiglia. Tuttavia, la componente femminile del nostro piccolo gruppo ha trovato interessante e coinvolgente la drammatica situazione emotiva e lo stato psichico della protagonista.

La versione di una psicoanalista

Il film ci introduce immediatamente nella quotidianità di Tara e nel suo forzato mènage familiare: i rapporti sessuali imposti dal marito che, tornato dal lavoro, la vorrebbe felice, le incombenze familiari, dalla colazione preparata ai bambini, alla cura della casa. In quell’oppressiva routine familiare Tara è una donna che  non trova se stessa, vive senza sapere chi è. Cerca di essere una brava moglie, una brava mamma, compiacendo gli altri ma nascondendo dentro di sé un terribile vuoto esistenziale che la fa sentire ogni giorno più sola.

Il regista si avvicina al dramma di Tara con grande sensibilità: i dialoghi importanti sono pochi, le immagini sono spesso silenziose, lasciando che sia il corpo di Tara a parlare per lei : i suoi sguardi sempre più vuoti, le lacrime che scendono senza fare rumore e il suo agire automatico.

Attraverso l’incontro con la madre, alla quale chiede aiuto senza ricevere risposta, capiamo che è cresciuta da sola con lei e ha realizzato le sue richieste: sposarsi, avere un marito che guadagna bene e dei figli. Le sue tristezze, i suoi problemi sono minimizzati, “fanno parte di una fase …  passerà”, le dice la madre che la vuole conforme alle aspettative.

Tara non ha potuto costruire una sua identità, ha portato avanti progetti non suoi dai quali oggi si sente schiacciata. Da un punto di vista psicoanalitico, rimanda a un falso Sé, sviluppato per compiacere l’altro e per adattarsi alle richieste dell’ambiente, ma che non regge l’urto della complessità della vita adulta all’interno della quale Tara si ritrova con la sensazione di non esistere. È l’inizio di quel crollo che invece di farla cadere nell’abisso aprirà la porta ad una nuova esperienza di sé.

Mark, il marito, è concreto, “muscolare”, va a lavorare e le sta addosso come un mastino, vuole fare sesso come un rito masturbatorio rassicurante, non si accorge che lei ha un’anima addolorata. Non vuole sapere della sua infelicità nemmeno quando lei tenta di comunicare il suo stato d’animo, è terrorizzato alla sola idea di poterla perdere e che possa sfuggire al suo controllo. È difficile per lui affrontare l’idea che la loro non sia una vita perfetta e che ci sia qualcosa che non va. Mark è un uomo fragile come molti di quelli purtroppo noti alle cronache odierne che, non in grado di rimanere da soli, uccidono la compagna.

È un film che ci racconta molto attraverso i corpi, le espressioni, i piccoli gesti, a mostrare allo spettatore l’impossibilità del dialogo, la mancanza di spazio e di parola delle emozioni dentro e fuori i protagonisti del film.

Sarà una sconosciuta, che ha compassione per Tara, a dare parola ai suoi sentimenti e ad indicarle la strada rendendo la sua “fuga dagli affetti” un percorso per ritrovare se stessa.