“The Place” di Paolo Genovese. Commento di Massimo De Mari

Autore: Massimo De Mari

Titolo: The Place

Dati sul film: Regia di Paolo Genovese, Italia, 2017, 105’

Genere: Drammatico

Trama

L’aspettativa magica che qualcosa o qualcuno possa far sì che i nostri sogni si avverino fa parte della natura umana dall’alba dei secoli. Siamo tutti in attesa di un “miracolo”, della speranza che esista davvero la lampada di Aladino, magari tra le mani di un guru o di un guaritore. Ma fino a che punto siamo disposti a spingerci perché un nostro desiderio sia esaudito? Questa sembra essere il tema del film di Paolo Genovese, autore di “Perfetti sconosciuti”, film pluripremiato che metteva in luce le contraddizioni e i fantasmi interni di un gruppo di amici, con uno sguardo disincantato e lucido sui vizi e i segreti che la moderna tecnologia ci permette di alimentare. In questo film molto atteso, Genovese riprova a scavare nei meandri più nascosti dell’animo umano e trae spunto da una serie televisiva americana di grande successo “The booth at the end”, in cui il protagonista è uno di quei personaggi in grado di alimentare la speranza che le frustrazioni di una vita si possano risolvere presto e bene, pagando solo un piccolo pegno. Qui sta il nodo cruciale della questione a cui si espongono i nove personaggi, uno alla volta, in una routine a dir la verità un po’ ripetitiva con il rischio di annoiarsi per gli spettatori poco amanti del genere “tutto in una stanza”. Valerio Mastrandrea interpreta la parte difficile di colui che offre “un’altra possibilità” a chi gli chiede aiuto, aprendo e chiudendo una grande agenda da cui trae spunto per assegnare i suoi compiti “possibili” e dove annota i “dettagli” dei resoconti di come sono andate le cose, senza mai alzarsi dalla sedia di un bar in cui vive tutto il giorno, consolato della cameriera (Sabrina Ferilli), annoiata e decadente, memore degli insegnamenti di Sorrentino.

Andare o non andare a vedere il film

Certamente, andate a vedere questo film, poiché anche conferma la vena geniale di un regista che fa dell’analisi feroce e realistica dei sentimenti e dei lati oscuri che albergano in ciascuno di noi e che a volte teniamo segreti anche a noi stessi, il suo tema ricorrente, che risulta, ancora una volta, credibile e “perturbante”. Il risultato è forse meno spettacolare e brillante di “Perfetti sconosciuti”, ma altrettanto sorprendente e spiazzante, fino al piccolo colpo di scena finale.

La versione di uno psicoanalista 

È abbastanza facile riconoscere nel personaggio di Mastrandrea, un uomo senza storia e senza passato, senza memoria e senza desiderio, la figura di uno psicoanalista che non dà soluzioni, ma aiuta i suoi pazienti a confrontarsi con le frustrazioni e a trovare dentro di sé, affrontando i propri fantasmi, la soluzione dei propri desideri.

Il film ci spinge anche a chiederci quali siano veramente i desideri, nel senso adulto e progettuale del termine, rispetto ai bisogni, termine che invece ci riporta a qualcosa di molto più precoce e fondamentale per la nostra stessa sopravvivenza, qualcosa per cui saremmo disposti anche ad uccidere o a farci uccidere o violentare. Un tema che rispecchia il quadro della realtà in cui viviamo, in cui prevale il senso di vuoto sui valori morali, la scorciatoia dei sentimenti, l’avere “tutto e subito”, con la voglia di raggiungere il traguardo senza fare la gara e nemmeno gli allenamenti.

È di questa dinamica arcaica e perversa che si nutre chi preferisce fare una rapina o mettere una bomba in un locale pubblico pur di trovare una realtà diversa, priva delle frustrazioni che solo il vero desiderio sarebbe in grado di vincere. Quando, invece, prevale il bisogno e l’avvitamento in un narcisismo patologico, il finale non può che essere tragico o ridursi ad un “happy ending” grottesco e favolistico.

Novembre 2017