The Unknown Known

Dati sul film: regia di Errol Morris, USA, 2013, 105’

Trailer:

Genere: documentario

Trama

«Ci sono i fatti noti, ciò che sappiamo di sapere, e sappiamo che ci sono fatti noti ignoti, ciò che sappiamo di non sapere. Ma anche gli ignoti fatti ignoti, quelli che non sappiamo di non sapere». Questa specie di perturbante formula magica è pronunciata da Donald Rumsfeld, consigliere di quattro diversi presidenti statunitensi, Segretario della Difesa degli Stati Uniti con Gerald Ford e George W. Bush, in un’intervista di grande impatto, sapientemente montata da trenta ore di girato del grande documentarista americano Errol Morris. Seguendo il filo di una piccola parte delle decine di migliaia di snowflakes (fiocchi di neve), in gergo i ‘promemoria’ scritti ai vari Presidenti e archiviati in oltre cinquant’anni di vita politica, Rumsfeld racconta del suo operato. Gli Snowflakes dovrebbero inchiodarlo alle sue responsabilità, ma Rumsfeld ha la capacità di mettere in atto quella che è stata chiamata dal regista ‘un’operazione metalinguistica ed ermeneutica, concettuale e filosofica, con gli spot puntati sulla veridicità e la performance politico-retorica’, che confonde e spiazza l’interlocutore e il pubblico.

Andare o non andare a vedere il film?

Il regista sceglie di accostare al volto imperturbabile e allo sguardo opaco di questo personaggio l’immagine di quel soprammobile che tutti conosciamo, chiamato ‘palla di vetro con neve’, contenente liquido trasparente pieno di corpuscoli bianchi che, con il movimento della sfera, danno l’impressione del cadere della neve. Questi snowflakes, che si avvicinano e si allontanano, si accumulano o si disperdono, sono la metafora visiva delle parole che si accostano a formare una frase, ma potrebbero anche comporne un’altra. Se si guarda da vicino attraverso la palla, la piccola tempesta, circoscritta, dei fiocchi di neve diminuisce la ‘visibilità’ del mondo circostante.

Sequenze d’intervista si alternano con quelle di conferenze stampa, testimonianze fotografiche, immagini di frasi che, sostituendo una parola con un’altra, sconvolgono il loro significato e vengono risucchiate in un vortice, come le carte da gioco nel finale di Alice nel Paese delle Meraviglie. Parole che non sono strumento di verità, ma siano usate per dissimulare, manipolare, distrarre, occultare.

Viene in mente il saggio ‘La manomissione delle parole’ (2010), in cui Gianrico Carofiglio riflette sulle lingue del potere e della sopraffazione, che svuotano di senso le parole, messe insieme in slogan e luoghi comuni, ottenendo un effetto di logoramento e creando una pericolosa interferenza sulla realtà. Oggi come mai appare urgente riattribuire autenticità alle parole, ridare loro vita.

La versione di uno psicoanalista

“La parola è un potente sovrano, poiché con un corpo piccolissimo e del tutto invisibile conduce a compimento opere profondamente divine. Infatti, essa ha la virtù di troncare la paura, di rimuovere il dolore, d’infondere gioia, d’intensificare la compassione” (Gorgia). È un potente sovrano anche perché è in grado di produrre anche il contrario di tutto questo: aumentare la paura, indurre sofferenza, sopire i sentimenti, obnubilare la capacità di pensare, confondere. E molto altro ancora. Proprio per questo le parole richiedono estrema cura e incessante attenzione, devono essere legate agli affetti e alle rappresentazioni, “che l’analista deve imparare a offrire al suo paziente in una forma che possa toccarlo, cioè emozionarlo o stimolare la sua riflessione e il suo pensiero” (Danielle Quinodoz, Le parole che toccano, 2004). E questo è un impegno che la psicoanalisi deve portare avanti, anche fuori dalla stanza d’analisi.

Gennaio 2014