The Unknown Known

Autore: Elisabetta Marchiori

Titolo: The Unknown Known

Sezione: in Concorso

Dati sul film: regia di Errol Morris, USA, 2013, 105

Genere: documentario

«Ci sono i fatti noti, ciò che sappiamo di sapere, e sappiamo che ci sono fatti noti ignoti, ciò che sappiamo di non sapere. Ma anche gli ignoti fatti ignoti, quelli che non sappiamo di non sapere». Questa specie di perturbante formula magica è pronunciata da Donald Rumsfeld, consigliere di quattro diversi presidenti statunitensi, Segretario della Difesa degli Stati Uniti con Gerald Ford e George W. Bush, in un’intervista di grande impatto, sapientemente montata da trenta ore di girato del grande documentarista americano Errol Morris. Seguendo il filo di una piccola parte delle decine i migliaia di “snowflakes” (fiocchi di neve), come chiama i ”promemoria’ scritti e archiviati in oltre cinquant’anni di vita politica, Rumsfeld racconta del suo operato. Sono note che dovrebbero inchiodarlo alle sue responsabilità,  ma Rumsfeld ha la capacità di mettere in atto quella che è stata chiamata dal regista ‘un’operazione metalinguistica ed ermeneutica, concettuale e filosofica, con gli spot puntati sulla veridicitá e la performance politico-retorica’, che confonde e spiazza l’interlocutore e il pubblico.

Il regista sceglie di accostare al volto imperturbabile e allo sguardo opaco  di questo personaggio l’immagine di quel soprammobile che tutti conosciamo, chiamato ‘palla di vetro con neve’, contenente liquido trasparente pieno di corpuscoli bianchi che con il movimento danno l’impressione del cadere della neve. Questi snowflakes, che si muovono a seconda di come si muove  la sfera, si avvicinano e si allontanano, si accumulano o si disperdono, rappresentano anche le parole che si accostano, casualmente, a formare una frase, ma potrebbero anche comporne un’altra. Se si guarda da vicino attraverso la palla, la piccola tempesta, circoscritta, dei fiocchi di neve diminuisce  la ‘visibilità’ del mondo circostante.

Sequenze di intervista si alternano con quelle di conferenze stampa, testimonianze fotografiche, immagini di frasi che cambiando una parola sconvolgono il loro significato e vengono risucchiate in un vortice come le carte da gioco nel finale di Alice nel Paese delle Meraviglie, rendendo evidente come le parole vengano usate per dissimulare, manipolare, distrarre, occultare.

Viene in mente il saggio  ‘La manomissione delle parole’, in cui Gianrico Carofiglio  riflette sulle lingue del potere e della sopraffazione,  che manipolano deliberatamente i significati delle parole, utilizzano slogan e luoghi comuni, ottenendo un effetto di logoramento e di perdita di senso, creando una pericolosa interferenza sulla realtà. Oggi come mai appare urgente riattribuire autenticità alle parole, ridare loro vita.

Questo tema riguarda sicuramente da vicino la psicoanalisi e gli psicoanalisti. Vorrei ricordare qui solo il libro di Danielle Quinodoz ‘Le parole che toccano’. Queste sono, da una parte, quelle legate agli affetti e alle rappresentazioni, ‘che l’analista deve imparare a offrire al suo paziente in una forma che possa toccarlo, cioè emozionarlo o stimolare la sua riflessione e il suo pensiero’.  Dall’altra parte, la sfida della psicoanalisi del futuro è ascoltare Freud e parlare agli psicoanalisti del futuro. Non è facile seguire il prezioso consiglio di Freud, tratto da Goethe, così spesso citato: “Quello che hai ereditato dai tuoi padri devi conquistarlo per possederlo veramente “.

Ribadisce l’autrice che l’evoluzione del pensiero psicoanalitico e la sua trasmissione rimangono possibili quando i concetti e le parole che li esprimono non si congelano in formule (magiche, aggiungo io) svuotate di senso.