The War Show-Lo spettacolo della guerra

Di A. Dalsgaard, O.Zytoon – Iran, 2016

Giornate degli Autori

commento di Rossella Valdrè

Siria, 2011. Una ragazza – che diventerà la regista – inizia a riprendere con una videocamera quello che accade, dentro e fuori gli ambienti della città: persone, luoghi, gesti della vita quotidiana. Di lì a poco, lo scoppio della guerra e la rivoluzione. La guerra tragica e sanguinaria, che tutti conosciamo dai media, che ha insanguinato e insanguina, distrutto un Paese con ora undici di milioni di rifugiati in fuga e migliaia di morti, incarcerati e seviziati, quella diventa “Lo spettacolo della guerra” (The war show), finito nelle ore e ore di filmato della regista, e ora diventato preziosissimo docu-film. Il primo dei film delle Giornate degli Autori è accolto con una sala piena e un calorosissimo applauso. Se è vero che mai l’informazione ha circolato come oggi, che ogni giorno vediamo nei telegiornali e su internet file di scappati e rifugiati e scene di quest’assurda guerra voluta del regime di terrore degli jadhisti islamici, è altrettanto vero che nessun mezzo di informazione possiede la forza visiva, la straordinaria, persino muta capacità di narrare e suscitare emozioni come il cinema: la videocamera della giovane Obaydah Zytoon ci immette direttamente dentro il cuore dello spettacolo della guerra.

Il docu-film, infatti, non indaga le ragioni, non risale alla cause di tanta sanguinaria, fanatica assurdità: si limita a documentare. Diviso in sette parti in sequenza cronologica, dalla pre-rivoluzione all’epilogo, costantemente riprende e segue la vita di questo gruppo di ragazzi, insieme a scene di popolo e allo sventramento di un Paese da sempre, come ha detto la regista, abituato alle guerre: di questi ragazzi, alcuni muoiono, altri fuggono nella vicina Turchia, altri finiscono incarcerati e torturati.

Regime di odio cieco e fanatismo ‘religioso’ che invoca la sharìa (interessante l’autrice sia una donna), se è vero che ogni guerra, alla fine, sembra simile ad un’altra e se ne perde il senso e la causa, a volte anche legittima, questa si snoda sotto gli occhi dello spettatore come particolarmente insensata, violenta e assurda. L’assenza di giudizio, l’aver fotografo l’attimo e l’avvenimento nel momento reale in cui accade, con totale concentrazione su una sorta di oggi dilatato, che non prevede passato (perché si è arrivati lì? Quali le ragioni storiche? Quali le connivenze?), né prognostica o intravede un futuro essendo la guerra ancora in atto, dona al film un potere speciale, una forza intrinseca: senza nessuna estetizzazione della violenza, né ricerca dell’effetto o della sensazione, la guerra è lì, sotto i nostri occhi. La guerra è anche spettacolo. Il cinema, arte in cerca di continue narrazioni, più di ogni altra arte riesce a trasformare la violenza cieca, l’omicidio, il sadismo, l’irrappresentabile della morte in spettacolo, qualcosa di cui altri, in tutto il mondo (il film sarà a presto al Toronto Film Festival) riescono a fruire e conoscere. Trovo perciò il titolo particolarmente riuscito: se riusciamo a fare dell’odio stolido e cieco uno spettacolo, una rappresentazione e non un agito e una messa in atto, siamo già in parte salvi, siamo già dalla parte del senso, della trasformazione. Anche nella sua forma più documentaristica (comunque sempre filtrata dalla sensibilità e dalla cifra personale degli autori) il cinema svolge il lavoro rappresentazionale del sogno e del lavoro analitico. Operazione analogia, mi è tornato subito alla mente, avevamo visto l’anno scorso con lo splendido The Look of Silence di Joshua Oppheneimer (quest’anno membro della Giuria) sul misconosciuto eccidio indonesiano. Tutti gli spettacoli di guerre si somigliano: pur nascendo ciascuno con un proprio specifico storico e ambientale, i docu-film ne ripropongono, efficacemente, la sconvolgente somiglianza, l’assenza di pretestuose differenze, spettacolo sempre mortalmente uguale a se stesso, da sempre. Insieme alle persone, alla case e ai luoghi quotidiani, anche il patrimonio artistico cade sotto la distruzione; la telecamera, sempre accompagnata dalla voce narrante della regista, riprende resti di meravigliose rovine di una civiltà scomparsa, di un’intera memoria. Lo spettacolo della guerra è scena di rovine, di resti: umani, architettonici, di pensiero.

Una piccola piantina di cui si intravvedono i primi ciuffi d’erba, è l’immagine che chiude il film. Speranza? La forza della vita che comunque si impone? La rivincita dell’opposizione naturale alla bruttezza, come è stato commentato alla fine? Può darsi. Sul piano della realtà, difficile a dirsi. Ad oggi, undici milioni di rifugiati, invito a ripensare a migranti obbligati che vediamo sempre tutti insieme, indistinti, a cui i film restituisce la dignità di storie individuali; molti ancora incarcerati e torturati; la presenza non sempre incisiva delle Nazioni Unite. Tuttavia, senza cadere in facili ottimismi, è una verità storica e psicologica che la vita, infine, tende a imporsi, che esiste una forza naturale a combattere l’orrore, che crea assuefazione ma anche rivolta, contiene in sé, nel tempo, la sua stessa morte. Rappresentazioni come questa, in fondo nata dalla quasi casuale passione per le telecamere di un gruppo di ragazzi, e non per mano di grandi cineasti, contribuiscono a diffondere la conoscenza (cosa cui l’intera produzione tiene molto) a platee di tutto il mondo, il cinema come denuncia oltre che come trasformazione, affidato alla pura forza dell’immagine, volutamente lasciata libera dal commento.

L’immagine narra, parla da sé: corpi trucidati, irruzioni nelle case, macerie. Allo spettatore, la trasformazione ulteriore dentro ciascuno di noi, arricchiti non tanto da un pezzo di conoscenza in più (che formalmente conoscevamo) ma dall’immissione diretta in uno spettacolo che usualmente sembra lontano, altro, incomprensibilmente ripetitivo. Lo Spettacolo della guerra, affidato all’immagine, rivela ancora di più la sua mortale assenza di pensiero:

              “ Se i miei soldati cominciassero a pensare, nessuno rimarrebbe nelle mie file”

                                                                              (Federico II, Re di Prussia)