torneranno i prati

Dati sul film: regista Ermanno Olmi, Italia 2014, 80 m.

Genere: drammatico-storico

Trailer: 

Trama
“Al mio papà, che mi raccontava sempre della guerra”
Così recita una dedica a chiusura del film “Torneranno i prati”, ultima opera in bianco e nero di Ermanno Olmi, uscita nelle sale cinematografiche nel mese di novembre 2014.
La prima guerra mondiale sul fronte Nord-Est nel 1917 è raccontata attraverso la vicenda di un gruppo di soldati. Siamo dentro la loro storia nelle poche ore della notte che sarà per essi decisiva.
Fa da cornice agli uomini uno splendido paesaggio di montagna, dove il bianco della neve e delle sue tempeste, si associa e scambia con il bianco della luna, muta. Viene in mente: “Che fai tu luna, in ciel? Dimmi che fai, silenziosa luna?”

Andare o non andare a vedere il film
La vicenda ci interroga sul ricordo e l’oblio, su come ognuno di noi faccia i conti con la guerra e la distruttività umana, con l’obbedienza e la scelta personale.
Il bianco e nero della pellicola sembra dare alla storia un carattere universale, mentre le inquadrature cercano di cogliere il singolo individuo, la sua storia, i suoi sentimenti.
“Dite al comando i caduti! Non i numeri, ma i nomi,i nomi!” urla il comandante della truppa, che si trova ad assistere impotente alla morte assurda dei suoi. E che per dissociarsi, fa una scelta determinante, quella che forse a tutti noi il regista chiederebbe di fare : “Restituisco i gradi e mi riprendo la mia dignità”
“Qui torneranno i prati e di quello che abbiano patito non si ricorderà più niente..non sembrerà vero”. Questo è il tremendo destino del dolore, a cui il regista ci mette di fronte, implicitamente chiedendoci se lo vogliamo o meno condividere: dimenticarci di quei morti, molti dei quali rimasero seppelliti sotto la neve, non più cercati da nessuno, non dai loro parenti, ma neanche da chi avrebbe potuto almeno ricordarli.
“Sono entrato in questa trincea un’ora fa e la mia vita è cambiata, ho dimenticato la mia giovinezza, i miei sogni…” dice un tenente che, in modo imprevisto, si ritroverà a condividere la sorte di quel gruppo di soldati. Anche noi che scegliamo di vedere questo film, ci troviamo coinvolti senza poterci tenere in disparte, siamo dentro quella trincea come quegli uomini. E forse ci sentiremo in colpa di non essere stati là, come i loro familiari.

La versione dello psicoanalista
Tutti ci troviamo di fronte alla sfida del vedere il dolore senza soccombere, del ricordare senza smettere di vivere. Soprattutto il dolore che la lotta dell’uomo contro l’altro uomo genera.
Come psicoanalisti la viviamo nelle nostre vite e nei nostri studi.
“Sono entrato in questa guerra che immaginavo, ma non conoscevo”, dice il giovane tenente.
Cosi noi, davanti al film, cosi noi davanti alle nostre vite e a quelle dei nostri pazienti, che silenziosamente impariamo a guardare e conoscere, di cui tamponiamo le ferite sanguinanti, con cui scegliamo di ricordare.
I volti dei soldati di quella guerra si mescolano e confondono con i volti dei nuovi sacrificati di oggi, i combattenti di una guerra esterna e interna. Di tutti quelli che hanno patito per scelte sbagliate, le grandi scelte, quelle del potere, e le piccole scelte, quelle dei co-protagonisti della vita di ciascuno di noi.
Il regista sembra offrirci le sue strade per non dimenticare continuando a vivere: raccontare il dolore, contemplare la natura e la sua grandiosa bellezza, coltivare le relazioni e in esse compatire il dolore ma anche condividere la gioia, come quella piccola di un canto di terre lontane.

novembre 2014