Tre manifesti a Ebbing, Missouri di Martin McDonagh. Recensione di Rossella Valdrè

Autore: Rossella Valdrè

Titolo: Tre manifesti a Ebbing, Missouri

Dati sul film: regia di Martin McDonagh, Gran Bretagna, 2017, 115’

Genere: thriller, drammatico.

“Non ho detto che si possono torturare i negri,

            ho detto che si possono torturare gli uomini di colore”.

                                               Agente Dixon , in “Tre manifesti a Ebbing, Missouri”

 

          “Poveri cuori umani che battono dappertutto”

                                                                             Jack Kerouak, Angeli di desolazione

E’ all’interno di questo profondo Sud che non ha ancora recepito i cambiamenti approvati dai diritti civili, ma che si sta avviando suo malgrado a cambiare, sottolineato dall’assurda semantica di queste parole, che si svolge lo splendido film, soggettivo e corale, tragico e a suo modo lieve, potente e di grande riflessione sull’umano, che è “Tre Manifesti a Ebbing, Missouri.”

Una madre, Mildred (la sempre rude e capacissima Frances Mac Dormand, interprete ‘cult’ delle contraddizioni dell’America profonda nota a tutti da “Fargo” del marito Joel Coen) non si dà pace per la morte della figlia adolescente, stuprata e uccisa barbaramente in uno stradone desolato, non frequentato quasi da nessuno, ma dove un giorno, sette mesi dopo, passando in macchina lei vede i resti di tre grandi manifesti. Quegli enormi manifesti, sullo stradone a cui si accede alla piccola, provinciale comunità di Ebbing tutta raccolta attorno al comando di Polizia come è tipico di molte cittadine americane, affidati ad un pubblicitario, diventeranno tre giganti ‘parlanti’, urlo tacito e simbolo di denuncia che rompe il silenzio di una pianura abbandonata a se stessa, denuncia contro l’inedia e l’inefficienza della polizia e del suo capo, lo sceriffo Bill Willgoubhby, personaggio amato da tutta la comunità e dai suoi uomini. La denuncia per il mancato arresto del colpevole s’incrocia con l’accusa ad un sistema poliziesco che “picchia i negri anziché cercare gli stupratori”: privato e pubblico, personale e corale, vicenda e dramma di un Paese, o meglio del ventre sudista e molle di un Paese che fatica in quei tempi e luoghi a recepire la modernità, sono costantemente e sapientemente intrecciati senza che lo spettatore ne avverta la fittizia divisione; perché la vita scorre cosi, in effetti, siamo sempre immersi in un sociale dal quale non si può prescindere ma contro il quale si può lottare.

 

E’ quello che fa Mildred, silenziosamente sostenuta da alcuni personaggi di sfondo (l’altro figlio, portatore del grave carico di essere rimasto l’unico e vivo; l’amico nano che la corteggia senza speranza; la collega di colore…), ignorando il resto della comunità che le è ovviamente nemico: una donna che infrange l’ordine, rompe le regole, maltratta “le” Chiese, il prete che protegge i pedofili come i poliziotti che proteggono i criminali – “coprire chi lo fa è essere colpevoli” – una donna che ha pagato i suoi prezzi, costretta ora alla maschera della rudezza solcata dalle rughe e a piangere solo quando nessuno la vede. Un matrimonio fallito alle spalle, un fragile ex marito rifugiatosi nell’eterno inconsapevole sorriso di una ventenne, l’ambivalente rapporto con la figlia morta come tutti i passaggi madre-figlia in quell’età, ma reso rovente dal senso di colpa se la morte blocca la fisiologica evoluzione del passaggio; tuttavia, la faccia spigolosa della Mac Dormand, la concretezza dei gesti di chi non può permettersi la paura, l’impercettibile sollevarsi dell’angolo della bocca su quegli occhi ancora capaci di stupirsi, riesce a dare a Mildred anche un tocco d’ironia, non ne fa un’eroina tragica. “Tre manifesti” sfugge al rischio del melò, per mescolare attraverso la complessità umana (e insieme, la loro semplicità) di ciascun personaggio, il dolore alla pietà, la furia della vendetta alla pace del pensiero, l’odio alla ricerca d’amore.

 

Se il personaggio di Mildred ha da subito una sua caratterizzazione, sorprende invece lo sviluppo umano di altri due personaggi, lo sceriffo Bill e l’agente Dixon, lo sbandato. Il primo, idealmente nemico di Mildred, il cui nome brilla sui manifesti come il capo degli inetti, troverà in quest’insolita denuncia che paradossalmente finisce per rispettare, uno stimolo e un ruolo centrale nel film. Ne costituisce, a mio parere, la cifra geniale del regista, la svolta psichica che imprimerà sulla vicenda, l’inaspettato elemento umano laddove non era atteso.

Allo sceriffo, in fondo il caso Mildred ha dato un’ultima chance. Lascio allo spettatore scoprire i fatti; sono gli sviluppi emotivi quel che conta nel film che forse i Coen avrebbero voluto girare, ormai diventati, a mio parere, sopravvalutati oggetti di culto dopo il bellissimo esordio di “Fargo” (1996) a cui la mia memoria si è subito associata non solo per la stessa protagonista, con la sua tenera durezza, lì in territori innevati, qui caldi, in tenace ricerca di giustizia, – apparentemente personale, ma in realtà universale – la giustizia dei vinti, degli umili contro i forti.

McDonagh unisce la coppia che dovrebbe essere nemica, Mildred e lo sceriffo, e ne fa una sorta di possibili “genitori” di una retrograda comunità allo sbando, unici a rappresentare la modernità e il rispetto, e fa dello sceriffo un uomo che, chiave psicologica centrale del film, col suo esempio e col suo lascito morale cambia la vita e le regole della polizia, e del più sbandato in particolare, il giovane Dixon.

 

L’epopea di Dixon ha qualcosa di struggente, è segnato fin dall’inizio; tutti hanno quel tocco fatale che lascia presagire un destino cui non si sfugge, ma Dixon è il più colpito. Le sue rozze violenze sui negri, le sue ubriacature, la solitudine con la vecchia madre; il suo linguaggio è la violenza. Trovo eccellente il cambio di registro del film, di cui lo spettatore non si accorge perché è del tutto simile a come a volte cambia il ritmo interno della vita, nel momento in cui dalla violenza, Dixon attraverso ciò che lo sceriffo gli ha lasciato, scopre la parola.

Lo sceriffo è un Padre. I bambini senza padre sono spesso violenti, mancano di modelli di identificazione maschile e se vivono in ambienti poveri e degradati si esprimono facendo a botte e proiettando la loro fragilità nei deboli; lo sceriffo è padre di una comunità e di un ragazzo che impara che “si fa il poliziotto con amore. Ci vuole pensiero. Bisogna pensare. Per amare bisogna pensare, sai Dixon”.

Amare, pensare, parlare. Bisogna parlare.

Quello che poteva scivolare in una deriva poliziesca di caccia al mostro, o in un dignitoso melodramma di lutto inconsolabile, si apre ad uno scenario che chiamerei, psicoanaliticamente, di “nuovi accoppiamenti” interni ed esterni. Mildred e Dixon, ora che Dixon ha scoperto grazie a un padre che glielo ha insegnato che esistono pensiero e parola al posto dell’azione, possono unire le loro anime prima così lontane. Dixon è licenziato ma non disperato, può accoppiarsi a qualcosa dentro di sé, può chiedere scusa… la vendetta può forse spostarsi su altri stupratori, il mondo ne è pieno, ma questa iniziale tentazione non rappresenta una vera prospettiva.

 

Non c’è “buonismo” in questo “Tre manifesti a Ebbing, Missouri”, che mantiene senza cedere mai la sua tensione etica e il suo tono di gente rude e diretta al cuore, non c’è salvezza da quattro soldi. C’è l’ingresso della bontà, che è altra cosa, e del pensiero che la sostiene. Una rivoluzione: quanto le leggi razziali del ’65 che a Ebbing, Missouri, sembravano non arrivate. L’Etica, la responsabilità: l’ex agente Dixon non riuscirà più a bastonare i negri perché delle sue parti deboli si è fatto carico, sa di averle in sé, né Milord sarà dannata in una caccia al colpevole come unico scopo nella vita, un’altra ruga sulla sua bella faccia imperfetta. Ogni lutto è una ruga.

Si aprono scenari nuovi, strade da percorrere, mete aperte.

Chi cercava accanitamente giustizia, e lo sbandato, due esseri perduti, sono stati toccati al cuore da un personaggio destinato a lasciarli precocemente e a segnarli per sempre.

Li attende una meta, il film la chiama Idaho. Uno Stato vale l’altro.

Sempre in macchina, splendida tipica epopea americana, il film si apre e si chiude col profilo di una donna dal vetro di un finestrino. In movimento.

 

Gennaio 2018