“Un affare di famiglia” di Hirozaku Kore-ed. Recensione di Amedeo Falci

Autore: Amedeo Falci

Titolo:Un affare di famiglia (Shoplifters)

Dati sul film: regia di Hirozaku Kore-eda, Giappone, 2018, 121’

Genere: Drammatico

 

“…Ma i fratelli Dardenne non abitano qui”

 

Un raggruppamento familiare nei dintorni di Tokio, oggi. Una nonna, una coppia di coniugi, un figlio, una sorella della moglie. Vivono in una baracca fatiscente, nascosta come una tana segreta tra palazzi civili di una periferia urbana. Vivono di piccoli lavori occasionali: il marito come operaio, la moglie in una lavanderia, la sorella si esibisce in un(a) ‘Nozoki’ (una “peep show house”). Tirano anche avanti con imbroglietti e piccoli furti: il ragazzo, incoraggiato e addestrato dal padre, è diventato abile nel taccheggiamento di negozi; la nonna, a casa, cucina per tutti, ma prende ogni tanto, misteriosamente, una mazzetta da una coppia agiata. Lo stato dell’abitazione riflette insieme la precarietà, la separatezza dal mondo civile attorno, ma anche l’incrollabilità, malgrado le apparenze, del gruppo familiare. Vi stanno tutti dentro, pigiati strettamente, ma felicemente. Una bambina apparentemente abbandonata viene aggregata al nucleo familiare, con la stessa leggera incoscienza di portarsi a casa un oggetto lasciato per strada. Il film narra dei vari passaggi di una quotidianità marginale fuori ma, a modo proprio, felice dentro. Fino al momento in cui la nonna muore, e tutto precipita … rivelando una diversa verità della famiglia.

 

Come spesso avviene, una pessima resa in italiano – che cos’è: un film sulla mafia o una pochade francese? – del titolo originale che è “Una famiglia di taccheggiatori”. Il ritratto che Kore-eda offre del suo ‘gruppo di famiglia in un interno’: un’inedita, atipica rappresentazione rispetto agli abituali cliché filmici sulla borghesia giapponese, baracche e baraccati, in Giappone! Ma non solo …

Un’opera che potrebbe essere letta come documentary fiction sulle realtà sociali nascoste in Giappone; oppure come un allegorico contrappasso rispetto allo stile di vita moderno, evoluto ed efficiente del paese del Sol Levante.

Taccheggio, imbroglietti, illegalità, peep show, semi-prostituzione, degrado ambientale e derive morali restano ben confinati nel mondo esterno. La famiglia, dentro, è straordinariamente unita da saldi legami di gentilezza, affetto e accoglienza. Persino la bambina ‘aggregata’ non è un impiccio sgradevole, una bocca in più da sfamare, ma una benvenuta presenza subito ‘adottata’ da tutti.

Film di denuncia sociale, forse, ma anche inno poetico sulla inaspettata bontà dei poveri: il bene che alligna nei ‘miserabili’ (alla Victor Hugo).

Ecco dove l’accostamento alla poetica dei fratelli Jeanne-Pierre e Luc Dardenne, che per un attimo ci viene un mente, fallisce. Laddove i Dardenne non risparmiano nulla, non spargono zucchero sulla realtà sociale ed umana del loro Belgio, non smussano punte taglienti, non fanno sconti a nessuno, non inclinano verso visioni morali di male e bene, di cattiveria o bontà, al di fuori di una visione provvidenzialistica del mondo, secondo una scelta poetica sobria, ma più che sobria, severa, ma più che severa, spietata. All’opposto Kore-eda sceglie, invece, il registro di una sospensione favolistica ‘antirealistica’ della sua storia, secondo cui, intenzionalmente e programmaticamente, gli emarginati, i ladruncoli, parafrasando il film di Scola, saranno brutti e sporchi, ma tutt’altro che cattivi. Rubano, imbrogliano, e forse hanno commesso di peggio, ma si amano davvero, e amano i bambini. E aggiungono un posto a tavola (si fa per dire … vedere il film per capire). E persino quella che si offre nei ‘peep show’ allo sguardo schermato ed eccitato dei clienti, infine si innamora pure, e culla amorosamente in grembo il suo (ex) cliente.

Amano i bambini, tanto, e ne sono tanto ricambiati. La bambina ‘rapita’ non ne vuol sapere di ritornare nella sua famiglia naturale. E nelle ultime scene, quando il ragazzo (che non è il figlio) rincontrerà l’uomo (che non è il padre), sebbene gli sia chiaro che in un momento di emergenza la ‘famiglia’ lo stesse abbandonando, malgrado tutto, gli rivolge un ultimo sguardo nostalgico chiamandolo ‘padre’.

Un clima interno affettivo sincero e forte e, tuttavia, non esente dal produrre danni collaterali: una totale disregolazione sociale dei piccoli, sollecitati e avviati al furto. Tanto che tocca a un negoziante, uno del mondo di fuori, dare qualche segnale etico ai piccoli ladruncoli.

Ora, quello che mi pare nuoccia alla pur interessante trama narrativa, rallentandone il ritmo, è una messa in scena che indugia eccessivamente su una convenzionalità dei quadretti familiari, sdolcinati, poco reali, eccessivamente banali e piatti nei dialoghi.

Convenzionalità, piattezza e banalità narrative che tuttavia sono funzionali alla tesi, che percorre ‘ad abundantiam’ quasi tutto il film, fino alla soglia dell’agnizione finale, che il mondo dei poveri sia un altro mondo, non reale, quasi da sospensione favolistica: il mondo dei semplici di cuore e di spirito.

Se non fossimo dalle parti dello shintoismo, potremmo magari, per sparsi residui mnestici di un’infanzia pia, devota e religiosissima, richiamarci alla beatitudine dei poveri in spirito, dei miti, degli afflitti, dei misericordiosi perché di essi è il Regno dei Cieli, perché saranno consolati, saranno saziati e riceveranno misericordia, più o meno e all’incirca, ci siano capiti (magari ripassarsi Matteo). Sbaglieremmo contesto, ma il senso è quello.

E se siamo amanti del cinema non potremmo non pensare alla riscossa dei poveri buoni di “Miracolo a Milano” di De Sica, 1951.

Il punto di caduta nella resa filmica è tuttavia che tanta profusione di convenzionalità, banalità e dolcezza (o dolciume?) eleva di molto il tasso glicemico dello spettatore (almeno il mio), e sollecita tentazioni di dolci (naturalmente) assopimenti in sala. Viene da rimpiangere non già l’asciutto cinema e i ritratti di vita civile giapponese di Yasujirō Ozu (sarebbe tanto e troppo il confronto), ma lo stesso precedente cinema di Kore-eda che già in “Nessuno lo sa” (2003) e “Father and son” (2013), sempre centrati su tematiche della famiglia e della genitorialità, aveva firmato opere decisamente più autentiche e intense, e meno intrise di retoriche di bontà.

Sono queste le impressioni che percorrono quasi l’intera visione del film, tranne poi a comprendere, in ritardo, a tre quarti della durata, come la costruzione della raffigurazione benevola dei ‘miserabili’, funga da lunga (e troppo stirata) prolessi di contrasto per i capovolgimenti e le agnizioni nell’ultima parte. Capovolgimenti non già nel senso che i poveri rivelino una bontà simulata o dissociata rispetto alla criminosità del vivere nel mondo, bensì nel senso più proprio di una loro regressione in un mondo alternativo possibile ‘reale’ solo all’interno della capanna selvatica, ma irreale rispetto al mondo, e alle sue regole sociali.

Non è una storia di disvelamento di maschere: sembravano buoni, ma sono in realtà cattivi. Piuttosto una storia di disvelamenti di realtà parallele e alternative; realtà di vite parallele e finzionali, che si svolgono nelle caverne dove – ancora oggi –  i ‘miserabili’ si nascondono per resistere all’inarrestabile trionfo della modernità.

Come potrebbe essere anche letto questo aggregato di opportunisti taccheggiatori ladruncoli e ‘fanciulli selvaggi‘ se non come una scheggia paleo-antropologica di un gruppo di cacciatori-raccoglitori (più raccoglitori cha cacciatori) che sopravvive come ventimila anni fa raccattando qua e là frutti e oggetti per sopravvivere, schiacciato  dell’inevitabile avanzamento della stanzialità e della ‘civiltà’?

[Warning: spoiler!!!] Ma è nell’agnizione finale che il film di Kore-eda recupera una dignitosa e più asciutta drammaturgia conclusiva. Quando viene messa giù la carta del   colpo di scena circa il fatto che la famiglia sia una composizione quasi casuale di personaggi che per ragioni varie si sono trovati a formare una sorta di sincizio, un’aggregazione successiva di cellule che inizialmente erano singole e separate. Recupero drammaturgico, appunto, anche nel mutamento di stile del racconto e del carattere dei personaggi, ognuno dei quali esce dalla propria favola buona, e dalla propria figurina bidimensionale, disvelandosi infine nella propria dolorosa storia, non a caso in uno stile di ripresa mutato con piani frontali ‘nudi’ e severi che accentuano il carattere di confessione e di denudamento dell’anima.

Operetta morale vestita da apparente denuncia sociale, presenta il difetto di un film retorico volto a convincerci dell’evidenza che non sia la famiglia nucleare biologicamente fondata, e anche storicamente e istituzionalmente definita, la garanzia dell’amore e degli affetti nucleari. La tesi filosofico-sociale del regista è, messa lì senza tanti veli e senza bisogno di acrobatiche interpretazioni, che FAMIGLIA È LÀ DOVE ESSA PUÒ AUTORAPPRESENTARSI COME TALE, anche sotto contingenze casuali, frutto di scelte e non prodotto della e dalla natura. E che sia preferibile una famiglia socialmente marginale e illegale, ma che ami i bambini, rispetto a una famiglia istituzionale, in cui regnino trascuratezze e violenze (ed è la storia della piccola rapita, che torna in una casa dove già appare subito negletta da una madre con segni di percosse). Tesi corretta, che condividiamo; ma tutto questo non lo sapevamo già?

Insomma, che dire? Film a tesi, noioso quanto basta, si eleva un po’ nel finale. Non sorprende, ma ci convince di quanto fosse giusto quello di cui eravamo già convinti. Astratto nella sua denuncia morale delle carenze della famiglia istituzionale, film di testa, ‘pensato a tavolino’, come prosaicamente suol dirsi, e realizzato come compitino cinematografico, ma senza ‘Sturm und Drang’ creativi. Ottimo come tesina filmica per un dottorato in psicologia delle relazioni familiari.

Molto ben (soprav)valutato quasi ovunque, ha preso un sacco di premi, tra cui la Palm d’Or all’ultimo festival di Cannes. Dove concorrevano, tra altri, “Dogman” di Garrone, e “Lazzaro felice” della Rohrwacher! Opere astralmente superiori per originalità di tema, realizzazione filmica e intelligenza creativa. Incredibile, come tanta mediocrità si rivolga in vittoria, e tanto valore in sconfitta! Ma … ”Così va spesso il mondo… voglio dire, così andava nel secolo decimo settimo.“ (Manzoni, I promessi sposi, cap. VIII).

Premi rubati, direbbero i più perfidi. O taccheggiati?

 

Settembre 2018