Unbelievable. Commento di E. Marchiori e A. Talamini

Autori: Elisabetta Marchiori, Anna Talamini

Titolo: “Unbelievable”

Dati sulla serie: creata da Michael Chabon e Susannah Grant, USA, 2019, 8 episodi (43/58’), Netflix.

Genere: drammatico

 

 

 

 

 

“Unbelievable” è una miniserie ispirata ad una storia vera di aggressioni sessuali perpetrate tra il 2008 e il 2011 negli Stati Uniti ,tra Seattle e Denver.

La protagonista è Marie (Kaytlin Denver), un’adolescente sofferente, deprivata, che dopo vari tentativi di affido familiare vive in una comunità gestita dal servizio sociale.

La ragazza viene brutalmente stuprata durante la notte da uno sconosciuto che si introduce nel suo appartamento senza lasciare traccia. Il mattino dopo viene accompagnata a sporgere denuncia, ma la sua storia non convince i suoi interlocutori.

Marie reagisce alla pressione degli interrogatori e degli accertamenti prima mostrandosi incerta e scostante, e poi – persa la fiducia – chiudendosi in se stessa. Nella sua mente paiono confondersi la sofferenza provocata dall’aggressione con la sofferenza correlata al suo vissuto infantile, i ricordi diventano incubi, realtà e fantasia diventano indistinguibili. Marie, non sapendo chiedere aiuto, si sottrae, ritratta, indispettendo chi è certo di essere lì per aiutarla, facendo prendere agli eventi una piega ben diversa dal prevedibile.

Marie subisce il pregiudizio di essere una ragazza con un passato problematico e un carattere difficile, volubile e inaffidabile. Il suo ritiro è interpretato come un segno di resa e non di sofferenza estrema, a nessuno pare importare come si sente, quello che prova. Marie perde il lavoro, si lascia andare, diventa ancor più sospettosa e difficile da gestire.

Parallelamente due investigatrici, Karen Duvall (Merrit Wever) e Grace Rasmussen (Toni Colette), stanno indagando su crimini sessuali simili a quello descritto da Marie. Le storie delle tre donne si intrecciano: emerge la verità a poco a poco attraverso la determinazione, la perseveranza, la capacità di mettersi in ascolto e di fare collegamenti.

Doti possedute anche dalla terapeuta che Marie è costretta a incontrare, con cui si apre grazie al  racconto di un film: è un colloquio commovente, durante il quale il silenzio è accolto e tollerato, e l’ascolto è rivolto alla comprensione di quel linguaggio adolescenziale che non corrisponde a quello dell’adulto.

Questa serie è interessante e coinvolgente per diversi motivi. Il primo è quello del tema della violenza sessuale, vista dallo sguardo di una vittima talmente avvezza agli abusi fisici e psichici da sembrare quasi anestetizzata. Le conseguenze del trauma da stupro sono trattate in modo realistico, diretto e duro, senza ipocrisia nè retorica, evidenziando come la “violenza di genere” permei ancora profondamente la nostra cultura. Il secondo è la profondità e l’autenticità con cui vengono delineati i personaggi femminili, attraverso la quotidianità delle loro esistenze e la complessità del loro funzionamento psichico, ciascuno con le proprie risorse e fragilità. Le tre protagoniste principali sono tutte di una bellezza fuori dai canoni, a mettere l’accento sulla loro espressività, ma l’intento appare quello di smantellare gli stereotipi – positivi o negativi – che pesano su tutte le tante donne che si incontrano nella storia siano esse vittime, poliziotte, madri, terapeute.

Ce ne sono altri, di motivi, per cui questa miniserie andrebbe vista: per esempio mette in luce la possibilità – o meglio la necessità – di riconoscere gli errori, chiedere scusa, tentare di riparare – anche se può non bastare. E c’è anche la gratitudine, ma il discorso si farebbe davvero troppo lungo.

 

Maggio 2020