Venere in pelliccia (La Vénus à la fourrure)

Dati sul film: regia di Roman Polanski, Francia, Polonia, 2013, 96 min.

Trailer: 

Genere: drammatico

Trama. ‘Venere in pelliccia’, del maestro Polanski, tratto da un testo teatrale di Davis Ives ispirato all’omonimo romanzo scritto nel 1870 da Leopold von Sacher-Masoch, è tutto girato all’interno di un decadente teatro. Il regista Thomas (Mathieu Amalric, alter ego di Polanski) sta per tornarsene a casa dopo un pomeriggio deludente di audizioni per trovare Vanda, l’interprete femminile della sua piéce teatrale, quando una donna fradicia di pioggia (Emmanuelle Seigner), irrompe imprecando contro se stessa per essere arrivata troppo tardi. Thomas tenta inutilmente di liberarsi di lei, che dichiara di chiamarsi Vanda, come la ricercata protagonista, di primo acchito volgare, ignorante e incapace, che gli s’impone tuttavia sfacciatamente, spiazzandolo con una serie di ‘mosse’ inaspettate. Da una grande borsa Vanda estrae il suo vestito di scena, poi quello del co-protagonista e … l’audizione comincia.

Si mette in scena la storia di una grande passione? Di una relazione profonda e complessa tra un uomo e una donna o piuttosto di un rapporto sadomasochistico perverso? Del conflitto di una coppia o piuttosto di quello tra maschile e femminile? Delle vicissitudini del mondo interno, diviso tra istanze sadiche e masochistiche? Queste e altre possono essere le ipotesi. Un film che, come un sogno, si offre a molteplici interpretazioni, ingaggiando con ogni spettatore un dialogo serrato, a tratti ironico, a diversi livelli di profondità.

Andare o non andare a vedere il film? Il dramma si svolge su un palcoscenico dove è rimasta la scenografia del precedente spettacolo, ambientato nel vecchio west: un grande fallico cactus, un bivacco con un falò centrale (l’organo sessuale femminile?), una scrivania, qualche sedia e una chaise longue che, da una posizione laterale, viene spostata nel corso del film sempre più al centro. In una sequenza, diventa proprio il divano dell’analista, richiamando quel geniale corto dello stesso regista presentato da Prada a Cannes lo scorso anno ‘A therapy’ (http://bit.ly/Jta93o). Dove è lo psicoanalista, durante una seduta, a indossare voluttuosamente la pelliccia della sua paziente. Forte è anche il rimando a numerose e differenti rappresentazioni della seduta psicoanalitica sulla scena.

Realtà e rappresentazione, oggetti e simboli, volti e maschere, battute attoriali e frammenti di conversazione, autenticità e finzione, sogno e interpretazione sociologica, inversione di ruoli tra vittima e carnefice, si alternano e si confondono sulla scena, in un crescendo che trasmuta qualcosa che comincia come la relazione tra un uomo e una donna in una tragedia euripidea. Dal quotidiano all’archetipico, senza soluzione di continuità. La suoneria di un cellulare ricorda allo spettatore che c’è un mondo fuori, che ci appare meno ‘vero’ del rumore di un cucchiaino immaginario che rimescola un’immaginaria tazzina di caffè, scena straordinaria di mimo alla Marcel Marceu.

La versione di uno psicoanalista. Citando Shakespeare, secondo cui ‘tutto il mondo è un palcoscenico’ e tutti gli uomini e le donne sono ‘semplicemente attori’, la grande psicoanalista Joyce McDougall ha scritto che il teatro si può considerare la metafora della realtà psichica e che i nostri ‘personaggi interiori’ cercano costantemente un palcoscenico su cui recitare le loro commedie e le loro tragedie. Ha sintetizzato così molto efficacemente l’evoluzione culturale del concetto di identità, che ha preso avvio alla fine dell’Ottocento, secondo il quale all’interno di ognuno di noi coesistono una molteplicità di persone psichiche, un coacervo di pulsioni.

A Polanski bastano il set di un vecchio teatro, due grandi attori, per fare un film che mette in scena l’inquietudine di quella ‘sola moltitudine’, per dirla con il poeta Pessoa, che è in ognuno di noi; per rappresentare l’ambiguità e l’ambivalenza, le pulsioni e i conflitti, la lotta tra violente forze istintuali, tra piacere e dispiacere, che ci abitano ed evocando nello stesso tempo il disperato bisogno di coesione e integrazione cui aspiriamo. ‘Siamo tutti spiegabili, ma inestricabili’: suona più o meno così una battuta recitata da Thomas. Al centro della scena c’è il divano: forse una possibilità di entrare in contatto con se stessi, la propria storia e l’Altro, e poter fornire comunque di senso anche l’inestricabile.

E, infine…si può dimenticare che Vanda Venere Emanuelle è nella realtà la moglie di Roman? E se il film fosse anche una dichiarazione d’amore? E si possono dimenticare le vicissitudini personali del protagonista, la perdita della prima moglie e le accuse di abuso sessuale? Quante domande!

Novembre 2013