Viva la sposa

Viva la sposa

Ascanio celestini, Italia, Francia, Belgio, 2015, 85′

Sezione Orizzonti

Commento di Elisabetta Marchiori

“Per fortuna che sono tornato a essere un burattino” dice Nicola, alter ego di Celestini già dal suo film precedente La pecora nera, invertendo il finale di Pinocchio. Dal padre, quello vero, intagliatore di legno, di cui Celestini porta sempre vividi ricordi, forse avrebbe desiderato proprio questo. Perché i burattini non sentono dolore, mentre gli uomini sì. E sono storie intrecciate di uomini donne e bambini, dolenti, anonime eppure uniche, quelle che il film mostra. Celestini, regista, sceneggiatore e attore protagonista, racconta, da abile cantastorie qual è, un’umanità che, nello spazio o nei tempi e nei ritmi, è ai margini della vita sociale, e vive dove la città sembra finire e invece comincia. Forse pensando alla scomparsa delle lucciole di Pasolini, Celestini ci ricorda che non sono le “persone che scompaiono” (e qui viene in mente il bellissimo libro dello psicoanalista Benjamin Kilborne), ma siamo noi che non le vediamo, che non andiamo a cercarle. Se sappiamo trovarle, troveremo le loro storie, come ha fatto lui, e potremmo farcele raccontare e raccontarle. Non parliamo quindi di non-luoghi, ma di incapacità ad essere nei luoghi, lì dove facciamo più fatica a misurarci e a farci carico dei nostri affetti e di quelli dell’altro, tanto più quanto può essere lontano e diverso da noi. Perché le storie contano, ma ancor più contano le relazioni tra i protagonisti delle storie, così come il dispositivo analitico funge da contenitore di una relazione ma, soprattutto, di vicissitudini transferali e controtransferali tra due persone che parlano, poco importa se nella stessa stanza o nello stesso bar, che sono il motore del cambiamento.
In Evviva la sposa si ripetono immagini e suoni proposti in La pecora nera, non più tra porte e sbarre di un manicomio, ma in un altrove che è ovunque, forse proprio dentro di noi. Questo, spiega Celestini, è inevitabile, abbiamo tutti delle immagini impresse a fuoco dentro di noi, che riguardano la nostra storia personale. Le cose precedono le parole per dirle, il soggetto è prima di poter raccontarsi ed essere raccontato.
L’immagine mediatica della sposa rimanda ad un sogno di redenzione, alla possibilità di un cambiamento, al poter dare colore (basta un rossetto) al grigio dell’esistenza, come, forse, Lo sceicco bianco di Fellini.
I personaggi, a detta di Celestini “sono senza speranza ma non disperati”, hanno perso la prospettiva del proprio destino, si sono in qualche modo lasciati andare alla vita.
Nel film di Celestini non c’è ombra di retorica o moralismo. Invita lo spettatore ad appropriarsi di una sua visione, di una sua versione e ad assumersene le responsabilità. Come fa Nicola.

7 settembre 2015