“Il vizio della speranza” di Edoardo De Angelis. Recensione di Maria Antoncecchi

Autore: Maria Antoncecchi

Titolo: Il vizio della speranza

Dati sul film: regia di  Edoardo De Angelis, Italia, 2018, 90’

Genere: Drammatico

“Il ventre di Maria è come il letto del fiume, un ricettacolo di oggetti che il fiume ha portato a valle. Oggetti svuotati del loro significato che in questo film vengono ripescati e riempiti di un nuovo significato” (intervista a Edoardo De Angelis, Comingsoon.it).

 

Maria, interpretata dalla brava Pina Turco, moglie del regista Edoardo De Angelis, traghetta dall’altra parte del fiume, per un’organizzazione criminale, prostitute nigeriane incinte costrette a vendere i neonati. Maria sembra essere rassegnata al suo destino fino a quando un evento inatteso la spinge a cambiare radicalmente la sua vita.

“Il vizio della speranza” è il quarto lungometraggio di De Angelis, che si è aggiudicato  il Premio del Pubblico alla Festa del Cinema di Roma 2018 e quelli per la migliore regia e per la migliore attrice protagonista all’International Film Festival di Tokyo. È stato scritto dal regista stesso insieme ad Umberto Contarello, sceneggiatore di molti film di Paolo Sorrentino.

Il regista, casertano, ha girato il film in una zona periferica di Castel Volturno, come la sua opera precedente “Indivisibili” (2016), confermando il suo forte legame con la Campania, e trasportandci in territori nei quali la vita sembra aver trovato il suo limite. Si tratta di un “non luogo”, nel quale case abusive e degrado fanno da sfondo alla vita di persone la cui identità è stata cancellata e che sopravvivono prigioniere di un ambiente ostile e violento, che non offre loro né speranza né futuro. Sin dalla prima scena il film ci affascina e ci respinge, mostrandoci quella parte oscura del mondo che vorremmo non  conoscere.

In questo apparente eccesso di realismo si nasconde una parabola della vita che, come in un miracolo, emerge , tra l’orrore e la morte, per ricordarci che esiste una forza capace di superare ogni ostacolo destando in noi una stupita -forse troppo – meraviglia:

“La vita non può conoscere alcuna forma di barriera: è così prepotente che rompe il limite anche della disperazione. È il peggior nemico della disperazione la vita che si tramanda”, ha dichiarato De Angelis alla Festa del Cinema di Roma.

 

Ed è in questo mondo che Maria, nel giorno della sua Prima Comunione viene ripescata nel fiume, con il suo abito bianco, quasi morta, dove è stata gettata ferita ed oltraggiata. Un trauma che la segnerà per sempre nell’anima e nel corpo, facendola diventare, attraverso l’identificazione con il suo aggressore, la scrupolosa aiutante di una trafficante di bambini appena nati. Maria, per conto della cinica Zì Marì, trasporta sulla sua barca le donne gravide in luogo sicuro per farle partorire e vendere i loro neonati. Con il suo cappuccio sulla testa, accompagnata da un pitbull, la protagonista, pare muoversi con una corazza addosso, fino a quando qualcosa dentro di lei scuote questo scudo difensivo. La sua indifferenza porta con sé, infatti, la perdita di ogni speranza, il prevalere di una delusione profonda e la rinuncia a un progetto vitale.

Immaginiamo che le sue difficoltà siano iniziate nell’infanzia, quando ha dovuto prendersi cura di una madre depressa sopprimendo molto presto le sue parti più autentiche e “svendendo” la bambina piena di slancio vitale che era in lei. L’impossibilità di disporre di un oggetto materno ricettivo ha impedito quel legame libidico indispensabile per la crescita emotiva, arrestando il suo sviluppo. Maria la deve accudire, in una sorta di inversione di ruoli che è ben rappresentata dall’immagine del seno senza capezzolo della madre mentre è nella vasca da bagno. Un seno vuoto e danneggiato, incapace di nutrirla e di proteggerla da un ambiente non umano. Il proprio ventre “ferito”, privato dalla possibilità di generare, testimonia la violenza di relazioni abusanti e l’assenza di un legame solido e vivificante. Ma è proprio il corpo sterile e mortificato, paradossalmente, a dare inizio, fuori da ogni consapevolezza, ad una nuova nascita. Maria “sceglie” di personificare il suo destino e di  trasformare la sua “spinta a esistere” (Ambrosiano, Gaburri, 2008) in una svolta verso una vita diversa e migliore.

Maria – ci dice ancora il regista- è generatrice, e anche in una condizione di aridità  è viva, è speranza, è l’anello di congiunzione tra il passato e il futuro” (intervista ad Edoardo De Angelis, comingsoon.it, 2 novembre 2018).

Sarà infatti il casuale incontro tra Maria e Carlo, un giostraio, l’unica persona “umana”, come la definisce lei stessa, a darle la possibilità di riaprire la scatola dei ricordi, facendo riaffiorare il trauma. Un incontro trasformativo, che richiama la relazione analitica, nella quale Maria, rievocando il passato, trova un nuovo orizzonte per il futuro. Tra Le fotografie, che Carlo scattava per immortalare i volti impauriti dei ragazzini sulla giostra, c’erano anche quelle di Maria, nel giorno della sua Prima Comunione, poco prima che avvenisse la violenza. Insieme ricordano quel giorno: un racconto che restituisce, a Maria, attraverso una nuova alleanza, una memoria e un’identità, un bene prezioso in un luogo alienante.

Il fiume simbolo di confine tra vita e morte, tra speranza e rassegnazione, diventa un limite che si può oltrepassare, un luogo nel quale gli affetti riprendono vita e nuovi oggetti ridisegnano l’avvenire.

Vorrei concludere segnalando la musica di Enzo Avitabile che, attraverso i testi e il ritmo delle sue canzoni, riesce a creare una sonorità perfettamente integrata con il racconto.

 

Riferimenti bibliografici

Ambrosiano L. Gaburri E. (2008) La spinta ad esistere, Borla, Roma.

Bion, W. R., (1967) Analisi degli schizofrenici e metodo psicoanalitico, Armando, Roma,  1970

Garland C. a cura di (1998) Comprendere il trauma, Bruno Mondadori, Milano, 2001

 

Febbraio 2019