“Waiting for the Barbarians” di C. Guerra. Commento di S. Pesce

Autore: Simona Pesce

Titolo: Waiting for the Barbarians

Dati sul film: Regia di Ciro Guerra, Italia, 2019, 112’, SEZIONE IN CONCORSO

Genere: Drammatico

“Waiting for the Barbarians”, pellicola del regista colombiano Ciro Guerra, è tratto dall’omonimo romanzo del premio Nobel J.M.Coetzee ed evoca inevitabilmente il noto Deserto dei Tartari.

Nonostante il sovraffollarsi di temi e immagini già conosciute, il film si sviluppa attorno alla storia del personaggio principale: un Magistrato, reso eccezionale dall’abilità interpretativa di Mark Rylance, che amministra senza ostento parte del confine dell’impero a cui appartiene. E’ la vicenda umana di quest’uomo di giustizia che dà al film la sua originalità.

Nelle terre sabbiose e imprevedibili, dove la storia si svolge, tutto regna in pace fino a quando  non giunge un Colonnello che cerca spietatamente una verità, come lui stesso annuncia, che gli è necessaria: i Barbari ostili, appena fuori dal confine dell’impero sono sul punto di attaccare, e vanno quindi respinti e aggrediti. Questa verità costruita dalla mente del Colonnello viene creata concretamente dalla violenza che lui e i suoi uomini decidono di infliggere ai pochi nomadi che vivono nella città-fortezza dove la narrazione si svolge.

In una divisione quasi eccessiva di valori positivi e negativi i due protagonisti della storia si fronteggiano: il Magistrato, uomo sensibile e dotato di una forza che deriva dalla calma e dal desiderio di non confliggere, e il Colonnello, uomo-militare che trae dalla ferocia la sua unica forza. Il Colonnello è un uomo che non mostra mai il suo sguardo che resta celato da una protezione continua: gli immancabili occhiali; contrariamente a lui lo sguardo del Magistrato è uno sguardo che va in profondità, che cerca di comprendere, che non desidera imporsi.

Lo stesso Ciro Guerra scrive che nell’adattare il testo letterario alla scenografia si è trovato a costruire una storia che pensava provenisse da tempi ed epoche lontane ma che ha scoperto essere parte della sua storia contemporanea.

L’interpretazione della contemporaneità che questo film ci prospetta, ci pone un quesito necessario: come si arriva ad avere un nemico?

La scena conclusiva del film mostra al pubblico un nemico potente e inesorabile che avanza, ma è solo alla fine di una specifica storia che ciò accade. E’ necessario che trascorrano almeno tre diverse stagioni – l’estate l’inverno e l’autunno, come la suddivisione temporale filmica narra-  per giungere all’arrivo del nemico.

Questa storia ci parla chiaramente, e per alcuni versi poeticamente, di come si vada costruendo l’odio che porta all’avanzata di una schiera di nemici.

La barbarie è quindi più intensa nei conquistatori che non nei conquistati, è più presente negli aggressori che devono difendere un confine che garantisce loro un’identità altrimenti troppo fragile. Mantenere i confini è parte del comportamento umano e ha a che fare con la percezione della propria identità, garantirlo grazie all’esasperazione dei pericoli di invasione è espressione di fragilità. Aspettando i barbari si confonde quindi con una loro creazione.

Il bisogno di confrontarsi con la barbarie è un tema che mi pare attragga entrambi i personaggi della storia. Alcuni sguardi tristi e dolci del Magistrato mostrano un eccessivo indugio nelle sofferenze dei suoi vicini nomadi. Sembra quasi che l’amore che nasce tra lui e una giovane ragazza, torturata dagli uomini del Colonnello, sia spinto dal desiderio di avvicinarsi a queste ferite. In tal modo il Magistrato cura le ferite inflitte e imbriglia la barbarie con il sentimento amoroso.

Ma quando la barbarie è pericolosamente posta poco al di là del confine della propria comunità, o della propria identità, non si è più protetti. Dopo il susseguirsi delle necessarie stagioni storiche il nemico in cerca di vendetta inevitabilmente si affaccia perciò all’orizzonte.

 

Settembre 2019