Women’s Tales: The Door e Le donne della Vucciria

  • Autore: Rossella Valdrè
  • Titolo: Women’s Tales: “The Door” e “Le donne della Vucciria”
  • Sezione: Giornate degli Autori (Venice days)
  • Dati sul film: Due “film brevi”: The Door di Ava DuVernay e Le Donne della Vucciria di Hiam Abbas. Italia-Francia 2013. Quinto film della serie “Miu Miu Women’s Tales”, dalla collaborazione tra la stilista Miu Miu con le Giornate degli Autori (di cui Miu Miu è Creative Partner). All’interno del ciclo d’incontri “Creatività al femminile”.
  • Giudizio: **
  • Genere: spot (5’, 7’min.)
  • Trama: Non vi è praticamente trama in questi brevissimi spot (mi pare eccessivo chiamarli ‘film brevi’ come qui sono indicati) che segnalo soprattutto per due punti: l’interesse dell’intero ciclo in cui ogni anno (rintracciabili in rete) la casa di moda Miu Miu propone brevissime opere di registe donne, e appunto per l’emersione di registe che difficilmente avrebbero avuto eco internazionale. E’ il caso di Ava DuVernay, regista di The Door, prima afroamericana a vincere nel 2012 il Sundance Festival per la regia. E’ un’esaltazione del potere di trasformazione esercitato dai legami tra donne; ma anche una storia simbolica che racconta il cambiamento di vita. Entrambi gli ‘spot’ raffigurano ed esaltano il legame fra donne, quale legame potenzialmente liberatorio: è una danza a rappresentarlo in Le donne delle Vucciria, mentre in The Door la pur brevissima messa in scena è un poco più complessa. Qui, il centro simbolico è l’ingresso della casa della protagonista, la porta. Alla porta di questa bellissima donna, verosimilmente una modella dallo sguardo triste, giungono diverse amiche, ugualmente patinate e bellissime, e portano ciascuna qualcosa di sé. Il tutto avviene in silenzio, in compagnia sole delle musiche e delle immagini. Spiega la stessa DuVernay che “alla fine, vediamo che la nostra protagonista è pronta a varcare la porta da sola; e la porta rappresenta un percorso che conduce a ciò che siamo.” Se la porta è simbolica del passaggio, il continuo cambio di abbigliamento sembra rappresentare la trasformazione, il possibile rinnovamento che la modella – ma forse ogni donna il cui corpo è così fortemente investito – deve subire per ritrovarsi.
  • Andare o non andare a vederlo?: Se sarà presentato nelle sale, credo valga la pena vederlo inserito nell’intero ciclo comprensivo dei brevi film precedenti, di modo da farsene un’idea unitaria. I due singoli episodi, a mio avviso eccessivamente brevi (devo riconoscere che il ‘corto’, che vive oggi un certo recupero, è un genere che ho voluto segnalare per completezza, ma che non amo particolarmente) non riescono a trasmettere emozione e richiedono, sempre a parer mio, un eccesso di lettura intellettualista per venire compresi. Come a dire: non arrivano al cuore…. Un vero discorso sulla moda, sul suo impatto nel simbolico contemporaneo (su cui ad esempio il filosofo Baudrillard ha scritto pagine meravigliose) avrebbe potuto spingersi più in là…

 

  • La versione dello psicoanalista: Due riferimenti mi sono venuti a caldo alla mente, che vi propongo come libere associazioni da questa manciata di minuti d’immagini. Il noto romanzo La porta, dell’ungherese Tzabò (sarà casuale lo stesso titolo?), altra intimissima storia di due donne opposte per storia e provenienza (una serva e la sua padrona) che entrano via via in un profondo contatto; varcano, cioè, quella porta che è il segreto di ognuno, il nostro sé privato. L’altro, come accennato, le acute analisi di Baudrillard sulla moda come feticcio che esiste solo nella modernità, che entra a far parte del linguaggio dei segni e come ogni merce, al di là del suo apparente vitalismo, non è che un simulacro di morte (lo sguardo vuoto della modella…): 

 

  “La moda è paradossalmente l’inattuale. (…) la moda è quella che trae frivolità dalla morte e modernitàdel dèjà-vu. Essa è la disperazione del niente che dura…”

                                                                                  (J. Baudrillard, Lo scambio simbolico e la morte).