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“Cime tempestose” di E. Fennell. Recensione di Mirella Montemurro

Recensioni Cinema
"Cime tempestose" di E. Fennell. Recensione di Mirella Montemurro

Parole chiave: trauma,  pulsione di morte

Autrice: Mirella Montemurro

Titolo:  “Cime tempestose”

Dati sul film: regia di Emerald Fennell, USA, Gran Bretagna, 2026, durata 136’

Genere: drammatico

La rilettura cinematografica di “Cime tempestose” firmata da Emerald Fennell si inserisce nel percorso già segnato dagli eccessi estetici e morali mostrati in “Saltburn” e nella provocazione narrativa di “Una donna promettente”, riprendendo il classico di Emily Brontë per trasformarlo in un racconto viscerale, disturbante e ossessivo più che romantico. Il film si apre con una scena iniziale maniacale che stabilisce subito il tono dell’opera: durante un’impiccagione pubblica la folla oscilla tra orrore ed eccitazione morbosa e, subito dopo l’esecuzione, il clima scivola in una dimensione grottesca fatta di risa collettive, contatti fisici e perdita totale di freni morali, come se morte e desiderio diventassero la stessa esperienza; questa sequenza funziona come trauma originario e introduce un mondo dove eros e distruzione nascono insieme, anticipando una lettura psicoanalitica in cui il trauma non è un evento isolato ma una matrice che si ripete nelle relazioni successive secondo una logica di ripetizione traumatica, cioè il bisogno inconscio di rivivere la ferita per tentare — senza riuscirci — di dominarla. In questa chiave, la relazione tra i due protagonisti diventa il luogo in cui il trauma si riattiva continuamente: il loro legame non è romantico ma ossessivo, fondato su bisogno reciproco, volontà di ferire e farsi ferire e incapacità di esistere separatamente, assumendo i tratti di una dinamica sadomasochistica emotiva in cui lui accetta l’umiliazione pur di restarle vicino mentre lei esercita su di lui un potere affettivo distruttivo pur proclamando un amore assoluto, trasformando la passione in una forma di dipendenza identitaria e di vendetta contro il mondo. In questo contesto emerge anche la figura del padre della protagonista, rappresentato come un uomo sadico e dominatore che cresce sia la figlia biologica sia il figlio adottivo in un clima di controllo emotivo, umiliazione e gerarchie affettive instabili, creando una competizione tossica tra i due e trasmettendo un modello relazionale basato sul potere e sulla sofferenza come linguaggio dell’amore; il padre diventa così la prima figura che confonde cura e violenza, protezione e possesso, contribuendo a radicare nella protagonista l’idea che l’intensità emotiva debba passare attraverso la distruzione. Senza entrare in spoiler, la trama segue l’arrivo di un ragazzo emarginato in una famiglia isolata nelle brughiere, il suo legame totalizzante con la figlia del padrone di casa, la crescita parallela tra complicità infantile e tensioni sociali sempre più forti, e il ritorno in età adulta segnato dal desiderio di restare vicino alla donna amata e allo stesso tempo di regolare i conti con chi lo ha escluso; attorno a loro si sviluppa una rete di rapporti familiari e sociali che amplifica rivalità, desiderio, senso di appartenenza e vendetta, mentre l’estetica del film insiste su simbolismi evidenti, immagini cromaticamente cariche e una sensualità più iconografica che realmente vissuta, dando spesso la sensazione che l’opera accumuli segni visivi fino a rischiare di soffocare il cuore emotivo della storia e trasformando il desiderio in un elemento estetico più che in un’esperienza sensoriale autentica. Il risultato è un film volutamente divisivo, che cerca al contempo fascino e repulsione, e che ribalta il mito romantico trasformandolo in un racconto della ripetizione traumatica e della distruttività, in cui l’amore appare eterno solo perché incapace di evolvere oltre la propria ossessione.

“Cime tempestose” di E. Fennell. Recensione di Mirella Montemurro Monica Castellini

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