Cultura e Società

Atypical – Commento di A. ed E. Papuzza

16/06/21
Atypical - Commento di A. Papuzza ed E. Papuzza

ATYPICAL

Autore: Antonio Papuzza ed Elisabetta Papuzza

Titolo: “Atypical”

Dati sulla serie: regia di Seth Gordon, da un’idea di Robia Rashid, USA, 2017, Netflix.

Durata: 28 puntate, ciascuna di 30 minuti, 3 stagioni .

Genere: Commedia drammatica

 

 

 

 

 

“Ma in Italia è già uscito? … Guardatelo, a me sta piacendo molto, per vari motivi. Poi ne parliamo”. È nato così questo confronto a quattro mani, uno scambio in famiglia ma, al contempo, da un continente all’altro, dagli Stati Uniti all’Italia, intrecciando gli sguardi, le competenze, le esperienze, le geografie, dalla psicoanalisi all’antropologia culturale (Antonio, antropologo, insegna Organizational Behaviour alla University of Colorado at Boulder, USA).

Sam è un ragazzo di diciotto anni con un disturbo dello spettro autistico, probabilmente (anche se non viene mai specificato) si tratta della sindrome di Asperger. È lui quello “strano o atypical” il protagonista di questa serie televisiva, narrata in prima persona, ed è forse il punto di vista autobiografico a renderla particolarmente interessante. Sam è consapevole di non riuscire a orientarsi nella comunicazione emotiva e nelle relazioni interpersonali: comprendere le altre persone, ciò che provano o pensano, come si comportano, per lui è impresa ardua e fonte di continui fallimenti e difficoltà.

“Atypical” è un programma di successo negli Usa, esportato in centottanta paesi nel mondo, pensato per raggiungere il grande pubblico (un programma mainstream), ma di fatto considerato un pò di nicchia, per uno spettatore non necessariamente più colto, ma forse più sensibile della media.

La telecamera slitta da Sam agli altri personaggi, con un effetto al rallentatore quando l’inquadratura è su di lui, contrapposto ad una velocità normale quando lo sguardo è sul mondo esterno, come a sottolineare lo scarto fra la soggettività del protagonista, il suo mondo interno, e la realtà. Sam vive in una tranquilla cittadina della provincia americana, ha una famiglia, tipicamente middle class, frequenta una scuola superiore, ha un lavoro part-time in un negozio di strumenti tecnologici, dove può esprimere al meglio un aspetto di sè (certe sue capacità cognitive di calcolo e memoria), e dove conosce un coetaneo che diventa subito il suo migliore amico. Questi è un ragazzo dai tratti asiatici, assai meno brillante di lui nelle competenze tecnologiche, ma molto intraprendente con le ragazze, verso cui Sam comincia a muovere i suoi primi goffi passi. Sam è seguito da Julia, una psicoterapeuta (di evidente formazione non psicoanalitica), una giovane e bella donna, anch’essa dai tratti asiatici, intelligente e umana, che mostra affetto, capacità di contatto, e sembra soprattutto accompagnarlo in questo processo di soggettivazione e autonomia.

La fiction, dal ritmo brillante e particolarmente godibile nella fruizione, sembra volutamente non entrare nel merito dell’annoso dibattito che riguarda l’eziologia dei disturbi dello spettro autistico (mai si accenna alle cause, genetiche versus ambientali); le vicende dei personaggi, dal protagonista a tutti gli altri (i genitori, la sorella, la fidanzata, gli amici), sono narrate con sensibilità e rispetto, dando voce ai vissuti, le difficoltà, le ambivalenze, tra affetti e passioni, ferite narcisistiche, angosce e sensi di colpa.

Le puntate, una dopo l’altra, narrano di Sam, delle sue relazioni con il mondo, delle sue difficoltà e dei suoi successi, dei suoi movimenti evolutivi, della sua ricerca identitaria, tipica dell’adolescenza. Sam deve confrontarsi con le proprie difficoltà e paure, con la propria dipendenza, oltremodo protratta, verso i genitori, verso la madre soprattutto. “I pinguini non si separano mai” è il suo leit motif, in quanto Sam adora i pinguini e sa tutto di loro attraverso letture e documentari e numerose visite all’acquario. l’Antartide sembra rappresentare per lui una fantasia inconscia di legame fusionale dove non ci sono separazioni né strappi, dove si sta tutti uniti, appiccicati, dove l’ambiente – un continente di ghiaccio popolato da migliaia di pinguini – “sembra un deserto, ma non lo è”.

“Anche lui ha gli stessi bisogni di essere amato di qualsiasi altro essere umano”, dice Julia a sua madre, per aiutarla a comprendere le prime spinte puberali del ragazzo, che vorrebbe, sostenuto dalla terapia, avvicinarsi alle ragazze. La madre di Sam teme però che il figlio possa soffrirne, che si esponga a dei fallimenti, ma anche probabilmente che possa allontanarsi da lei. Tra madre e figlio c’è un legame simbiotico che, da una stagione all’altra, va in crisi ed evolve verso una maggiore separatezza di entrambi, con tutti i movimenti tipici, narrativamente ben descritti, di ciò che accade in un genitore quando un figlio cresce e spicca il volo, in questo caso più che mai data la disabilità del protagonista.

Attorno a Sam e alle sue esperienze esplorative verso la sessualità e una nuova affettività, ruotano le vicende dei suoi familiari, di cui nel tempo si intuiscono le storie, le difficoltà, le risorse, le problematiche esistenziali.

Si tratta di un modo di raccontare a nostro avviso laico e moderno, verso alcuni temi oggi frutto di pregiudizi, che spesso muovono resistenze e difese, quali la disabilità, i disturbi psicologici, l’omosessualità, il divorzio, le relazioni extra-coniugali; un modo di raccontare vicino ai sentimenti dei protagonisti, di cui vengono narrati i conflitti, le ambivalenze, i processi trasformativi. È un format che, nel susseguirsi delle puntate, appassiona e permette di entrare nei meandri della complessità soggettiva e intersoggettiva dei personaggi, di identificarsi con quegli aspetti autistici che risiedono in ognuno di noi, quelli per cui “l’altro da sé” è una galassia, un universo lontano e incomprensibile (“vorrei essere normale “ – dice Sam al ragazzo di sua sorella – “amico, nessuno è normale “, gli risponde l’altro).

La società americana si dedica da anni non solo a notare e raccontare, ma anche a celebrare la diversità in generale, rappresentata da persone diversamente abili, omosessuali, di diversa religione o provenienza étnica. Ogni tipo di diversità, nella società americana, deve essere notata ed accettata affinchè possa essere considerata normale ed avere pari opportunità. La maggior parte delle produzioni mediatiche americane, dalla televisione al cinema, a varie forme artistiche, hanno progressivamente proposto personaggi, storie e narrative che, più o meno esplicitamente, presentano volutamente elementi atti a promuovere valori di inclusione e giustizia sociale. Questo trend è così spinto che perfino alcuni eventi storici vengono raccontati in modo non realístico, cioè spesso scegliendo attori di origini e tratti somatici non caucasici per personaggi storicamente bianchi. Compensare e risarcire diventa più importante che descrivere realísticamente. “Atypical” sembra inserirsi in questo contesto culturale e, almeno nel paese dove è prodotto e ambientato, ci sembra derivi buona parte del proprio successo proprio dall’’enfasi che riesce a dare a tali valori, oltre che dalla bravura degli attori  e dalla sua efficacia narrativa.

Se volgiamo lo sguardo su cosa “Atypical” ci dice sull’essere umano, la nostra specie, e in particolare sul paese dove nasce e si ambienta, ci sembra l’espressione di un modello di società matura ed evoluta quanta più attenzione ponga alla cura dell’altro, alla collaborazione ed alla solidarietà, attraverso leggi ed azioni volte ad includere ed aiutare categorie diverse a vivere meglio. Pertanto, a prescindere dalle manipolazioni mediatiche, dalle controversie politiche e dalle agende di organizzazioni che usano i temi della diversità per dividere e discriminare, “Atypical” ci sembra un esempio di come gli Stati Uniti, quanto meno in quest’ambito, possano contribuire ad un messaggio positivo capace di far risuonare valori ed emozioni attraverso culture e paesi diversi, un’espressione di quell’America sana che può e deve essere condivisa.

 

Giugno 2021

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