Cultura e Società

Pieces of a woman – Commento di M. Montemurro

30/08/21
Bozza automatica 3

Autore: Mirella Montemurro

Titolo: “Pieces of a woman”

Dati sul film: regia di Kornél Mundruczó, 2020, 128’

Genere: Drammatico

“Pieces of a Woman” è stato presentato in concorso alla 77ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia e l’attrice, Vanessa Kirby, è stata premiata con la Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile.

Si tratta di un’opera a due voci, del regista Kornél Mundruczó e di Kate Weber, sua moglie, nel ruolo di sceneggiatrice. La toccante pellicola sublima la tragica esperienza della perdita di un figlio alla nascita, realmente vissuta dalla coppia, che permette di analizzare il tema del lutto.

Sean e Martha sono una giovane coppia in attesa del loro primo figlio e scelgono il parto in casa. Le acque si rompono, l’ostetrica scelta da loro è impegnata in un altro travaglio e al suo posto arriva Eva, una donna dal tenero aspetto materno. Seguono ventitré minuti trepidanti: le urla animalesche di Martha, la goffaggine di Sean, l’insicurezza di Eva che si rivela impreparata a sostenere un travaglio complicato. La bambina, chiamata Yvette, va in sofferenza fetale, finalmente nasce, qualche attimo di gioia, qualche foto scattata dal papà fiero, dopo, tragicamente, sopraggiunge la morte.

Le luci si spengono. Il dolore, nel film, ha due acustiche: dalle urla strazianti di Martha durante il travaglio si passa al silenzio più cupo. La coppia entra in una crisi profonda, emergono importanti divergenze nelle scelte da intraprendere post mortem – Martha decide autonomamente di donare il corpo della bambina alla formazione medica – e nel modo di vivere il dolore della perdita.

Martha si rifugia in un mondo parallelo, vagabonda alla ricerca di tutto ciò che è infantile, morde, succhia una mela, ne coltiva i suoi semi: la mela, si capirà alla fine, le ricorda il profumo della sua bambina. Alle richieste di condivisione di Sean – «un penny per i tuoi pensieri!» – Martha risponde di non averne. La mente è ferma nel dolore. Kristeva nel suo bel libro del 1987 scriveva: «Se non accetto di perdere mamma, non potrò né immaginarla né nominarla» (p.39). Martha è morta psichicamente, è andata persa la sua capacità di pensare e di simbolizzare.

Sean, ex alcolista, uomo fragile, dall’infanzia difficile, reagisce dapprima esternalizzando il dolore: commovente è la scena dove urla disperato «perché non hai voluto vivere». Chiede supplichevole a Martha di cambiare idea, di decidere per la sepoltura della piccola, un tentativo di trovare una collocazione interna dell’oggetto perduto che gli permetta di avviare un lavoro del lutto (Freud, 1915). Poco dopo Sean non regge al dolore, collassando in comportamenti ipomaniacali: la tradisce, riprende a bere e a drogarsi.

Uno dei personaggi principali è Elisabeth, madre di Martha, dispotica e ricca donna ebrea, sopravvissuta all’Olocausto, che non riesce a convivere con il dolore, pensa di superarlo reclamando giustizia, caparbiamente cerca di convincere sua figlia a intentare una battaglia legale ai danni dell’ostetrica. Solo dopo, in un commovente monologo, le racconterà la storia della sua nascita, la lotta disperata per la vita di lei neonata durante l’Olocausto. Attraverso la vicenda della nipotina Yvette rivive il trauma primordiale che ha sempre difensivamente tenuto lontano.

Elisabeth e Martha hanno un rapporto problematico. Martha cerca, come può, di reagire alla pre-potenza materna. È importante riflettere anche sulla scelta del parto in casa, fortemente voluto da Martha. Come se avvicinandosi al ruolo di madre volesse togliersi di dosso tutta la freddezza, l’austerità sperimentata nella relazione con il materno e che inconsciamente teme possa appartenerle.

Mentre si svolge il processo giudiziario, Martha decide di stampare le foto che la ritraggono con Yvette nei pochi attimi di vita. Dalla frammentarietà dell’esperienza traumatica, passa a una visione più unitaria, aiutata anche dall’immagine. Martha riconosce l’introiezione della relazione con l’oggetto d’amore perduto (Abraham, 1924), superando il lutto. Tra le scene conclusive compie un gesto rappresentativo su un ponte, la cui costruzione attraversa l’intero film, metafora eloquente di un collegamento tra un prima e un dopo.

Bibliografia

Abraham K. (1924) Tentativo di una storia evolutiva della libido sula base della psicoanalisi dei disturbi psichici. Opere, Vol. I., Torino, Boringhieri (1975).

Freud S. (1915 -1917). Lutto e melanconia. O.S.F., 8.

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