Cultura e Società

“107 madri” di P. Kerekes. Recensione di E. Marchiori

6/09/21
Bozza automatica 5

Autore: Elisabetta Marchiori

Titolo: “107 madri” (“Cenzorka”) (dal 78° Festival del Cinema di Venezia). In Concorso Sezione “Orizzonti”

Dati sul film: regia di Peter Kerekes, Ucraina, Repubblica Ceca, Cecoslovacchia, 93’, 2021

Genere: drammatico

Official Clip:

Ancora figure di madri, protagoniste assolute di diversi film presentati a questa complicata edizione della Mostra del Cinema (“Madres parallelas”, “The lost dougther”, “À plein temps”, “La ragazza ha volato”, finora). Queste però non sono vivaci, colorate e melodrammaticamente sofferenti come quelle almodovariane, ma cupe e silenziosamente disperate. Sono donne detenute in un penitenziario di Odessa, in Ucraina, che hanno partorito in carcere o vi sono state recluse con figli di meno di tre anni.   Al compimento del terzo anno di età, infatti, i bambini vengono affidati a chi se ne può prendere cura tra i parenti o portati in orfanotrofio. Con queste madri il regista ha trascorso molto tempo tra il 2015 e il 2020, e alcune di loro sono state scelte per raccontare la loro storia, così come la guardia carceraria Iryna. Solo la protagonista principale, Lesya, è un’attrice professionista, Maryna Klimova: poiché queste donne possono essere trasferite in qualsiasi momento o ottenere la libertà condizionata, il regista non poteva rischiare di perderla. Anche Klimova è stata insieme alle detenute, ha parlato con loro e, evidentemente, le ha comprese profondamente, riuscendo a calarsi nella parte tanto da apparire una di loro.

Il film vuole essere, come ha dichiarato il regista, una “testimonianza autentica e collettiva”, che riesce ad ottenere attraverso le storie delle detenute, che emerge dai dialoghi con Irina, ma anche, e soprattutto, dalle scene silenziose. Queste indugiano su momenti particolarmente struggenti, come quello in cui spengono con il figlio le tre candeline sulla torta, il momento della separazione, ma anche i brevi istanti in cui, allattando o giocando con i bambini, sembrano dimenticare la loro condizione. Sono scene che raffigurano istanti come sospesi al di fuori della dimensione spazio-temporale.

Quella di Leslya è la storia vera di una donna condannata per l’assassinio del marito per gelosia ed arrivata in carcere incinta, e si intreccia con quella di Iryna, una donna altrettanto sola, con una madre che la vorrebbe vedere sposata e da cui pretenderebbe dei nipoti. Iryna si affeziona invece al figlio di Leslya, di cui nessun parente vuole prendersi cura, a parte la suocera, con la crudele condizione che rinunci completamente a lui.

Il regista ha lavorato “per via di levare”, costruendo un film nitido, essenziale, estremamente toccante, che intreccia senza sbavature documentario e fiction, immergendo lo spettatore in un universo completamente femminile dove detenute, infermiere, guardie, di tutte le età, si distinguono tra loro solo grazie all’uniforme che indossano. I sentimenti di solitudine, disperazione, rassegnazione, colpa e pentimento, l’altalena emotiva della maternità, l’attaccamento tra madri e figli, il dolore per il distacco, emergono con forza dalle immagini e colpiscono profondamente lo spettatore, senza bisogno di alcuna spiegazione.

Settembre 2021

Chi ha letto questo articolo ha anche letto…

"Vidblysk" (“Riflesso”) di V. Vasjanovych. Recensione di P. Ferri

Leggi tutto

“Maternal” di M. Delpero. Recensione di V. Marchesin e M. Montemurro

Leggi tutto