Cultura e Società

“Annette” di L. Carax. Recensione di A. Meneghini

1/12/21
"Annette" di L. Carax. Recensione di A. Meneghini

Autore: Alessandra Meneghini.

Titolo: “Annette”

Dati sul film: regia di Léos Carax; Svizzera, Belgio, Giappone, Germania, Francia, Messico, U.S.A.; 2021; 139’.

Genere: drammatico, musicale

“Il vero amore trova sempre la giusta strada,

Il vero amore spesso si smarrisce”.

(dalla colonna sonora del film)

Henry, interpretato da un superlativo Adam Driver, è un comico di successo. La sua è un’ironia tagliente, sarcastica, al limite della provocazione. Ann è una giovane soprano dotata di grande talento che miete consensi entusiasti. Dolce, sorridente, è adorata dal pubblico che la segue ovunque.

Ann ed Henry si amano di un amore assoluto, romantico e passionale insieme. La loro storia d’amore si intreccia con il loro successo sulle tavole del palcoscenico. Incantano i fans, che seguono ammaliati le tappe della loro unione sui media.

I due artisti incarnano la perfezione. Tutto sembra andare per il meglio, fino a quando arriva Annette. Annette è la figlia desiderata, “Her Majesy the Baby” direbbe Freud (1914), erede del narcisismo dei genitori, coronamento della loro felicità. Come ogni corona, anche questa ha le sue spine. Annette viene rappresentata nel film come un manichino di plastica, si notano le vistose cerniere che uniscono le mani e i piedi agli arti, come pure la cicatrice sul suo volto inanimato. L’avvento di Annette apre un pertugio nell’idillio familiare che diventa via via un abisso. A farsene portavoce è Henry, che assume sempre più la parte distruttiva della coppia, caricandosi di invidia verso il crescente successo della moglie, fino ad esprimere in pubblico il desiderio di ucciderla. Durante un’escursione in barca, Ann viene travolta dalle onde in burrasca ed il marito non fa alcun tentativo per evitarne la morte.

Henry si ritrova da solo con la figlia/burattino, di cui scopre il formidabile talento sonoro. Deciso a sfruttarlo, compie ogni genere di misfatto fino all’incarcerazione. Solo a quel punto, di fronte al padre che supplica il suo amore, Annette abbandona il proprio corpo di burattino per diventare una bambina in carne ed ossa.

Difficile è stato scrivere su questo film, come difficile è stato vederlo al cinema.

Definito dalla critica “onirico, folle, visionario”, l’ultimo film del regista francese Carax è un musical noir che si snoda in una Los Angeles notturna, avvolta dalle musiche degli Sparks, duo musicale statunitense, artefice anche del soggetto e della sceneggiatura dell’opera.

Numerose sono le suggestioni per lo psicoanalista. Una di queste è data dal filo associativo: disturbante – inquietante – Perturbante (Freud, 1919).

L’atmosfera della pellicola è fiabesca, sono presenti echi di Biancaneve, Pinocchio, la Bella e la Bestia, di una cifra che però ha a che fare con il negativo (Green, 1983). Henry ed Ann sembrano costituire una monade narcisisticamente perfetta, con cui ognuno vorrebbe identificarsi, proprio come fanno i loro fans. Sembrano muoversi in uno spazio-tempo bidimensionale, dove la finzione confonde e permea di sé la realtà. Non a caso, il prodotto della loro unione è una bambina/manichino, una protesi che puntella e nello stesso tempo rispecchia con drammaticità il fragile narcisismo genitoriale. Qua e là compaiono degli specchi in cui sia Ann sia Henry si guardano, cercando conferma del proprio Sé. La trovano fino alla nascita di Annette, che provoca l’irruzione traumatica nella monade del terzo, la fine dell’illusione, tramite un’altra illusione. Un gioco di specchi mortifero che riflette l’assenza, lo sguardo inanimato dell’altro (Ann/Annette), che provocherà l’erompere della distruttività di Henry, quasi un estremo tentativo di rimanere vivo. Solo tramite l’accesso alla strettoia rappresentata dal sentimento di colpa (Klein, 1921-1958), Henry potrà veder trasformare Annette (e se stesso) in una persona viva e reale.

Forse il Perturbante che traspare nel film di Carax ha a che fare con “tutto ciò che avrebbe dovuto rimanere segreto, nascosto, e che è invece affiorato (Freud, ibidem): il rispecchiamento vuoto con un oggetto che quando doveva farsi trovare vivo non lo era, la rottura della fusionalità ed il crollo (Winnicott, 1963), che in misura più o meno lieve, ognuno di noi può aver conosciuto nella propria vita senza averlo mai potuto pensare (Bollas, 1987).

BIBLIOGRAFIA

Bollas C. (1987). L’ombra dell’oggetto. Milano, Raffaello Cortina, 2018.

Freud S. (1919). Il Perturbante. O.S.F. 9, Boringhieri.

Freud S. (1914). Introduzione al narcisismo. O.S.F. 7, Boringhieri.

Green A. (1983). Narcisismo di vita, narcisismo di morte. Milano, Raffaello Cortina, 2018.

Klein M. (1921-1958). Scritti. Torino, Boringhieri 1978       

Moroni, A.A. (2019) Sul Perturbante. Attualità di un’idea freudiana nella società e nella clinica psicoanalitica di oggi, Milano, Mimesis Edizioni.

Winnicott D. (1963). La paura del crollo. Esplorazioni psicoanalitiche, Milano, Raffaello Cortina, 1995.

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