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“Il Falsario” di Stefano Lodovichi. Recensione di Antonio Buonanno, Chiara Buoncristiani e Tommaso Romani

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"Il Falsario" di Stefano Lodovichi. Recension

Parole chiave: personalità come se, bugia

Autore: Antonio Buonanno, Chiara Buoncristiani e Tommaso Romani

Titolo: “Il Falsario” o The big Fake.

Dati: regia di Stefano Lodovichi, Italia, 2025, 110’, in streaming su Netflix

Genere: drammatico, (noir/crime)

Roma, fine anni Settanta: una città che balla e brucia insieme. Nel bel film “Il Falsario” (riuscita trasposizione cinematografica “falsamente” ispirata alle vicende di Antonio Chichiarelli), in onda su Netflix, la macchina da presa segue un ragazzo che sembra comparire ovunque ci sia una fessura – una porta da scassinare, una firma da imitare, un mondo da attraversare con una battuta pronta e un tratto di matita. Si presenta come Toni Della Duchessa: nome d’arte e dichiarazione d’intenti, quasi che basti un titolo – detto con disinvoltura – per trasformare la provenienza in destino. Attorno a lui, la Roma barocca della politica e del crimine, dei salotti e delle cantine, delle appartenenze che si accendono e si spengono come luci di scena.

Toni entra ed esce dai gruppi, dalle complicità e dalle ideologie con la stessa rapidità con cui passa da un gesto creativo a un gesto predatorio: disegna, copia, falsifica, seduce, si offre. Può fiancheggiare mondi incompatibili – dalle BR alla Banda della Magliana – senza che il film lo presenti davvero come se si sentisse convintamente “al suo posto” (a differenza dell’amico Fabione, sicuro di aver trovato il suo nelle bande armate); spesso sembra eccentrico, mai a disagio da nessuna parte ma sempre un po’ fuori luogo ovunque: sembra mosso dalla corrente del desiderio altrui, dalla capacità di intercettare ciò che l’altro vuole vedere. Nella vita privata, la relazione con Donata e l’incontro con figure come zù Pippo rendono ancora più evidente una qualità di fondo: Toni è un “giocatore”, uno che vive di accelerazioni, di spettacolo, di riconoscimenti rapidi. E tuttavia, dentro questa vitalità, il film lascia affiorare lampi stranianti – come la surreale ricerca nel lago ghiacciato del corpo di Aldo Moro – in cui la Storia sembra chiamarlo per nome, a posteriori, trascinando la sua maschera dentro un teatro nazionale più grande di lui.

È in questo paesaggio – di copie, travestimenti, appartenenze intermittenti e improvvise irruzioni del reale – che la personalità del protagonista sembra muoversi tra due polarità.

La prima, più evidente, è quella “come se”, nella definizione della psicoanalista Helene Deutsch.

Le personalità “come se” sono caratterizzate dalla capacità di suscitare “l’impressione inevitabile che l’intero loro modo di essere di fronte alla vita abbia qualcosa che manca di genuinità, e tuttavia, esso sia come se fosse normale”. Le persone in questione trasmettono cioè l’impressione di “completa normalità” ma, al tempo stesso, la sensazione che faccia loro difetto qualcosa, nello specifico il vero calore e i veri sentimenti, anche se in apparenza essi intrattengono rapporti affettivi e di amicizia ricchi e variegati. La Deutsch adopera nel suo lavoro l’aggettivo “impalpabile” per rendere la cifra caratterizzante queste personalità che, così come nell’espressione della propria creatività sono capaci di un lavoro di copia efficace (o addirittura eccezionale a livello di riproduzione artistica, come nel caso del nostro falsario) ma che è privo di spunti originali, analogamente, anche nelle relazioni affettive, essi esprimono le emozioni in modo “puramente formale”, essendo loro preclusa ogni esperienza interiore significativa. Sembrano quasi attraversare la vita, senza esserne mai però profondamente toccati, con una disposizione passiva verso l’ambiente ed una particolare capacità di modellarsi alle aspettative nei loro confronti, tanto da risultare immediatamente gratificanti per il partner e gli amici ma, alla lunga, invece deludenti a causa “dell’atmosfera emozionale vuota e convenzionale” che inevitabilmente instaurano.

Un “funzionamento” analogo si può osservare anche nell’ambito degli ideali e delle personali convinzioni, che possono facilmente essere modificati o traditi, in seguito a occasionali nuove identificazioni con persone diverse, come succede all’eroe del film, che fiancheggia, pur senza condividerne le idee, tanto le BR quanto la Banda della Magliana. Per questo, è anche possibile che personalità “come se” possano essere coinvolte in atti criminosi, proprio in virtù della loro facile suggestionabilità, che si esprime con la passività e la “tendenza automatica all’identificazione”.

Invece, la seconda polarità contrassegnante la personalità di Toni (Toni con la i e non con la y come tiene a specificare il protagonista, interpretato da un convincente Pietro Castellitto, in un tentativo di differenziazione e individuazione minimo, attraverso un piccolo scarto che gli permetta però di identificarsi e distinguersi, anche dall’altro Tony protagonista del 1978, anno che, secondo Enrico Deaglio, è stato in Italia quello dei due Toni: Tony Manero e Toni Chichiarelli), potrebbe essere definita con una felice espressione, usata in una intervista a La Repubblica da Riccardo Tozzi, produttore del film: “la vitalità del negativo”.

Cioè, gli stessi eventi che possono contribuire a creare le condizioni perché si formi una personalità “come se”, sembrano liberare nel protagonista del nostro film una irrefrenabile energia vitale, direi pulsionale. La personalità “come se” si struttura nel bambino che ha patito l’assenza del calore del corpo materno e della corrente libidica dei genitori che scorre nella costellazione edipica, con la conseguenza di una carenza nella costituzione del Super Io; di conseguenza le identificazioni, che in questi soggetti, una volta adulti, avvengono con oggetti esterni, anziché con quelli interni come accade con il superamento del complesso edipico, sono traballanti e malferme. Toni, della cui storia, nel film, nulla sappiamo se non che viene da un paese troppo piccolo e in ombra per contenerne le ambizioni e che la sua famiglia è rappresentata da due amici d’infanzia, uno diventato prete per necessità e l’altro politicamente impegnato per convinzione (interpretato da un convincente Pierluigi Gigante), nella realtà della vicenda di Antonio Chichiarelli ha in effetti perso la mamma a tre anni e poco dopo ha visto morire due fratelli; è quindi precocemente colpito dalla perdita e dalla mancanza irreparabile. A sostenerlo, oltre al legame con gli altri due amici con cui si trasferisce a Roma, sembra esserci una incredibile e poliedrica abilità con le mani (che si esprime soprattutto nel disegno e nel furto, anche con scasso, in cui, winnicottianamente, cerca di riappropriarsi di ciò che non ha avuto) e la fiducia nel suo successo, ambizione supportata, oltre che dal talento artistico, da una lingua veloce, dalla tagliente ironia, e da uno sguardo disincantato e rapido; il tutto nutrito dal piacere della conquista, che questo esuberante cocktail gli garantisce. Per esistere è necessario non solo imitare ma anche esagerare per essere visti, non passare inosservati, pena l’inesistenza.

Come racconta a zù Pippo (un mafioso che sembra ispirarsi a Pippo Calò), Toni è un giocatore e non può non giocare o, come dice di lui Donata, la sua compagna, vedendolo corteggiare altre donne: “è come un ragazzino, non riesce a trattenersi; l’importante per lui è fare spettacolo”. Il falsario è pertanto uomo di azione, sempre in movimento, parla senza riflettere, non pensando alle conseguenze di ciò che dice ma guidato dall’intuito di chi si mette al servizio del desiderio dell’altro. Desiderio che ovviamente è diverso a seconda dell’interlocutore e, quindi, è cangiante, porta a tradire, non riconosce fedeltà se non quella minima ma, nel film, fondamentale, al tifo calcistico, alla fede laica nell’Inter, che gli permette di appartenere a un gruppo, in cui trovare una famiglia e, forse, l’unica identità stabile.

Per Toni, un altro elemento forte di identificazione e fusione è quello con Roma e la sua bellezza, coprotagoniste de Il Falsario; la Roma brulicante di vita e violenza di quegli anni, creativa e distruttiva, in cui tutto sembrava possibile e quasi niente era come sembrava. La Roma barocca della politica e del Papa, del caos e del ballo (nel film, come a Roma in quegli anni, si balla molto), che purtroppo però non ha generato una stella danzante, forse anche perché, qui come altrove, la società che falsifica ha reso più difficile cogliere le differenze, piuttosto che amarle. Ha forse oscurato la luce autentica di ognuno, ostacolando la comprensione della realtà e la libera espressione di tutti; il conflitto, piuttosto che esprimersi dialetticamente, si è così radicalizzato in posizioni inconciliabili che, pur fortunatamente non esitando sempre in violenza, sembra rendere impossibile il confronto, lo scambio vero o addirittura l’incontro, accontentandosi di anestetizzarlo o falsificarlo e soffocando l’energia vitale nel negativo dello scetticismo, della indifferenza, dell’assenza di speranza e del cinismo e in molte, troppe vite come se.

La psicoanalisi, che ama la bellezza della verità e della differenza e non teme il conflitto, è oggi ancora necessaria.

Bibliografia

E. Deaglio (2024). C’era una volta in Italia. Gli anni Settanta. Feltrinelli ed.

L. Masina (2015). Personalità “come se” https://www.spiweb.it/la-ricerca/ricerca-psicoanalisi/personalita-come-se/

https://www.repubblica.it/spettacoli/cinema/2026/01/20/news/riccardo_tozzi_falsario_intervista_film-425106310

“Il Falsario” di Stefano Lodovichi. Recensione di Antonio Buonanno, Chiara Buoncristiani e Tommaso Romani Monica Castellini

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