Cultura e Società

“La zona d’interesse” di J. Glazer. Recensione di P. Ferri

14/03/24
"La zona d’interesse" di J. Glazer. Recensione di P. Ferri

Parole chiave: Psicoanalisi, orrore, sterminio, morte, soundtrack

Autrice: Paola Ferri

Titolo del film: “La zona d’interesse”

Dati sul film: regia di Jonathan Glazer, 2023, USA, UK, Polonia, 106′

Genere: drammatico, storico

“La zona d’interesse” è un film del 2023, scritto e diretto da Jonathan Glazer, che ha vinto il premio Oscar 2024 come miglior film in lingua straniera. È un adattamento dal romanzo omonimo del 2014 scritto da Martin Amis ed è stato in precedenza presentato al festival di Cannes 2023.

I protagonisti sono Rudolf Hoss (Christian Friede) ed Edving Ross ( Sandra Muller).

Rudolf Franz Ferdinand Hoss è stato nella realtà un militare e criminale di guerra tedesco, membro delle SS e primo comandante del campo di concentramento di Auschwitz. A lui si devono la rapida costruzione del campo e l’impiego dell’acido cianidrico nelle camere a gas per velocizzare le uccisioni. Al processo di Norimberga fu giudicato colpevole di crimini contro l’umanità dalla Corte Suprema di Varsavia e venne impiccato nel cortile del campo di Auschwitz il 16 aprile 1947.

Il film si apre con la radiosa, ma inquietante, visione di una felice famiglia in gita in riva al lago; poco dopo lo spettatore viene introdotto alla vita domestica della famigliola tedesca, che coltiva un bel giardino, fa giocare i bambini (quattro figli, due piccoli e due adolescenti) e sembra molto unita e operosa. La pellicola viene introdotta e chiusa da alcuni minuti di solo audio, una composizione che ha richiesto un anno di lavoro in studio di registrazione, da parte di Mica Levi, che richiama il suono di urla di dolore umane. Glazer, regista britannico, ci svela gradualmente il contesto generale. Cominciamo a intravedere cosa ci sia al di là del muro e quindi ad associarlo alle immagini note già viste migliaia di volte sulla tragedia dell’Olocausto. Ovviamente, svelato il mistero, tutto assume  un’agghiacciante e sinistra tonalità, paradossale e mostruosa, terrifica oltre l’umano sentire e direi quasi fantascientifica, come se non fosse tutto veramente accaduto.  Quello che è davvero shockante è il modo di raccontare una faccenda di apparente normalità, di banalità del male, come direbbe Hanna Arendt (1963). La famiglia “felice” vive a ridosso del campo di sterminio e i fiori sono coltivati con le ceneri provenienti dai forni crematori. La moglie del responsabile del campo, interpretata da una fantastica Sandra Huller (che abbiamo già visto in “Anatomia di una caduta”, 2023), invita le amiche e mogli dei militari delle SS e dà disposizioni alla servitù minacciando di farla finire nei forni, trattandosi di ragazze ebree; i bambini paiono giocare sereni, andare a scuola, e invitare gli amici a fare il bagno in piscina.

A poco a poco però gli effetti del trauma cominciano a farsi strada: i bambini sviluppano qualche tendenza al gioco sadico, il padre intrattiene rapporti sessuali di uso e abuso con la cameriera ebrea, e una delle due figlie diviene una specie di Cassandra che prevede sventura, sveglia nel cuore della notte e seduta inquietantemente con lo sguardo che guarda nel vuoto. Inoltre, una ragazzetta che, grazie a un effetto cinematografico, appare come una figura fosforescente su fondo scurissimo, sembra aggirarsi nei dintorni con una funzione che io ho sentito come riparativa rispetto al trauma che stanno subendo i prigionieri: li nutre con della frutta, e forse rappresenta il tentativo di rimediare in qualche modo a una situazione mostruosa.

Il film rappresenta una discesa negli inferi, nell’orrore mascherato da normalità; sul piano clinico sembra assomigliare al vuoto profondo e irrimediabile che sembrano vivere alcuni pazienti apparentemente super adattati a una vita che in realtà non è venata di alcuna affettività né calore: il mondo interno è completamente spento, e non esiste più alcun senso di appartenenza a un genere umano dotato di pietas e di compassione.

Il sentimento oceanico (Freud, 1929) è svanito, e siamo calati nell’orrore dell’indifferenza e della morte. Qualche riferimento lo farei anche con la introiezione della madre morta di Green (1980) o la posizione schizoparanoide della Klein (1946), qualora il seno cattivo non possa essere bonificato e non sia possibile nessuna integrazione con il seno buono e nutriente. È un terrore senza nome , la presentificazione del nulla e l’abisso del pensiero.

Non a caso il protagonista, nella scena finale, mentre vomita (un abbozzo di consapevolezza?) scende le scale di un edificio enorme in stile terzo Reich, in un androne sempre più buio, significante annichilamento e discesa negli inferi che preparano la fine. Siamo prima dell’angoscia, prima della perversione come negazione della nevrosi, prima (o dopo) il trauma indicibile, e forse non elaboratile, come purtroppo le attuali situazioni di gravi conflitti mondiali sembrano riattualizzare. Siamo davanti a riedizioni di traumi antichi non affrontabili, se non attraverso l’agito catastrofico delle guerre.

Bellissimo comunque. Musiche, direi anzi suoni, potenti ed evocativi come un unico suono di tamburo, con il pubblico in sala che non esce per un secondo dal silenzio, annichilito più o meno consapevolmente, dall’orrore. Ricorda, nella cruda rappresentazione del trauma, il film Il nastro bianco del 2009, pure tedesco. Bravo Glazer, e bello il suo discorso quando ha ricevuto l’Oscar, di cui raccomando l’ascolto.

Bibliografia

Arendt H. (1963). La banalità del male. Milano: Feltrinelli, 2019

Freud S. (1929). Il disagio della civiltà. O.S.F.10

Green A.Green A., (1980). La madre morta. In: Narcisismo di vita narcisismo di morte.  Roma: Borla 2005.

Klein M. (1946). Notes on somme schizoid mechanisms. London: Hogarth Press, 1952

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