Cultura e Società

“Madre” di B. Joon-Ho. Recensione di M. Montemurro

27/09/21
“Madre” di B. Joon-Ho. Recensione di M. Montemurro

Autore: Mirella Montemurro

Titolo: “Madre”

Dati sul film: regia di Bong Joon-Ho, 2009, 128 minuti

Genere: Drammatico

Tu non sei più vicina a Dio di noi; siamo lontani tutti. Ma tu hai stupende benedette le mani. Nascono chiare in te dal manto, luminoso contorno: io sono la rugiada, il giorno, ma tu, tu sei la pianta. “Le mani della madre” di Rainer Maria Rilke

Le mani della madre nella splendida lirica di Rilke sono benedette: sono mani che proteggono, accudiscono, fanno crescere e lasciano andare. Le mani accudenti della madre, nella pellicola di Bong Joon-Ho, sono anche mani che intrappolano, inglobano in un rapporto simbiotico, mortifero.

“Madre” è un film del 2009, presentato al Festival di Cannes nella sezione Un Certain Regard, finalmente uscito al cinema in Italia lo scorso luglio, distribuito da PFA Films ed Emme Cinematografica. Considerato da molti il vero capolavoro di Bong Joon-Ho, il regista sudcoreano premio Oscar di “Parasite”. “Madre” ricorda il precedente film del regista “Memorie di un assassino” (2003), in entrambi i film vi è un delitto chiuso maldestramente dalla polizia sudcoreana; in entrambi vi è la rappresentazione di uno spaccato sociale del Paese: il regista mette in evidenza disuguaglianze sociali; a una Corea contemporanea che gioca a golf, ne contrappone una arcaica che ricorre a pozioni per rimanere incinta.

La scena di apertura del film è una scena ipnotica: una madre che danza in un dorato campo di grano accompagnata dalle malinconiche note di Lee Byung Woo (https://www.youtube.com/watch?v=HMZvrdZ86M8&list=RDHMZvrdZ86M8&index=1). Un ballo disperato e liberatorio che profuma di fuga dalla realtà, in una dimensione divina, onnipotente e onnisciente. È una scena flash-forward, un’anticipazione di un percorso narrativo che acquisirà senso solo nel finale, dopo un viaggio drammatico con una madre e suo figlio Do-Joon, un ragazzo con un ritardo mentale che viene accusato di omicidio. La madre – nel film senza nome – inizia una indagine personale alla ricerca dell’assassino arrivando a un esito sconvolgente, che la porterà a superare ogni limite. La madre, interpretata dalla magistrale Kim Hye-ja, è una figura colossale e fragilissima, mastodontica, alacre e ineluttabilmente malinconica. Una madre pantocratore che può tutto, spinta profondamente dal bisogno narcisistico di sentirsi confermata nel proprio ruolo. Una donna non in contatto con i propri aspetti distruttivi che, come scrive Rosenfeld (1971), possono presentarsi: “mascherati come onnipotentemente benevoli, promettendogli soluzioni rapide per tutti i suoi problemi. Queste false promesse mirano a rendere il sé normale dipendente, anche in modo tossicomanico, dal sé onnipotente, e ad attirare le parti sane normali dentro questa struttura delirante per imprigionarvele.” Durante la narrazione affiorano memorie che saranno per lei dei macigni, esperienze dissociate, che ci rimandano al concetto di Bollas (1987) di un conosciuto non pensato.

In una delle scene conclusive, nel campo di grano, sgomenta e incredula per ciò che ha appena compiuto, si guarda le mani, questa volta, maledette.

Bibliografia

Bollas, C. (1987), L’ombra dell’oggetto. Psicoanalisi del conosciuto non pensato. Borla, Roma, 2001.

Rosenfeld H.(1971) A Clinical Approach to the Psychoanalytic Theory of the Life and Death Instincts: an Investigation into the Aggressive Aspects of Narcissism. Int. J. Psycho-Anal. 52.

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