Cultura e Società

“Old” di M. Night Shyamalan. Recensione di A. Moroni

30/07/21
"Old" di M. Night Shyamalan. Recensione di A. Moroni

Autore: Angelo Moroni

Titolo: Old

Dati sul film: Regia di M. Night Shyamalan, USA 2021, durata 96’.

Genere: Thriller, Horror, Drammatico

La parabola artistica di M.N. Shyamalan, partita da “Il Sesto Senso” (1999), per arrivare ai più recenti “The Visit” (2015, vedi recensione di A. Moroni) e “Split” (2017, vedi recensione di A. Moroni), si rinnova decisamente in questo suo ultimo “Old”, che affronta il tema della caducità da prospettive inedite e attraverso regia e movimenti di macchina davvero sorprendenti. Il film è liberamente tratto dal fumetto “Castelli di sabbia”, scritto dal parigino Pierre Oscar Lévy e disegnato dal ginevrino Frederick Peeters. Il soggetto è molto semplice: una coppia americana sull’orlo della separazione, con due figli, Trent e Maddox, fratello e sorella di sei e dieci anni, decidono di lasciare un buon ricordo ai loro bambini prima di separarsi definitivamente, organizzando una vacanza ai Caraibi.  Il resort che li accoglie con calore e professionalità, invita la famigliola e altri ospiti appena arrivati, ad una gita su una spiaggia nascosta, esclusiva e dai paesaggi mozzafiato. La spiaggia è davvero da cartolina, ma i malcapitati non sanno che quella piccola porzione di mondo nasconde insidie impensabili: inspiegabili forze fisiche fanno sì che in quel luogo di sogno avvengano fenomeni di distorsione temporale tali che mezz’ora di tempo equivalga a circa un anno cronologico consueto. Il film, a partire dal trailer, si presenta come un horror estivo di serie B, con tutta la corte di usuali personaggi assolutamente improbabili. Ma, come al solito quando si tratta di un’opera di Shyamalan, solo al termine del film capiamo che il registro dell’ironia è deliberatamente e scientemente utilizzato dal regista per spiazzare lo spettatore, e per proporgli pensieri e riflessioni più profonde, che mai si sarebbe aspettato di fare. Nel corso della visione passiamo infatti, rapidamente, dal B movie che ci aspettavamo, ad un horror esistenzialista che richiama molto l’innovativo “Midsommar” (2019) di Ari Aster. Come nel film di Aster, Shyamalan racconta infatti la tragedia di un gruppo di persone sotto il sole, e non, come un certo tipo di horror mainstream ci aveva abituato, in un’ambientazione chiusa, o al buio. In “Old” la claustrofobia e l’inesorabilità del passare del tempo sono molto presenti, ma ad esse fa invece da contrasto l’ambiente edenico e solare in cui le vicende sono narrate. Tutte immagini impreziosite dalla magistrale fotografia di Mike Gioulakis. Un contrasto, anzi uno stridore, che genera angoscia in chi guarda, una sensazione di straniamento incalzante, accompagnata dalle inquadrature sghembe e ulteriormente disturbanti del regista, nonché  dalle potenti percussioni della colonna sonora di Trevor Gureckis.  Emblematica di questo ottimo lavoro di squadra è tutta la sequenza della ragazza che sale sugli scogli, nella quale il regista utilizza zoomate e movimenti circolari dall’alto sui protagonisti, espedienti tecnici inconsueti e tali da risultare sgradevoli alla vista e insieme ipnotici. La memoria va certamente anche a “Pic-nic ad Hanging Rock” (1975), capolavoro visionario di Peter Weir, denso di rimandi psicoanalitici relativi al rapporto, perennemente conflittuale, tra uomo e Natura. Viene in mente anche l’ironia e l’understatement hitchcockiani de “La congiura degli innocenti” (1955).  Al di là del tono sottilmente ironico, nell’ultimo film di Shyamalan, la Natura è tuttavia “più grande di noi”, come urla alle scogliere silenziose uno dei protagonisti. Si tratta in questo caso di una Natura caratterizzata da un suo essere intrinsecamente “entropica”, caotica, imprevedibile ed incontrollabile, contro ogni illusione di onnipotenza umana (come peraltro ci dovrebbe aver insegnato la tragica esperienza della Pandemia da Coronavirus…). Siamo ben lontani dal senso di una riconciliazione con essa, dovuto all’acquisizione della “posizione depressiva”, come descritto nell’opera di Melanie Klein “Sul senso della solitudine” (1959). Per il regista di origini indiane, la solitudine dell’uomo è invece caratterizzata dalla sua impossibile lotta contro un Tempo heideggeriano che letteralmente ci stritola all’interno dei suoi ingranaggi, rinviandoci di continuo alla nostra finitezza. Madre Natura può vantarsi di essere eterna, l’uomo decisamente meno. Il film di Shyamalan può quindi essere visto come un appello, quanto mai attuale, all’umiltà e al senso del limite.  Solo attraverso il recupero di un senso profondo di umiltà nei confronti della Natura di cui è figlio, l’uomo può infatti trovare un riscatto. Il film si conclude, proprio per questo, in fondo, con un lieto fine, al contrario di un classico film “horror”.

Note bibliografiche

Klein M. (1959), Sul senso di solitudine, tr. it. in “Il nostro mondo adulto” Martinelli, Firenze 1974.

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