Cultura e Società

“Soul” di P. Docter. Recensione di M. De Mari

11/01/21
"Soul" di P. Docter. Recensione di M. De Mari 1

Autore: Massimo De Mari

Titolo: “Soul”

Dati sul film: regia di Pete Docter e Kemp Powers (co-director), USA, 2020, 100’, Disney+

Genere: Animazione

 

 

 

 

 

 

Il film racconta la storia di Joe, un insegnante di musica delle scuole medie, afro-americano, profondamente frustrato e insoddisfatto del suo lavoro e della sua vita. Vita che avrebbe voluto dedicare alla musica jazz, cosa che per lui è quasi una vocazione, una “scintilla” accesasi in giovane età grazie alla passione del padre.

L’offerta della preside di un lavoro a tempo indeterminato sembra “condannarlo” all’insoddisfazione perenne, quando un’opportunità improvvisa e inattesa di esibirsi al jazz club Half note con una famosa sassofonista parrebbe essere la svolta che aspettava da tempo. Purtroppo, un incidente provoca la morte inaspettata di Joe, che si troverà sulla strada per l’altro mondo, disperato e incredulo.

A questo punto inizia un’avventura ai confini tra il mondo reale e quello dei trapassati  porterà Joe a riscoprire l’importanza del senso della vita, che per lui era costituito dalla musica, intesa come crescita spirituale e personale, ma che per ciascuno può essere diverso.

Già nel precedente lavoro della Pixar, il pluripremiato “Coco” (2017), si era affrontato il tema della vita, della morte e della vita dopo la morte. Ma tra le canzoni in classico stile musical disneyano, i colori sgargianti e le continue gag comiche, il tutto era ancora ampiamente digeribile da un pubblico maggiormente composto da bambini, target da sempre in prima linea per quanto riguarda i prodotti Disney e PIXAR. Per quanto riguarda “Soul”, ci si è spinti ben oltre il classico stereotipo del cartone animato esclusivamente per bambini, sfruttando l’animazione come un mezzo semplice e facilmente assimilabile per raccontare una storia molto complessa e un messaggio articolato. Il regista, Pete Docter, non è nuovo a questo genere di operazioni. Direttore creativo della casa di produzione californiana dal 2018, dopo le dimissioni di John Lasseter, ha dimostrato negli anni di saper trattare tematiche complesse con una sensibilità unica e con uno stile immediatamente riconoscibile. La sua opera prima “Monsters & Co.” (2002), per esempio, tratta la tematica della paura infantile tramite l’elemento folkloristico popolare dei mostri nascosti nell’armadio.

Con “Up”, capolavoro del 2009, racconta la necessità di mantenere vivo quel bambino interiore che tutti noi abbiamo e di non lasciare che le difficoltà della vita ce lo portino via, regalandoci una delle sequenze più belle ed emozionanti della storia del cinema, in cui il protagonista anziano rivive in pochi minuti tutta la storia d’amore con l’adorata moglie.

“Inside Out” (2015), invece, riesce a visualizzare in modo estremamente efficace e coinvolgente il difficile tema della complessità delle emozioni, dando all’aggressività il giusto ruolo, non solo distruttivo, ma di bilanciamento ed equilibrio tra le varie emozioni.

L’elemento comune a tutti questi film è di rappresentare per i bambini un modo per risolvere alcuni problemi della vita in modo straordinariamente profondo e, a mio parere, più comprensibile per gli adulti, come affrontare l’idea della propria morte, elemento che trova spazio nelle favole e nelle ninnananne, con caratteristiche analoghe. Dal mito di Orfeo ed Euridice alla Divina Commedia, la letteratura classica è ricca di opere in cui il tema della nostalgia della vita dopo la morte e il desiderio struggente di poterle sfuggire, affascina il lettore così come analoghe storie cinematografiche contemporanee, dall’inquietante Ingmar Bergman (1957), al romantico “Ghost” (Jerry Zucker, 1990), riattualizzano il desiderio costante dell’uomo di perpetuare la vita in eterno. “Il nostro inconscio non crede alla possibilità della propria morte – dice Freud (1915, p.144) – e si considera immortale. Ciò che noi chiamiamo il nostro inconscio, cioè gli strati più profondi della nostra coscienza, quelli composti da istinti, in genere non conosce niente di negativo, ignora la negazione (i contrari vi coincidono e vi si fondono) e, di conseguenza, la morte, alla quale possiamo attribuire solo un contenuto negativo”. Oggi come oggi, in tempi di pandemia, parliamo di “negazionismo” dell’idea di poter morire e quindi della malattia. In fondo, nessuno crede alla propria morte o, il che è lo stesso, ciascuno è inconsciamente convinto della propria immortalità; insistiamo sempre sul carattere occasionale della morte: incidente, malattia, infezione, vecchiaia avanzata, dimostrando così chiaramente la nostra tendenza a spogliare la morte di ogni carattere di necessità, a farne un avvenimento puramente incidentale.
Soul in inglese dignifica “anima”, ma indica anche una caratteristica del musicista che ha a che fare con l’ispirazione, qualcosa a metà tra la realtà e lo spirito, tanto è vero che nell’antichità il concetto di anima si confonde con quello di “psiche”. Quando Joe si trova sulla scala eterea che lo porterà all’Altro Mondo, si ribella, lo trova inaccettabile, non vuole morire proprio nel momento in cui lo aspetta una nuova vita. Scappa e si trova nell’Ante-Mondo dove le anime aspettano di nascere. “Voi non potete ricordarlo ma siete già stati qui – dice una voce – ma tranquilli, non ricordare il trauma della nascita è uno dei grandi doni dell’universo”. In questa dimensione le anime assumono le caratteristiche della loro personalità futura ma, per poter scendere sulla terra, devono acquisire un’ultimo pass, una “scintilla” che i mentori aiutano a trovare, cercando nel “salone del tutto” o nel “teatro dell’ego”. Nel suo percorso di elaborazione del lutto per la propria morte, Joe si rende conto di aver vissuto una vita insulsa e, dopo che ha avuto la possibilità di vivere l’occasione della sua vita, cioè suonare in quel locale prestigioso con grande musicisti, si considera appagato e, anzi, aiuta un’anima riottosa e rassegnata a non vivere, a trovare la propria “scintilla” vitale.

L’animazione di “Soul” è curata nei minimi dettagli, passando da uno stile estremamente fotorealistico per rappresentare la vita reale ad uno del tutto astratto, monocromatico, privo di forma per rappresentare il mondo dei più. Come ha notato in un suo commento Luca Bragalini (https://www.facebook.com/luca.bragalini), noto musicologo jazz, la rappresentazione dell’”Half Note” richiama in modo “stupefacente” il celeberrimo jazz club Village Vanguard di New York. E naturalmente, l’ultima ma non meno importante annotazione, riguarda l’elemento musicale che permea tutto il film ed è fondamentale per traghettare lo spettatore attraverso il racconto. I lavori dei compositori John Batiste, Trent Reznor e Atticus Ross alternano sapientemente gli stili, descrivendo la vita sulla terra a ritmo di musica jazz e l’Ante-Mondo con suoni di musica synth ed elettronica, riuscendo a rendere la differenza sostanziale tra una realtà viva e pulsante di emozioni ed un’altra, astratta e minimale.

Il risultato finale è un film … sorprendente.

 

Bibliografia

Freud S. (1915). Considerazioni attuali sulla guerra e sulla morte. 8, O.S.F.

 

Gennaio 2021

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