Cultura e Società

“Tatami” di Z. A. Ebrahimi e G. Nattiv. Recensione di E. Marchiori e M.V. Costantini

4/09/23
"Tatami" di Z. A. Ebrahimi e G. Nattiv. Recensione di E. Marchiori e M.V. Costantini

A cura di: Elisabetta Marchiori & Maria Vittoria Costantini

Titolo del film: “Tatami”

Dati sul film: regia di Zar Amir Ebrahimi e Guy Nattiv, Georgia, USA, 2023, 105′, Sezione Orizzonti

Genere: drammatico


Ad un anno dalla morte della ventiduenne Masha Amini, l’80 Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia ha mantenuto una posizione netta rispetto alla situazione politica in Iran, presa chiaramente lo scorso anno, ospitando il film “Gli orsi non esistono” di Jafar Panahi, allora in carcere, cui Laura Poitras ha dedicato il suo Leone d’Oro.

In questa edizione finora abbiamo visto fuori concorso, come evento speciale, “Il sole sorgerà”, di Ayat Najafi, iraniano che da tempo vive in Belgio, tornato a Teheran per girare clandestinamente, senza mai mostrare i volti degli attori del suo film per proteggerli.

In concorso invece per la Sezione Orizzonti è stato presentato “Tatami” unico film co-diretto da un israeliano, Guy Nattiv e da un’iraniana, Zar Amir Ebrahimi, che vi interpreta  anche  un ruolo fondamentale. Il film è stato girato in segreto a Tbilisi, in Georgia, con attori iraniani in esilio. Questa città è stata scelta, come dichiarato dai registi, non solo perché a metà strada tra l’Iran e l’Israele, ma “perché c’è la stessa architettura dell’era sovietica della metà del secolo che si ritrova a Teheran ed è considerata la capitale dello judo”.

La storia è quella di una judoka iraniana, Leile Husseini (Arienne Mandi) che sta combattendo per vincere l’oro ai campionati mondiali. Quando si prospetta il rischio, seppure remoto, che la sua avversaria in finale sia un’atleta israeliana, il Governo Iraniano manda l’ordine irrevocabile di ritirarsi dalla competizione, minacciando lei e la sua famiglia se lo disattende . Ricordiamo che Israele e Iran si definiscono a vicenda “Great Satan”.

Leila però, è determinata a non lasciare il tatami, anche quando la sua allenatrice Maryam (Zar Amir Ebrahimi) ad un certo punto cede al volere della Suprema Guida Iraniana e la abbandona. Mentre perde progressivamente concentrazione ed energie fisiche, combattimento dopo combattimento, acquisisce invece la determinazione a non assoggettarsi.  Quando il respiro le viene a mancare, con il gesto di scoprirsi il capo segna di aver preso la decisione definitiva.

Quella di Leile è una storia simbolo non solo di tanti atleti, di artisti e di intellettuali, di ma persone comuni, incarcerati, uccisi o costretti a fuggire da un Paese in cui sono privati della libertà di movimento, di pensiero, di parola, di espressione del corpo cioè dell’identità.

I registi diventati amici durante la lavorazione del film, hanno dichiarato scelte di contenuto e di stile precise: lo judo perché è “un’arte marziale che ha lo spirito dell’onore, dell’amicizia e soprattutto della resistenza”; il bianco e nero “perché la vita di chi sfida il regime non è a colori”; il set del palazzo dello sport per la “per dare l’idea della claustrofobia e della persecuzione che vivono ogni giorno gli iraniani che sfidano gli ayatollah” (https://www.hollywoodreporter.it/film/festival-e-premi/tatami-israele-e-iran-sul-ring-contro-il-regime-per-la-prima-volta-insieme-nel-nome-della-liberta/44322/).

Il film è essenziale, concentrato, intenso, con una fotografia nitida e tagliente, con un ritmo serrato dato anche dalla particolare colonna sonora di pezzi rap orientali.

Lo spettatore viene coinvolto profondamente a livello quasi fisico, con tutti i sensi, nella lotta corpo a corpo sul tatami, a livello cognitivo e affettivo nella progressiva presa di coscienza della protagonista e a livello inconscio.

Cosa spinge infatti Leile a mettere a rischio la sua stessa vita, quella del marito, del figlio, dei genitori, oltre che la sua carriera, pur di continuare a combattere?

Oltre alla sfida tra atlete, oltre alla lotta politica ed esistenziale, ciò che viene magistralmente messo in scena è il conflitto interno di Leila — e di ognuno di noi — tra l’investimento del proprio Sè e della propria identità rispetto all’investimento oggettuale. Non si tratta di una presa di posizione egoistica e meramente narcisistica: non c’è speranza per l’oggetto in assenza di un Sè vivo, vitale e autentico.

Settembre 2023

Chi ha letto questo articolo ha anche letto…

"Baby Reindeer" di W. Tofilska e J. Bornebusch. Recensione di F. Barosi

Leggi tutto

Psiche e Polis. La SPI premia M. Martone. A cura di E. Marchiori e A. A. Moroni, con i contributi di F. Barosi, S. Diena, A. Meneghini, F. Salierno e R. Valdrè

Leggi tutto