Cultura e Società

“Three Identical Strangers” di T. Wardle Recensione di A. Cordioli

20/04/21
“Three Identical Strangers” di T. Wardle Recensione di A. Cordioli 1

Autore: Anna Cordioli

Titolo: Three Identical Strangers

Dati: regia di Tim Wardle, USA, 2018, 96’

Genere: documentario

 

 

 

 

 

Considero una fortuna il fatto che non sapessi nulla di “Three identical Strangers”. La breve sinossi su Netflix annunciava un documentario di Tim Wardle del 2018. Si accennava a tre gemelli identici che si rincontrano per caso e ad una storia piena di colpi di scena. Purtroppo, per poter parlare del film, dovrò svelare qui di seguito una serie di eventi che, invece, varrebbe la pena di vedere senza spoiler. Il mio invito è dunque di leggere questa (o altre) recensioni solo dopo la visione. Se accettate il mio consiglio, ci rivediamo se vorrete tornare per parlarne; per gli altri, la mia recensione inizia qui.

La zia di uno dei tre gemelli protagonisti della storia dice che il dramma della Shoah avrebbe dovuto insegnarci che se si gioca a fare Dio con le vite umane non ne viene fuori nulla di buono. La donna non parla a caso delle persecuzioni naziste: lei è ebrea, tutte le persone coinvolte nella vicenda sono ebree, compresi gli scienziati che, secondo Wardle, avrebbero “giocato a fare Dio” con le vite delle persone. Quando si pensa agli “esperimenti  sui gemelli”, la mente va subito ai crudeli studi di Josef  Mengele ed è esattamente questo che il regista ci induce a pensare. In quel caso, di  tremila bimbi ne sopravvissero centosettantotto. In questo caso la situazione è molto diversa, ma le ombre gettate dal documentario sono comunque inquietanti.

Nella ricostruzione scopriamo che i tre gemelli, nati nel 1961, erano stati dati in adozione a famiglie di ceti sociali diversi e diversi stili parentali con l’obiettivo di studiare longitudinalmente l’effetto dell’esperienza su individui geneticamente identici. La ricerca era guidata da Viola Bernard e Peter B. Neubauer, psichiatri esperti nello sviluppo infantile e docenti presso le università di New York e di Yale. Il progetto coinvolgeva una Agenzia di Adozioni, la Louise Wise Services che, secondo il documentario, “procurava” i bambini da studiare. Ogni soggetto veniva monitorato con la scusa di un follow up per figli adottati, ma non fu mai detto agli adottanti che i bimbi avevano dei gemelli, né che la loro mamma era una paziente psichiatrica. Il progetto sarebbe stato estremamente segreto ed era rimasto tale fino a che i tre gemelli non si incontrarono per caso, nel 1980.

“Natura contro cultura!” dice con entusiasmo una ex-assistente di Neubauer: era una occasione eccezionale per togliersi il dubbio se, sullo sviluppo di un individuo, abbia più  peso la genetica o gli stili di accudimento! Quel trionfo nella voce di Natasha Josefowitz mi aveva molto infastidito: come si può essere così gioviale nel parlare di una ricerca che aveva cambiato la vita di quei bambini? Mossa dal disagio provato, ho cercato informazioni su questa anziana ricercatrice. A dire il vero ho poi trovato un articolo (2018) in cui la Josefowitz diceva che non conosceva la vicenda dei tre gemelli e che l’intervista rilasciata per il film non era sulla loro storia, di cui dice di non aver mai saputo. Le sue frasi erano dunque state montate in maniera non proprio veritiera. Questo mi ha almeno in parte rincuorato rispetto a quanto sentissi stridente l’entusiasmo di quella voce. Eppure mi restava dentro quel suono: il suono che fa l’ebbrezza di essere sul punto di scoprire qualcosa: “Erano gli anni ’60. Non si può giudicare con la sensibilità di oggi.” Quanto peso ha la genetica su chi siamo? Quanto peso hanno le esperienze vissute? Se per un momento ci si sposta su queste domande, si può sentire la tentazione di guardare alla ricerca come una grande opportunità. Ed in effetti le ricerche sullo sviluppo dei gemelli sono, e sono state, una grande occasione di conoscenza, tanto che la letteratura scientifica su questo tema è davvero molto ampia. In questo caso particolare l’accusa mossa è l’assenza di etica: nel documentario si insinua proprio che i ricercatori abbiano agito con pratiche spregiudicate, dividendo i gemelli con una pianificazione iniziata addirittura anni prima della loro nascita.

Una grande sorpresa mi ha colto nello scoprire che Neubauer, a capo del progetto, fosse uno psicoanalista, formatosi con Anna Freud, eminente cattedratico che si è sempre pubblicamente speso per la difesa dei bambini. Nel documentario quest’uomo ne esce invece come un freddo calcolatore che gioca con la vita dei gemelli, senza vederli come persone ma solo come soggetti sperimentali. Non posso dire che mi sia piaciuto immaginare uno psicoanalista capace di tanta freddezza e con così poca umanità.

Mi sono messa a cercare articoli di colleghi americani, che magari avrebbero potuto conoscere più da vicino la vicenda. Mi immaginavo di trovare un vespaio ed invece c’era veramente poco. Principalmente ho trovato articoli giornalistici sul dibattito Natura Vs Cultura ma poco o nulla di serio sull’impianto etico della ricerca. Fino a che non mi sono imbattuta  in un articolo di Gary Ahlskog (2019) dal titolo “Come ha potuto un film su tre gemelli adottati causare un così grande fraintendimento?”. Ahlskog, nel suo articolo, era veramente indignato per le storpiatura che, a suo dire, il regista aveva introdotto nella narrazione. “La storia è sempre stata intricata ma, invece che offrire nuovi spunti, la versione di Wardle fa quello che molti di noi tende a fare nelle situazioni complesse: fare nomi, incolpare qualcuno” (p.190). In primo luogo Ahlskog mostrava, con molte fonti alla mano, che la ricerca non fosse così segreta ma che fosse ben nota già dal 1975. Sebbene parte del materiale sia secretato fino al 2066, una grande quantità di osservazioni documentali sono di pubblico dominio e sono state discusse in svariate riflessioni cliniche.

Inoltre, circa l’inconsapevolezza delle famiglie, Ahlskog ricorda che le policy per l’adozione, al tempo, si basavano sul mantenere totale segretezza sul background naturale del bimbo adottato. Le agenzie facevano firmare agli adottanti un contratto in tal senso. Dunque, secondo l’autore, non c’era alcuna premeditazione di tenere allo scuro le famiglie, per meglio condurre la ricerca.

Una seconda obiezione di Ahlskog riguarda l’impianto stesso della ricerca. Nel documentario si intende che i ricercatori avessero deciso di separare i bambini in funzione della ricerca e in base a criteri estremamente calcolati. L’autore sostiene invece che l’agenzia per le adozioni dividesse abitualmente i gemelli già a partire dal 1950 e seguendo delle ipotesi psicologiche del tempo. Ovviamente oggi possiamo ragionare sulla fondatezza di queste ipotesi ma, allora, si pensava che i legami simbiotici tra fratelli e il loro creare un posto sbilanciato nelle dinamiche familiari, fossero elementi su cui agire per il bene dei bambini.

Neubeuer avrebbe dunque solo applicato un protocollo osservativo a situazioni sulla quali non aveva imposto un protocollo metodologico nella scelta degli accoppiamenti bimbo-genitori. Non era affatto un Mengele minore che giocava a fare Dio ma un più umano ricercatore che utilizzava con intelligenza una situazione preesistente. In particolare Ashlog porta una serie di argomentazioni per mostrare come i ricercatori non fossero implicati nelle scelte degli accoppiamenti e di come il progetto osservativo era semmai accompagnato da consulenze alle famiglie per aiutarle nelle cure parentali. Ci sono stati, anzi, vari autori che, in tempi non sospetti,  avevano lodato l’attenzione umana posta ai bambini, nell’impianto di questa ricerca.

Devo dire che l’articolo di Ahlskog, che consiglio di leggere, mi ha messo in una posizione ancora più scomoda di prima. Mi trovavo dunque ad avere in testa due storie molto diverse: da un lato avevo assistito all’angosciante spillover di segreti inquietanti, dall’altro leggevo di pratiche osservative per nulla onnipotenti. In più, proprio perché sono psicoanalista e membro ipa, mi trovo a provare una profonda ambivalenza: da un lato l’articolo di Ahlskog mi ha convinta per la consistenza delle argomentazioni dall’altro, nonostante i toni scandalistici del documentario, ho provato un profondo dolore per la vicenda di questi gemelli, privati del loro legame nell’infanzia.

Quando si trovano due versioni così diverse c’è sicuramente qualcosa da capire meglio. Il mio pensiero va al convegno internazionale IPA di luglio che sarà proprio sull’infantile e provo l’intenso desiderio che qualcuno riprenda questa vicenda per continuare a pensarci assieme e per integrare questi punti di vista così per ora inconciliabili. Leggo poi che è in lavorazione una serie tv tratta dal documentario di Wardle, immagino dunque che sentiremo ancora parlare di questa vicenda.

Un ultimo importante riflessione va fatta rispetto a due importanti avanzamenti nel campo della riflessione etica. Il primo riguarda il riconoscimento del diritto delle persone adottate di sapere, se lo desiderano, chi erano i loro genitori naturali e se avevano fratelli o parenti. In italia questa norma è stata recepita nel 1983 e ha come unico limite l’opposizione da parte del genitore naturale. Oggi riteniamo ovvio questo diritto a conoscere e noi, analisti, sappiamo quanto sia delicato e fondamentale ritessere le fila di un discorso transgenerazionale affinché segreti e traumi non invadono oltremodo la vita delle persone.

Un secondo grande avanzamento etico, riguarda ciò che ha sancito la “Dichiarazione di Helsinki” del 1964 circa la pratica della sperimentazione sugli esseri umani. Essa stabilisce che il soggetto di ricerca debba dare il proprio consenso informato a far parte dell’esperimento, inoltre la persona deve avere il diritto di abbandonare la ricerca quando lo desidera. Nella dichiarazione sono presenti vari codici pensati per la tutela fisica e psichica dei soggetti di ricerca. Questo codice etico della medicina è stato disatteso a lungo dopo la sua formulazione ma è ora considerato un caposaldo della ricerca. Le Nazioni Unite hanno infine ratificato queste norme che sono entrate in vigore il 23 marzo 1976. Ad oggi questo codice etico è  rispettato da centosettantarè stati.

Riguardo con dolore ai tre gemelli di “Three identical strangers”, nati nei ricchi Stati Uniti degli anni 60 e circondati da famiglie amorevoli e monitorati da istituzioni di alto livello. E non posso non pensare con amarezza a come, in assenza di veri diritti per l’infanzia, anche una ricerca fatta magari in buona fede, possa partecipare di un quadro infine tragico.

 

Riferimenti bibliografici

 

Ahlskog Gary, “Film Note Documentari Deception: How Did a Film About Adopted Triplets Manage to Cause Such Misunderstanding?”. Psychoanalytic Review, 106(2), April 2019, pp. 189-201

Josefowitz Natasha, “Three Identical Strangers – a Movie About The Separation of Triplets”, March 2019, http://natashaswords.com/articles/three-identical-strangers-a-movie-about-the-separation-of-triplets/

Chi ha letto questo articolo ha anche letto…

"Vidblysk" (“Riflesso”) di V. Vasjanovych. Recensione di P. Ferri

Leggi tutto

“Maternal” di M. Delpero. Recensione di V. Marchesin e M. Montemurro

Leggi tutto