Cultura e Società

“Un Altro Giro” di T. Vintenberg. Recensione di F. Salierno

26/07/21
"Un Altro Giro" di T. Vintenberg

“Un Altro Giro” di T. Vintenberg

Autore: Flavia Salierno

Titolo: “Un Altro Giro”

Dati sul film: regia di Thomas Vintenberg,  Danimarca, 2020, 117’

Genere: Drammatico/Commedia drammatica

Migliore film internazionale Oscar 2021

Druk, titolo originale in danese. Che in inglese corrisponderebbe a binge drinking. Liberamente tradotto in italiano in Un Altro Giro.

Un altro giro di alcol, certo, ma anche un’altra possibilità, quella di un riscatto. Sulla vita, sui dolori che questa è in grado di portare con sé. Per non mollare, recuperando aspetti vitali che altrimenti sarebbero soppiantati da quelli mortiferi. Il lutto più grande ha colpito Vintenberg, a pochi giorni dall’inizio delle riprese. La figlia diciannovenne moriva per un incidente, e il regista, dopo aver lasciato il lavoro nelle mani del suo aiuto, ha trovato la forza e la motivazione per concluderlo, vincendo persino un Oscar. Tutto meritato, infatti, quello come miglior film straniero. Per il coraggio, l’originalità, ma anche per la capacità che ha questo film di lasciare una traccia indelebile in chi lo guarda. Malgrado avessi visto la dedica della preziosa statuina alla figlia, che aveva dato il suo contributo alla sceneggiatura e che avrebbe dovuto partecipare con un suo ruolo nel film, sono entrata nel cinema, completamente dimentica del lutto del regista. Freud darebbe forse una lettura al riguardo, ma la “dimenticanza” mi ha concesso l’accesso a canali emotivi di lettura inedita. Non riuscivo a spiegarmi la disperazione profonda, così profonda, del bravissimo Mads Mikkelsen nell’interpretare il protagonista di questa storia. Ora penso che l’attore sia stato il mezzo attraverso il quale Vintenberg abbia fatto passare il suo dolore. Facilitato dal fatto che già la costruzione del personaggio, per sua stessa scelta, era di fatto avvenuta intorno all’attore stesso. Un compito difficile, quindi, il suo. Non solo quello di dare vita a un personaggio difficile, ma anche di impersonare uno stato psichico alterato dalla presenza continua dell’alcol, reale (forse effettivamente gli attori così potrebbero essersi aiutati) o presunta. La trama, Infatti, ruota intorno a un gruppo di amici, che, provati, ognuno per motivazioni diverse, dalla vita, decide di sperimentare sulla propria pelle, la ricerca ideata da uno psichiatra norvegese, Finn Skarkerud. Secondo quest’ultimo un leggero stato di alterazione alcolica porterebbe beneficio al corpo umano. Secondo la teoria di Skarkerud, tutti noi siamo nati con una piccola quantità di alcol già presente nel sangue e, pertanto, una piccola ebbrezza può aprire le nostre menti, diminuendo la nostra percezione dei problemi e aumentando la nostra creatività. Per i protagonisti, quindi, giunti a quell’età di mezzo dove la vita comincia a presentare il conto delle fatiche e delle scelte fatte, la messa in pratica della ricerca diviene la scusa intorno alla quale riunirsi, esorcizzando i propri problemi esistenziali attraverso un uso di alcol che diviene via via più massiccio. Tutti annoiati insegnanti delle superiori, intraprendono un esperimento per mantenere un livello costante di ubriachezza durante tutta la giornata lavorativa. Il progetto si trasforma in un vero e proprio studio accademico, che vede molti miglioramenti, ma anche la pericolosa uscita dai binari. In un coup de théâtre il regista mette sulla scena personaggi come Eltsin, Clinton, Sarkozy che appaiono brilli nelle loro uscite pubbliche, o anche Breznev. E menziona Winston Churchill, nella sua “ora più buia” anch’egli accompagnato dall’alcol.

Si potrebbe pensare che il film inneggi all’alcolismo, ma così non è, a una lettura approfondita. Il senso è il bisogno della fuga, ovvero la necessità di allontanarsi da sè, in certi momenti. La fuga a volte, infatti, è funzionale. Non sempre è la vittoria dell’azione impulsiva sul pensiero, della posizione schizoparanoide su quella depressiva. Fuggire dalle pressioni di un super-Io cinico, ma anche più semplicemente dalle pesantezze del quotidiano vivere, può servire a ritrovarsi e incontrare nuove vie esistenziali.

Sulla scia di questo, l’epilogo del film è splendido, costruito intorno all’attore protagonista, che prima della recitazione era un ballerino. Perché, si sa, di fronte alle brutture della vita, o si cede il passo al lento morire, oppure si cerca di ballarci intorno, lasciandosi andare ad un ritmo incessantemente fluttuante.

Luglio 2021

Chi ha letto questo articolo ha anche letto…

"Vidblysk" (“Riflesso”) di V. Vasjanovych. Recensione di P. Ferri

Leggi tutto

“Maternal” di M. Delpero. Recensione di V. Marchesin e M. Montemurro

Leggi tutto