Cultura e Società

“Vidblysk” (“Riflesso”) di V. Vasjanovych. Recensione di P. Ferri

11/10/21
Bozza automatica 15

Autore: Paola Ferri

Titolo: “Vidblysk” (“Riflesso”)

Dati sul film: regia di Valentyn Vasjanovych, Ucraina, 2021, 125’

Genere: drammatico

ll chirurgo ucraino Serhiy viene catturato dalle forze militari russe in una zona di guerra dell’Ucraina orientale e, mentre è prigioniero, assiste a spaventose scene di umiliazione, violenza, indifferenza e tortura.

Dopo il rilascio, torna al suo comodo appartamento borghese e tenta di trovare uno scopo nella sua vita dedicandosi a ricostruire la sua relazione con la figlia e la ex-moglie.

Impara a ridiventare un essere umano: con la figlia affronta l’impatto con la morte, che si presenta per la prima volta alla ragazzina attraverso lo schiantarsi di un piccione sulla finestra.

La trama è semplice, in apparenza: fronte di guerra ucraino-russo, il protagonista viene risparmiato in quanto medico, pur essendo torturato. Dovrà confermare la morte di tutti gli altri catturati, tra cui quella del compagno della sua ex moglie, Andreij, che aveva un affettuoso e buon rapporto con la di lui figlia.

Il medico è di piacevole aspetto e sicuro di sé all’inizio, ma in profonda crisi esistenziale, senza scopo e senza più consistenza. La tragedia della guerra lo rende capace di vivere in altro modo gli affetti e di riavvicinarsi a moglie e figlia. La ragazzina si divide tra lui e la madre, ma gli affetti sembrano appiattiti e poco consistenti, come le lunghe sequenze cinematografiche, che nella prima mezz’ora appaiono invero un po’ piatte e tragicamente monotone.

Il regista Vasyanovych, già regista di documentari inerenti temi a di guerra e a traumi catastrofici, aveva ricevuto a Venezia nel 2019 il premio Orizzonti per il film Atlantis, e pare abbia cominciato a lavorare a questa storia ispirandosi davvero a un piccione schiantatosi contro la sua finestra mentre volava ad alta velocità. Le preoccupazioni, domande, attese di risurrezione miracolosa, la negazione dell’irreversibilità di questo evento da parte della giovanissima figlia (undici anni, che recita nel film), e i tentativi di comprendere la morte, sembrano l’occasione per affrontarla anche nel mondo adulto, insieme ai temi legati alla solitudine e alle separazioni, nonché alla possibilità di vivere gli affetti e le relazioni in maniera più intensa.

La bambina e l’adulto si aiuteranno a vicenda a comprendere questo mondo bello e crudele, così simile al segno lasciato dal piccione sul vetro: traumatico e irreversibile, segnato dalla monotonia del tempo, ma anche dalla ricerca continua e interessante, della felicità.

Sembra utile vederne l’angolazione psicoanalitica perché ci troviamo davanti a un clima freddo e rarefatto, non solo per le temperature e le atmosfere del mondo nordico, rappresentato nel consueto gelido stile, ma anche per la sedimentazione degli affetti. La quale durerà fino alla rivitalizzione di Serhiy nella sua relazione con la figlia e forse con la ex-moglie, riproponendo la ricerca di senso, che forse era attiva un tempo con la scelta della professione medica, ma si è probabilmente poi persa nella quotidianità e nel gelo dell’anaffettività del vivere quotidiano e di un legame non più intenso con l’esistenza.

Il riflesso è quello dei vetri attraverso cui guardiamo gli eventi, compresi quelli legati alla guerra , che nel momento in cui diventano impattanti realmente nella nostra vita, danno altra prospettiva alle nostre esistenze, permettendoci forse di pensare e finalmente elaborare.

E’ molto bella la scena finale che non voglio rivelare per non rovinare la sorpresa, in cui si rimarca il fatto che se ti avvicini emotivamente a qualcuno, non occorre vederlo davvero per sentirti più vicino a lui:  riconosci comunque le persone a cui vuoi bene, con cui hai un contatto e una relazione. Il contatto è possibile se ho una buona immagine interna di te, e di te e me insieme. L’oggetto interno è più riscaldante e autentico di quello esterno e visibile.

Ottobre 2021

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