Cultura e Società

Shtisel – Commento di D. Calandrino

2/11/21
"Shtisel" - Commento di D. Calandrino

Autrice: Daniela Calandrino

Titolo: “Shtisel”

Dati sulla serie: creata da Ori Elon e Yehonatan Indursky, 3 stagioni (2018-2021) Netflix

Genere: drammatico

https://www.netflix.com/it/title/81004164?s=i&trkid=13747225&vlang=it&clip=81435524

Ho iniziato a guardare “Shtisel” sull’onda dell’entusiasmo che mi aveva suscitato la visione di “Unhortodox” e, con mio grande stupore, l’esperienza è stata di gran lunga superiore ad ogni mia aspettativa.

La serie è stata scritta da Ori Elon e Yehonatan Indursky ed è stata lanciata nel 2013 dal canale televisivo israeliano Yes oh, riscuotendo, da subito, un grande successo. In Italia è uscita nel 2018 sulla piattaforma Netflix.

L’impatto con la serie può risultare ostico poiché la lingua utilizzata è un mix di yiddish ed ebraico ed è soltanto sottotitolata, tuttavia nel tempo questo contribuisce a darle una caratteristica musicalità che la rende unica.

Essa narra le vicende di una famiglia di ebrei ortodossi, gli Shtisel appunto, che vivono nel quartiere Geula, uno dei più ortodossi di Gerusalemme. È un racconto polifonico poiché è un insieme di tante piccole storie, quella di ciascuno dei personaggi della famiglia, che si dipana nella sua quotidianità.

In primo piano si stagliano le vicende del rabbino Shulem, patriarca degli Shtisel, che è appena rimasto vedovo e che vede intrecciarsi le sue personali vicissitudini con quelle dei figli: in particolare, Giti, la primogenita con la sua numerosa famiglia, e Akiva, il suo ultimogenito, un ragazzo che cerca faticosamente la propria strada.

Le linee narrative sono comunque innumerevoli.

Abbiamo in primo luogo il rapporto conflittuale e ambivalente tra il rabbino Shulem e Akiva: quest’ultimo, nella strenua ricerca della propria identità e della propria realizzazione, si muove tra le maglie delle tradizioni e dell’ortodossia da una parte e le sue inquietudini dall’altra. Akiva vive in una costante tensione tra le tradizioni che gli stanno strette (per esempio, quella molto rigida che lo vorrebbe ben presto marito e padre) e le sue trepidazioni affettive che lo portano a cercare il senso e a voler esprimere qualcosa di autentico di sé. Non senza fatica e tormento, troverà una realizzazione nell’arte, ma non cesserà mai il dialogo e lo scontro con il padre: nel tempo, saranno entrambi un po’ trasformati dal loro confronto costante.

Un’altra interessante narrazione è quella che riguarda la relazione di Giti con il marito: anche in questa si rende evidente quanto faticoso possa essere per lei tenere insieme i suoi sentimenti (è intenso il dolore e la delusione che vive per il tradimento del marito) con il suo bisogno di restare aderente al suo ruolo di moglie devota al proprio marito. In Giti, l’autenticità dei sentimenti si muove come un fiume carsico sotto la superficie delle forme sociali e forse questo intenso contrasto, che resta tutto interno a lei, la porterà sull’orlo di una profonda depressione.

E poi c’è la vicenda che si dipana attorno a Ruchami, la primogenita di Giti, con la splendida interpretazione che ne dà Shira Haas, l’attrice protagonista di “Unhorthodox”.

Se però in questa ultima serie di grande successo si racconta un movimento di rottura nei confronti della comunità ortodossa di appartenenza in una New York moderna, in “Shtisel” troviamo che i movimenti dei protagonisti, volti alla ricerca di una propria identità, non arrivano mai a delle vere e proprie rotture, tuttavia realizzano delle trasformazioni e delle realizzazioni significative.

Fin dall’inizio Ruchami mostra il suo spirito ribelle e il suo stare in opposizione sia con l’atteggiamento materno, da lei visto come troppo passivo e accondiscendente, che con quello paterno di cui si fa giudice inclemente. È solo nella terza serie che la vediamo imporsi sui limiti interni ed esterni incontrati per cercare una sua realizzazione.

Che in una serie, inoltre, vengano narrate le pene e le vicende amorose di qualcuno, non costituisce certo una novità, tuttavia credo che la qualità della narrazione, anche rispetto ai temi amorosi, nasca dalla delicatezza con cui ci si accosta all’intimità dei personaggi. E così l’amore viene raccontato, per esempio, nel succedersi degli incontri combinati poiché, in un mondo in cui la vita degli uomini è così rigidamente separata da quella delle donne, è inevitabilmente difficile incontrarsi. Tuttavia, la rigidità delle tradizioni non giunge a soffocare lo struggimento che i protagonisti vivono, il loro desiderio di tenere vivi i sentimenti e le emozioni integrandoli con le tradizioni. Nonostante sembrerebbe arduo, ogni esponente della famiglia Shtisel desidera la realizzazione di sé attraverso la possibilità di sperimentare l’amore. Questo vale per il burbero Shulem e per la sua ricerca ambivalente d’amore e vale per Akiva, che più intensamente attraversa il contrasto tra l’amore e le tradizioni religiose in cui è immerso e che sempre trova una sua soluzione, a tratti perfino un po’ poetica.

Infine, raramente mi è capitato di imbattermi in una serie nella quale il sogno entra in modo così fluido nella narrazione: i protagonisti sognano le persone importanti della loro vita in momenti cruciali, perché magari stanno attraversando le strettoie di una scelta da compiere o perché vivono un sentimento di mancanza e il sogno diviene parte integrante nell’elaborazione del loro lutto.

Talvolta non si tratta di veri e propri sogni, sono più fantasticherie, che però accompagnano, sottolineano, svelano significati nel corso della narrazione agli stessi protagonisti consentendo loro di maturare nuove realizzazioni di sé e della propria esistenza.

Non c’è niente di epico o di travolgente in quello che si racconta, tuttavia la sceneggiatura è bellissima e ha la vibrante intensità delle narrazioni di pregio. Quello che emerge è l’umanità che ciascun personaggio esprime, il suo essere pregno di luci e ombre, la sua complessità. Lo spettatore non può fare a meno di entrare nelle vite che scorrono e di identificarsi ora con le ragioni dell’uno ora con quelle dell’altro.

Prevale nel racconto uno sguardo che non giudica mai l’umanità dei personaggi ed è quello sguardo che diventa lo stesso dello spettatore: ci si commuove, si ride e si sorride, ci si arrabbia e ci si intenerisce per le sorti di ciascuno. Soprattutto, si nota quanto la comunità in cui la storia si sviluppa sia croce e delizia, fonte di sostegno e causa di tensione costante. Il microcosmo in cui gli Shtisel vivono è depositario della Religione e della Legge che diventano nuclei attorno a cui si sviluppano le vicende umane di ciascun personaggio. Questo è un elemento che non appartiene più al nostro mondo in cui tutto è “liquido” e relativizzato e ci fa essere persino un po’ nostalgici di un’epoca (quella in cui prevalevano le ideologie forti) in cui tutto poteva, forse, apparire più semplice.

12 agosto 2021

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