Cultura e Società

CHAGALL – Testimone del suo tempo. Recensione di Pierluigi Moressa

5/01/26
CHAGALL – Testimone del suo tempo. Recensione di Pierluigi Moressa 5

Parole chiave: tempo circolare, memoria, simbolismo, rigenerazione, tradizione, cromatismo floreale

CHAGALL – Testimone del suo tempo

Ferrara. Palazzo dei Diamanti (11 ottobre 2025 – 8 febbraio 2026).

Recensione di Pierluigi Moressa

La mostra ripercorre la parabola umana e artistica di Chagall e ne esplora tanto le radici creative quanto la sensibilità ai fenomeni sociali della sua epoca.

Marc Chagall (1887-1985), partito dalla natia Vitebsk, in Bielorussia, porterà sempre con sé, nel lungo peregrinare tra la Francia, la Spagna e gli Stati Uniti, la memoria dei luoghi natali. In una concezione circolare del tempo, la sua arte fa intendere come l’inconscio possa mantenere sullo stesso piano spazi e tracce del passato accostati al presente. L’opera di Chagall contiene una memoria autobiografica continua, dove ricordo e visione si mescolano e creano, attraverso la declinazione costante del simbolismo, accostamenti di oggetti e di scene capaci di trascendere le leggi della fisica e di variare i confini geografici.

L’arte di Chagall si innesta entro il patrimonio individuale e collettivo del passato: raffigura il lavoro della mente che mescola ricordi e visioni, senza limitarsi a ritrarre i luoghi, ma arrivando a farli rivivere.

M. Chagall. Table aux amidonniers, 1968

Gli animali, fedeli compagni di viaggio dell’autore, divengono reali personaggi e simboleggiano tanto il Sé dell’artista, nei suoi mutevoli significati, quanto il richiamo alla tradizione e alla vita di campagna entro il villaggio natale. Questo consente di scomporre la realtà, abolendo il confine tra umano e animale, tra magico e quotidiano.

Anche il violinista così come il suonatore di Shofar (il corno di montone delle funzioni religiose ebraiche) imprimono ricorrenze costanti ai dipinti e vi infondono l’eco di una musicalità dolce e solenne. Vitebsk diviene l’archetipo che dà forma al presente.

M. Chagall. Il suonatore di shofar, 1954

Chagall approda a Parigi nel 1911 per la prima volta. Potrà tornarvi solo nel 1923, dopo la fine della Prima guerra mondiale e la costituzione dell’Unione Sovietica. Con lui è Bella Rosenfeld, la sua prima moglie, la modella di tante raffigurazioni. Durante l’occupazione nazista della Francia, l’artista dovrà riparare negli Stati Uniti; qui Bella muore. La donna resterà nel ricordo a popolare le scene più intime della memoria e della passione.

M. Chagall. La sposa dai due volti, 1927

La passione non è mai esclusa dai dipinti di Chagall; un eros costante li anima, come forza dal ritmo potente e insieme delicato. Ed è forza di vita capace di risorgere oltre il lutto, oltre il dolore attraverso  un’arte che è rigenerazione, uno stato dove tutto è conservato e reso possibile.

Nel 1925, Chagall riceve dall’editore parigino Vollard l’incarico di realizzare acqueforti ispirate alle favole di La Fontaine. Ne uscirà una serie di raffigurazioni dove l’artista recupera ulteriormente il rapporto fra l’uomo e l’animale. Non si trattava di umanizzare l’animalità, ma di immettere saggezza istintiva e primordiale negli uomini. La reinvenzione della favola consente a Chagall di esimersi dall’intento moralistico contenuto nella narrazione dell’autore francese; lascia, anzi, insaturo il finale, perché il fruitore di ieri e di oggi possa crearne uno adatto alla propria sensibilità. Il ruolo simbolico e archetipico dell’animale consente al pittore di ispirarsi alle semplici figurazioni dei “lubok”, stampe popolari bidimensionali assai celebri in Russia.

La notorietà di Chagall gli procura anche il prestigioso incarico di decorare (1962-64) il soffitto dell’Opéra Garnier a Parigi (riprodotto in mostra) affidatogli da André Malraux, ministro degli Affari Culturali. La realizzazione colpisce per l’uso del colore: evocativo di emozioni sonore e avvolgente come lembi di nuvole. Sono quattordici i compositori raffigurati nei pannelli, mentre la decorazione del soffitto richiama la ruota della vita. Chagall sorprende la critica e diviene bersaglio di polemiche per la rottura con lo stile classico dell’edificio. Si tratta di un’irruzione dell’indefinito e dell’inconsueto: un messaggio proveniente dall’inconscio destinato a suscitare più intime atmosfere dell’ascolto e della visione.

Parigi, dopo il ritorno dagli Stati Uniti, diviene per Chagall la nuova quinta della memoria; ne darà conto attraverso le litografie della rivista “Derrière le miroir”. La sua nuova residenza sarà in Costa Azzurra, dove il sole e la luce gli infondono un senso interiore di rigenerazione, che egli riproduce attraverso cromatismi dilatati. Se in Matisse la luce mediterranea contribuisce a mantenere gli equilibri, in Chagall la luce invade, si intensifica e vibra, aiutandolo a formare spazi visionari. Nel 1960, l’artista esegue tredici gouache per il sindaco di Nizza, dove il panorama della città si espande alla visione simbolica cara al suo mondo interiore.

Drammatica è la sezione riservata alla nave Exodus, sulla quale nel 1947 si rinnovò il tragico esodo del popolo d’Israele verso la Palestina. Il dipinto che Chagall dedica all’evento esprime le sequenze dolorose della speranza e della disperazione che accompagnarono i 4.500 ebrei costretti a tornare verso la Francia dopo un lungo e periglioso viaggio per mare. Il profilo dell’ebreo errante e di Cristo in croce si delineano accanto all’intenso cromatismo verde che caratterizza il quadro, come un’onda che travolge la speranza e lascia sgomenti.

Nel 1931, Chagall visita per la prima volta la Terra Santa; è il ritorno alle radici del suo popolo. Le acqueforti ispirate alla Bibbia preludono a un’opera di più ampia portata: il progetto (1950) delle vetrate per la sinagoga Hadassah di Gerusalemme (riprodotte in mostra). Chagall entra nella cultura dei suoi avi e raffigura le dodici tribù d’Israele, osservando la sacra proibizione di non rappresentare la figura umana. È declinato il bestiario dell’Antico Testamento: il leone di Giuda, il cervo di Neftali, i pesci di Zabulon, l’asino di Issacar, che assumono una dimensione antropomorfa. Sullo stesso piano si pone l’uso del colore: blu come la trascendenza, rosso come la regalità e la passione, giallo come la luce divina, verde come la fertilità e la pace. Le vetrate di Chagall si distendono in ampie campiture e dispongono di vasti spazi cromatici, non sono segmentate come quelle medioevali né offrono una narrazione per piani sovrapposti; si tratta di eruzioni cromatiche intonate all’anima del popolo cui sono destinate.

La sezione dedicata ai fiori apre lo sguardo a una passione speciale di Chagall, espressa durante il soggiorno in Francia, dove la scoperta dei nuovi colori si contrappone alla campagna di Vitebsk: “Poiché nella mia città non c’erano fiori (colori), io li cercavo”. Il cromatismo floreale fa coincidere l’immagine col colore, mentre l’unità formale organizza la rappresentazione e assume valenze autobiografiche.

M. Chagall. La colomba della pace, 1949

Chiude la mostra la Colomba della pace, eseguita da Chagall nel 1949, al ritorno dall’esilio statunitense dopo gli anni di guerra. “La Vie et la Paix”: questi motti accompagnano la colomba, che reca su di sé segni e ferite, mentre una coppia ripropone il senso dell’intimità affettiva e un Icaro senza ali pare dolorosamente constatare la propria faticosa salvezza. Seguirà nel 1964 la realizzazione, per la sede dell’ONU a New York, della Peace Window, dedicata a Dag Hammarskjöld, segretario generale della Nazioni Unite morto nel 1961 durante una missione di pace.

La testimonianza del suo tempo attraverso l’arte colloca Chagall tra le presenze emblematiche della modernità con una espressione estetica incisiva e provocante, capace di farsi, attraverso la materia, custode della memoria e testimone del presente.

“Dipingo, perché la pittura sostituisce le parole che mi mancano”: questa riflessione di Chagall accompagna, al termine della mostra, il visitatore che porterà in sé il mondo visionario di un artista capace di elevare la sua esperienza a rappresentazione condivisa di simboli e di passioni.

Pierluigi Moressa

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