Cultura e Società

Chi le ha viste le bambine?

10/03/11

“Dei bambini non si sa niente”. Nel 1997 Einaudi pubblica il primo romanzo di Simona Vinci. Cinque bambini dai 10 ai 15 anni durante la vacanze estive prendono l’abitudine di appartarsi in un capannone abbandonato dove cominciano un’intensa e crescente esplorazione dei propri corpi fino ad arrivare al rapporto sessuale completo. Improvvisamente esplode la violenza: una bambina viene sodomizzata a morte con il manico di una racchetta dal capo del gruppo: gli altri assistono indifferenti. 

Il romanzo suscita reazioni discordanti. Un coro si leva: “Ma i bambini non sono così!”. In Irlanda il libro è messo al bando; l’editore inglese che ne pubblica la traduzione riceve minacce. Dirà in seguito l’autrice: “Certo che i bambini non sono così. Almeno non tutti i bambini, ma qualcuno sì. E certo è che il clima in cui viviamo non fa ben sperare. Ma io ho scritto il mio libro. Ho parlato di questo mondo ossessionato da un’estetica di morte e terrorizzato dalla morte vera. Ipersessualizzato ma bigotto. Pedofilo nel cuore. Innamorato dell’eccesso. Disattento e falso. Dove i bambini o sono angioletti paffuti oppure piccoli uomini”.

I bambini abbandonati a se stessi si uniscono in bande e possono agire la sessualità e la crudeltà senza limiti: i soldati e gli scrittori lo sanno. Vogliamo citare almeno Musil (“I turbamenti del giovane Torless”,1906); Cocteau (“I ragazzi terribili”,1929); Golding (“Il signore delle mosche”, 1954); McEvan (“Il giardino dicemento”, 1978); Beah (“Memorie di un bambino soldato”)? E Ivy Compton-Burnett? Stephen King? Nicolò Amanniti? E Paolo Rossi, che ha dedicato alle “immagini negative” del bambino una lezione di storia delle idee (“Bambini, sogni, furori”, 2001)? 

Gli psicoanalisti lo sanno da sempre. A partire da Freud, consapevole che “L’attrattiva del bambino poggia in buona parte sul suo narcisismo, sulla sua autosufficienza e inaccessibilità, al pari del fascino di alcune bestie che sembrano non occuparsi di noi, come i gatti e i grandi animali da preda” (S. Freud, “Introduzione al narcisismo”, 1914. In “Opere”, VII, p.459). A partire da Freud, hanno cercato di monitorare i nuovi disagi della civiltà. Nel 1993, nel primo numero della rivista “Psiche”, Roberto Tagliacozzo, in una pagina memorabile dell’editoriale, indicava quelle distorsioni psichiche della nostra epoca che condizionano il progetto di vita dell’individuo, determinando la freddezza, la sostituzione degli affetti con la tecnica e i beni di consumo, la distanza affettiva dal corpo, il pregiudizio, le aspettative incuranti della fragilità e del bisogno di essere amati anche se deboli e inetti. Quello che succede al singolo succede anche alla società, proseguiva, se le istituzioni non svolgono il loro compito genitoriale nei confronti dei cittadini, se ne ignorano le debolezze, i bisogni, se indicano un modello fatto di arroganza, astuzia, prevaricazione, indifferenza, esibizionismo trasformando in spettacolo e in pornografia le emozioni e gli affetti più privati, gli slanci creativi, i movimenti evolutivi del sé bambino.

 

Ma non è che ci siamo tutti un po’ distratti?

“Ho 12 anni faccio la cubista mi chiamano principessa” (Bompiani, Milano, 2007): Marida Lombardo Pijola, giornalista e madre di tre adolescenti, ha avuto l’idea di esplorare la galassia dei giovanissimi attraverso Internet. Si è spalancato un mondo: sconosciuto eppure sotto gli occhi di tutti. Inquietantissimo e banale. Un mondo di piccoli trafficanti in sostanze e “contatti”, di cubiste bambine, di bulli e pupe in miniatura. Ecco dove vanno il sabato pomeriggio. Scompaiono in discoteche frequentate e spesso gestite da rapaci coetanei: musica, alcolici, droghe, sesso, filmini con il cellulare:

-“Cubista, voglio fare la cubista il sabato pomeriggio, ho 12 anni, conoscete qualcuno che lo fa?

-Io ho dodici anni ma un fisico da diciottenne. Faccio la cubista solo ogni tanto. Mi metto il gel luccicante, impazziscono!! Provate, è fichissimo!”

 

-“Naturalmente anche quest’anno le cubiste dovranno essere pronte a servire se stesse nei bagni a pagamento su rikiesta. Prezzi modici, pompa 5 euro, fica e culo 20, sul cubo dovranno uscire le doti di lesbica con i capezzoli coperti da nastro adesivo, e dovrete fare i giochini con le tette!!”

-“Se fai sesso a 11 anni e hai le mestruazioni, puoi rimanere incinta?Risposta urgente xfavore!

-“ciao, tre bionde maggiorate di anni 13 aspettano kualkuno sabato alla disko se siete interessati contattateci e noi risponderemo e vi daremo il numero di tel ed altre informazioni utili per eventuale relazione che vi soddisfi”

“Ho pikkiato Ilaria, ieri, in discoteca. Aveva messo gli okki sul mio ragazzo. Trovo che sia normale pikkiare., se ti danno fastidio”

-“a proposito, tutte le ragazze sono invitate a menare una tipa stronza sabato prossimo, poi vi dico il nome”

E’ tutto in rete quello che racconta Marida Lombardo Pijola: nei siti, nei forum, nei blog, in facebock. L’autrice costruisce il libro alternando alle citazioni dai blog in presa diretta cinque storie “vere” messe in forma letteraria: Ilaria, la “principessa” che abortisce; Filippo, “principe pariolo” di uno stuolo di paganti (ci si riferisce alla prevendita dei biglietti per la discoteca); Giulia la strega; Saverio che si riempie di pasticche, fumo, birra ma è pieno di rabbia, disperazione e disprezzo; Elisabetta che vuole morire. Hanno tutti dodici anni. Le storie sono intense, fanno male: farebbero più male, e le avremmo preferite, se anche qui la parola fosse stata lasciata ai ragazzi, al loro italiano irto di kappa, povero di subordinate, assertivo,  superlativo, gradasso, pubblicitario. Abbreviato. Martellante. Futurista. Interessante.

Marida Lombardo Pijola sostiene che siamo alle prese con una “mutazione antropologica”: “Di questa generazione, frutto di una trasformazione fulminea e sorprendente, nessuno ha ancora avuto modo di mettere a fuoco i contorni, di realizzare e metabolizzare la nuova identità. Una generazione uguale a se stessa e a nessun’altra prima. Una generazione che si muove al passo di accelerazioni che la rendono differente persino da quella di due o tre anni fa. Una generazione che attraversa le grandi metropoli e la provincia, le classi sociali più elevate e gli ambienti della periferia” (p. 13).

Una generazione che si muove in gruppo, che sciama in rete, che è fuori controllo.

Se di “mutazione antropologica” si tratta, mi sembra che riguardi soprattutto le bambine. Sono forse loro le più colpite dallo spaventoso arretrare dell’infanzia che segna il nostro tempo.

Provo a delineare un percorso tipo. A tre mesi calza piccole nike, vere o false a seconda delle tasche. A sei va al nido. A tre anni è vestita come la mamma. A quattro gioca con le Barbie. A sette con le Wink. A otto, prima comunione e primo cellulare. A dieci, menarca e (comprensibile) comparsa del turpiloquio. A undici, prima sigaretta, prima sbornia, primi contatti in rete. A dodici, disinibita e aggressiva, è pronta per la disko. Segue il resto.

Naturalmente si può obiettare che “Non tutte le bambine sono così!”. La realtà è sempre complessa, variegata e mai interamente conoscibile. Esistono per esempio piccole comunità di famiglie cattoliche dove i figli spesso numerosi sono allevati secondo principi educativi opposti. Esiste probabilmente una larga maggioranza di giovanissimi che sfiora il rischioso mondo descritto da Marida Lombardo senza restarne catturata, magari ne è solo influenzata. Altri adolescenti restano invece bloccati in forme di inibizione e apatia legate alla difficoltà di assumere rischi e di accedere a comportamenti sessuali esplorativi o di messa alla prova delle proprie nascenti abilità relazionali e di performance corporea. Tuttavia il fenomeno ci interroga.

Ai bambini piace addormentarsi con l’orsacchiotto, giocare con le pistole o con le bambole.

Ma che succederebbe, diceva Winnicott, se gli orsacchiotti fossero provvisti di denti e i bambolotti di genitali?

Le storie dei bambini soldato mostrano fin troppo bene che cosa accade se i fucili messi in mano ai bambini sparano davvero.

Mi ricordo una poesia di Gianni Rodari sulla Tribù dei Piedi Neri: i bambini giocano agli indiani, si danno battaglia. Quando la mamma chiama “Carletto!” fanno la pace e van tutti a letto. La poesia suonava più o meno così.

E se non arriva nessuno a chiamare “Carletto!”?

Nella preadolescenza come nell’adolescenza non conta tanto la condotta, più o meno a rischio, più o meno lontana dagli standard morali degli adulti, quanto la tessitura della relazione nella quale essa si inscrive: è il rapporto con l’interlocutore adulto a rendere i comportamenti più o meno pericolosi, più o meno patologici o viceversa funzionali alla crescita. Non si può che dare ragione a quanto osserva Beatrice Zumbo in un lavoro intitolato “Piccole cubiste crescono” (presentato nel 2008 al convegno di Catania “L’adolescente prende corpo”, lo si può leggere in “L’adolescente tra corpo e parole”, Quaderno dell’Istituto di Psicoterapia del Bambino e dell’Adolescente, gennaio-giugno 2009).

Figli precocissimi di genitori cinquantenni spesso alle prese con un’adolescenza di ritorno (la loro). Madri stanche, padri in fuga, istituzioni scolastiche inefficaci, insegnanti disorientati. Adulti con “i neuroni che gli vanno contromano”. Questo è il quadro che Marida Lombardo dipingerà poi nel romanzo L’età indecente (Bompiani, Milano, 2009). Sullo stesso quadro, da un altro punto di vista, riflette Philippe Jeammet, psichiatra e psicoanalista che ha diretto per molti anni un servizio di Psichiatria dell’adolescente a Parigi. Nel bellissimo libro “Pour nos ados, soyons adultes”, (Per i nostri adolescenti, siamo adulti, pubblicato da Raffaello Cortina nel 2008 con il titolo “Adulti senza riserva”), Jeammet invita i genitori, gli insegnanti, i governanti, i grandi insomma, a non abdicare al ruolo, ad assumersi il compito contro tendenza di essere propositivi, autorevoli, differenti: “L’interesse di un adulto, per un adolescente, non è quello di essere un amico in più, bensì di apportare una differenza. E’ l’aspettativa del più giovane nei confronti del più anziano – che si suppone possieda un sapere e delle conoscenze in più che il ragazzo gli invidia – a fare di ogni adulto un potenziale educatore” ( p. 111). A fare di un incontro l’occasione preziosa per un “rifornimento in volo”  (rimando a un altro bel libro, curato da Giovanna Montinari, edito da Franco Angeli nel 2006: “Rifornimento in volo. Il lavoro psicologico con gli adolescenti”).

Come è successo che nell’ansia di capirli abbiamo smesso di educarli? Si domanda Jeammet. Come  abbiamo potuto credere che sia sufficiente amarli? Perché abbiamo rinunciato a guidarli e ci accontentiamo di accompagnarli “lungo un percorso di cui i figli avranno la naturale capacità di stabilire la direzione, come gli uccelli migratori, che si dirigono per istinto verso i luoghi loro destinati” (p. 125)?

Si può, si dovrebbe, molto discutere sul primo libro di Marida Lombardo Pijola: tuttavia il suo pregio sta nella scoperta, sta nell’ascolto: “Leggiamoli, per provare a conoscerli. Non c’è altro modo”.

E dopo averli letti, non precipitiamoci a fare la morale, a tenere discorsi, a predire catastrofi, a dare la colpa alla televisione, ai videogiochi, al computer, ai politici, al mondo. Non cerchiamo di rassicurarci pensando che si tratti di “ragazzine perverse”, magari provenienti da famiglie emarginate. Chiediamoci piuttosto: noi, dove eravamo? E poi mettiamoci al lavoro:

-“Se fai sesso a 11 anni e hai le mestruazioni, puoi rimanere incinta? Risposta urgente xfavore!!”

Dobbiamo raggiungerli. E’ urgente.

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