Cultura e Società

In ricordo di Abraham B. Yehoshua (1936-2022)

15/06/22
Bozza automatica 35

FOTO Graziano Arici

Abraham B. Yehoshua è morto. Pubblichiamo volentieri un suo intervento nella rivista Psiche nel quale ci ricorda che “l’Eros eterno, farà uno sforzo per affermarsi nella lotta con il suo avversario parimenti immortale” A seguire la recensione di A. A. Semi al libro “Il Responsabile delle risorse umane ” ( Abraham B. Yehoshua, 2004).

Creatività e civiltà 

Abraham B. Yehoshua

Psiche 2005/2  

Il saggio Il disagio della civiltà di Freud sarà il punto di partenza delle mie riflessioni che si suddividono in cinque punti:

1. Qual è la natura e il significato dell’“agio”, o della “serenità”, che la civiltà, anzi, la cultura, come recita il titolo originale di Freud, dovrebbe garantirci?

2. Perché civiltà ricche e progredite quali quella tedesca, quella giapponese, quella russa, quella spagnola e per certi versi anche quella italiana, non sono riuscite a difendersi o nell’immunizzarsi contro fenomeni di terribile violenza, rivolta non solo verso estranei ma anche verso se stesse? Mi riferisco al periodo in cui venne scritto il saggio – quello turbolento e crepuscolare tra le due guerre mondiali – allorché lo stesso Freud, sia in veste di uomo di cultura tedesco che di ebreo, cominciò a percepire l’orrore che stava germogliando nel cuore della civile Europa. Sono tuttavia convinto che nemmeno il suo profondo pessimismo sulla natura umana lo avrebbe portato a immaginare il livello di infame malvagità nel quale sarebbero precipitati gli uomini civili.

3. Il terzo interrogativo nasce spontaneamente dal secondo: la cultura del nostro tempo è attrezzata meglio per affrontare l’aggressività umana? La globalizzazione, il pluralismo, la democrazia possono evitare che le atrocità commesse nel secolo scorso si ripetano? E qui ci si pone un altro interrogativo, particolarmente interessante a mio giudizio: la cultura del nostro tempo sta forse pagando un prezzo – in termini di complessità e profondità estetica – per il maggior “agio” (in senso freudiano) che ci concede?

4. Il quarto interrogativo è estremamente attuale e imprescindibile in ogni discussione sullo stato della cultura moderna. Qual è il ruolo della religione all’interno del canovaccio culturale? Perché si rafforza tanto negli ultimi tempi nonostante il crescente razionalismo scientifico? Il suo ruolo è puramente negativo, come ritiene Freud nel saggio L’avvenire di un’illusione, oppure la cultura laica può attingere dalla religione alcuni elementi positivi, o vitamine essenziali, in grado di rafforzare la nostra immunità e “serenità” e di tutelarci contro la violenza istintiva dell’uomo? 

5. Le mie riflessioni si concludono con un accenno al senso di colpa che Freud considera un potente carburante per la messa in moto della cultura. A quali livelli si trova oggi? Qual è il tasso di ottani al suo interno? Sta subendo dei cambiamenti? E se sì, quali? 

Nonostante nel titolo originale tedesco del saggio di Freud, Das Unbehagen in der Kultur, sia presente il termine “cultura”, allorché al grande pensatore venne chiesto un consiglio sulla traduzione inglese del titolo egli propose di sostituire il termine “cultura” con quello di “civiltà”. Vedo che la stessa cosa è avvenuta in italiano mentre in ebraico, in olandese e in molte altre lingue, si è rimasti fedeli al termine originale. Non è questo il momento né il luogo per addentrarsi in sfumature semantiche. Dopotutto se si legge approfonditamente il saggio di Freud non c’è dubbio che il termine “civiltà” risulti più appropriato. Vorrei tuttavia puntualizzare che, in veste di scrittore, prenderò maggiormente in esame il lato artistico e creativo della civiltà, connesso al termine cultura così come è inteso nel linguaggio quotidiano (per esempio in espressioni quali “il supplemento culturale di un giornale”, “il ministero della cultura”, “un programma culturale televisivo” e simili). Non dobbiamo inoltre dimenticare che l’etimologia della parola “cultura”, che precede di parecchio quella di “civiltà”, è correlata alla cura e all’allevamento di animali e piante e alla loro trasformazione, grazie a mutamenti genetici e comportamentali, in creature più disponibili e utili all’uomo. Freud era molto vicino all’arte, la considerava una fonte d’ispirazione per le sue idee e sperava che potesse aiutare gli uomini a sviluppare una maggiore autoconsapevolezza. Ma avrebbe mantenuto questa sua opinione se avesse saputo ciò che era accaduto nei campi di concentramento nazisti durante la Seconda guerra mondiale o nei gulag sovietici? Probabilmente sì, perché l’arte, la letteratura, la poesia, il teatro, il cinema, la pittura e la scultura rivestono un ruolo di grande importanza nel rivelare le pulsioni aggressive dell’uomo, nel controllarle e nell’interpretare l’inconscio. Ritengo tuttavia che Freud avrebbe inasprito i criteri che distinguono opere d’arte atte a questo scopo da quelle che, al contrario, accrescono l’ottusità e la superficialità umana.

 1.Consideriamo dunque il primo punto: in cosa consiste l’“agio” – o la “serenità” – che la cultura, nelle sue varie espressioni artistiche, dovrebbe garantirci? Il termine “serenità” è appropriato, oppure è riduttivo e sminuisce il compito che noi attribuiamo alla cultura? Se scopo di quest’ultima infatti è permettere all’uomo di scrutare in profondità nel proprio inconscio, di sublimare gli istinti, le pulsioni sessuali, le tendenze distruttive e l’aggressività naturale, ecco che questo ruolo è molto più profondo e importante della semplice eliminazione di un “disagio”, secondo la definizione di Freud. Oppure Freud, con un understatement, intende dire che la cultura e l’arte, anche quando all’apparenza toccano in profondità l’animo umano, non hanno il potere di realizzare ciò che ci attendiamo da esse? L’influenza dell’arte, non illudiamoci, anche quando è a tratti intensa, è pur sempre effimera e superficiale nell’arco di una vita. Ma prendendo oggi in esame un aspetto fondamentale dell’arte, ciò che la distingue da ogni altra forma di comunicazione (e qui di proposito semplifico il discorso), ritengo si possa affermare che aspirazione precipua dell’arte è creare un meccanismo di identificazione, trasferire cioè l’esperienza emotiva e spirituale dei protagonisti di un romanzo, di un racconto, di una pièce teatrale, di un film, o persino di un dipinto o di una scultura, al lettore o all’osservatore, come se costui vivesse quell’esperienza senza doverne pagare lo scotto. Leggendo il racconto di Edipo, con il quale si identifica, il lettore sposa la madre, uccide il padre e si acceca. Seguendo le peripezie di Raskol’nikov uccide la vecchia usuraia e sua sorella, oppure si suicida con Anna Karenina, ma senza dover subire le conseguenze di tale gesto. Si trasforma in un insetto terribile e disgustoso come Gregor Samsa ma non viene gettato nella spazzatura dalla serva, bensì rimane seduto nella sua comoda poltrona e commenta: “Che racconto incredibile!”. Questo è, in breve, il distacco estetico che ci procura gioia e soddisfazione catartiche pur toccando temi difficili e gangli mentali in suppurazione, che ci permette di penetrare in recessi occulti, di legittimare regressioni proibite e così via. L’estetica non è legata alla purezza di una frase, alla bellezza di una forma o di un suono, in quanto nell’arte non esiste un concetto definito di bellezza. Gregor Samsa non è bello in sé, così come non vi è nulla di bello nell’assassinio del vecchio Karamazov o negli occhi accecati di Edipo. L’estetica risiede nel processo di identificazione tra l’opera e il suo fruitore. È un’incredibile, riuscita osmosi.E a questo punto sorge una nuova domanda riguardante la natura e il valore di questa identificazione: è un’incursione indolore in luoghi proibiti, oppure permette un’azione terapeutica consapevole, critica e di conseguenza riabilitante? Qui, a mio avviso, sono da ricercarsi i fattori discriminanti tra opere artistiche importanti e di valore e altre che non lo sono. 

2. Passiamo ora al secondo punto, o meglio, interrogativo, che conferisce al saggio freudiano, almeno a mio avviso, un’eco storica e contiene un avvertimento valido per i nostri giorni. Un interrogativo che noi tutti dovremmo porci e in primo luogo chi fa parte della cultura alla quale si riferiva Freud: come mai civiltà tanto progredite e sofisticate, con tradizioni antiche e risultati estetici e spirituali di grande rilievo, non hanno sviluppato anticorpi sufficienti, o freni inibitori, contro la negazione della libertà, l’oppressione fisica e spirituale, la violenza spietata che ha portato a veri e propri genocidi e a forme di torture mai viste prima nella storia umana? Tanto più che quelle azioni orribili non furono compiute unicamente in seguito all’esercizio del terrore da parte di un regime dittatoriale, ma grazie all’ampia collaborazione di numerosi cittadini che eseguirono volontariamente ordini demoniaci, tesi a seminare distruzione e morte fra popoli stranieri come pure fra i loro stessi compatrioti, consociati alla loro cultura.L’interrogativo si fa ancora più serio e mi conduce al cuore dell’argomentazione. Forse, infatti, non si tratta solo di assenza di inibizioni o di anticorpi deboli, ma della presenza di veleni dentro di noi che ci spingono e ci autorizzano ad agire con malvagità,aggressività e folle violenza pur nel contesto di un’estetica raffinata e della bellezza artistica. E a questo punto non può bastare la domanda se esista o meno un fattore di disagio nella cultura, ma occorre anche chiarire il pericolo insito in essa e nella civiltà entro la quale si è sviluppata.Volendo usare una metafora provocatoria è possibile sostenere che il Faust di Goethe – il racconto di un uomo che vende la propria anima al demonio – non è unicamente una tragedia intellettuale scritta in uno stile estremamente raffinato ma forse, proprio a causa del suo grandissimo potere estetico e contro il suo interesse, anche una fonte di ispirazione per il nazionalismo tedesco. È un’opera trasformatasi in un classico proprio a causa della visione, probabilmente nata a livello inconscio ma trasformatasi in realtà, di un popolo che, al pari di Faust, esattamente cent’anni dopo la pubblicazione dell’opera, ha venduto la propria anima a un demone in carne ed ossa che nemmeno cercava di nascondere, come Mefistofele, la sua natura diabolica.E qui nasce una nuova riflessione. Le civiltà e le arti che ammirano e serbano con cura le proprie tradizioni hanno creato nelle coscienze nazionali una chiara gerarchia tra culture superiori e inferiori, generando talvolta l’opinione che esistano razze e popoli con talenti particolari (discorsi come questi si possono sentire anche fra gli ebrei che si vantano dei loro premi Nobel o dei loro risultati in campo artistico attribuendoli a una specifica genialità). Quindi, in talune circostanze, la cultura e l’arte, anziché unificare i popoli e trovare in essi un denominatore comune, divengono uno strumento di legittimazione del senso di superiorità mediante il quale si autorizzano l’umiliazione e l’oppressione di culture “inferiori”, o quanto meno l’imposizione di valori e di caratteristiche appartenenti a quella “superiore”, e si giustifica, giuridicamente e moralmente, l’imperialismo vecchio e nuovo.È così dunque che avvenne, in modo insopportabile e assurdo, che ufficiali e soldati delle SS nei campi di sterminio nazisti ascoltassero nei loro alloggi l’Inno alla gioia di Beethoven con le parole di Schiller, che esprimono una visione di fratellanza fra i popoli, senza percepire la contraddizione tra la cultura di cui si nutrivano e il loro comportamento. Alla fine del Diciannovesimo secolo e all’inizio del Ventesimo, allorché in tutti i campi dell’arte si aprirono nuove brecce e vennero raggiunti traguardi formali e sostanziali (che a mio avviso non hanno ancora esaurito tutte le loro potenzialità), vi fu anche il primo contatto, fertile e di forte impatto creativo, tra l’arte e le teorie psicanalitiche. Il modo di pensare degli artisti è solitamente intuitivo e non si formula tanto in fretta in dottrine astratte, ma la teoria della psicoanalisi ai suoi esordi, sia freudiana che junghiana, attirò moltissimo gli artisti, soprattutto a causa della legittimazione a esplorare, in modo sistematico, ordinato e meglio organizzato, gli strati profondi dell’inconscio – personale e collettivo – che fino a quel momento avevano trovato espressione solo casuale, e non sistematica, nelle opere d’arte. I flussi di coscienza associativa, i sogni, le fantasie, i miti moderni, l’assurdo come parte della vita, le nevrosi e le perversioni, il surrealismo e i simboli astratti ricevettero una forte spinta nell’arte moderna che cominciò a cercarli non solo nelle leggende lontane e negli eroi fantastici ma anche nella vita di tutti i giorni, tra la gente comune e semplice: impiegati di banca e agenti di borsa, minatori e casalinghe. E poiché quelli erano i primi tentativi di artisti che arrancavano a tentoni tra teorie psicologiche e psicoanalitiche oscure o non ben assimilate e una realtà non ancora pronta per uno scavo in tale profondità, le nuove forme di pittura, di scultura, di musica, di letteratura e di danza assunsero una forza primordiale particolare. E non starò a elencare tutti i grandi che nella prima parte del Ventesimo secolo produssero opere di cui ancora oggi ci nutriamo e che mettono in ombra la produzione artistica della seconda metà.Di particolare rilievo sono le incursioni nell’inconscio, personale e collettivo, di artisti che rinunciarono alla popolarità di pubblico per rimanere fedeli al nuovo ideale artistico. Mi riferisco a Faulkner, a Schönberg, a Picasso, a Beckett, a Kafka, a Joyce – che non si lasciò scoraggiare dal boicottaggio della sua grande opera Ulysses – a Igor Stravinsky e a Diaghilev che non si spaventarono per i pomodori marci o le uova gettati sul palcoscenico a Parigi durante la rappresentazione della Sagra della primavera (a proposito: qualcuno ha sentito ultimamente di pomodori gettati sul palco di un teatro durante un balletto o la messa in scena di un’opera? anche dinanzi alle rappresentazioni più strampalate e provocatorie ormai regna un’indifferenza apriori). Tuttavia quelle incredibili novità erano talmente ebbre del loro lato provocatorio che non sempre fecero caso a quello etico, terapeutico e riabilitante del processo analitico. E dunque, in quanto modelli culturali, dotati di forza e di grandezza estetica, rimasero in esse anche lati bui e pessimistici che potevano alimentare, naturalmente senza intenzione, la sfiducia, l’assurda malvagità e legittimare l’aggressività e la confusione tra il bene e il male.Ripeto che tutto questo avvenne nell’arte, un campo che in ogni caso tocca uno strato marginale di persone per quanto la sua influenza si irradi in circoli più ampi. 

3. Giungiamo ora al terzo punto, o meglio, interrogativo. La cultura e l’arte odierne sono in grado di esercitare una azione inibitrice più efficace sugli istinti aggressivi dell’uomo così come sperava Freud? Se il padre della psicoanalisi fosse stato testimone di ciò che accadde all’umanità civile e soprattutto ai suoi connazionali durante la Seconda guerra mondiale, si sentirebbe soddisfatto della situazione attuale della cultura e dell’arte? In altre parole, quale sarebbe oggi, a suo parere, il livello di “disagio della cultura”? È vero che i traguardi culturali e artistici più recenti non sono notevoli come quelli raggiunti alla fine del diciannovesimo secolo e durante la prima metà del ventesimo. Il processo di globalizzazione ha forse contaminato l’arte, introducendo elementi commerciali che l’hanno resa più superficiale. Ma non si può negare che nel corso degli anni questa abbia acquisito anche valori positivi, anticorpi validi contro le pulsioni aggressive dell’uomo, e ho l’impressione che anche la psicoanalisi vi abbia dato un modesto contributo.Innanzi tutto il fatto che la psicoanalisi abbia cercato di tradurre la più straordinaria aspirazione dell’umanità – quel “conosci te stesso” che campeggiava sul tempio di Apollo – in una dottrina raffinata che cerca di realizzarla grazie a metodi istituzionali e pratici, è penetrato nella coscienza degli artisti e nelle loro opere dell’ultimo periodo. È vero che da un punto di vista estetico non è sempre un bene che l’arte sia troppo cosciente di se stessa. Gli artisti talvolta temono che un’autoanalisi eccessivamente approfondita possa intaccare il loro spirito creativo. Ma considerando che la frase “conosci te stesso” è un “pozzo senza fondo” – come tutti voi ben sapete dalla vostra esperienza lavorativa – ecco che una migliore comprensione di sé da parte dell’artista, per quanto possa ridurre da un lato alcune sue amabili nevrosi, dall’altro gli permette di interpretare il mondo in maniera più approfondita e di raffinare il profilo psicologico dei suoi eroi.È altrettanto vero però che le arti, e principalmente la letteratura, il cinema e il teatro, usano sovente e in modo approssimativo e meccanico la tecnica analitica del “segreto”, come se dietro a ogni fallimento umano o a ogni problema relazionale si celasse un trauma infantile o giovanile che deve essere risolto e che può fornire una chiave di lettura per il comportamento del presente. Basta citare gli innumerevoli esempi di letteratura contemporanea basati sulla tecnica del segreto che si svela verso la fine (questo è anche, per inciso, il motivo dell’enorme e crescente popolarità dei gialli intellettuali) rispetto a quelli incentrati su un’evoluzione dei protagonisti che acquisiscono autoconsapevolezza affrontando con maturità la vita e senza la scoperta di un oscuro episodio del loro passato. Pierre Bezuchov e Andrej Bolkonskij, i protagonisti di Guerra e pace, oppure Hans Castorp e i membri della famiglia Buddenbrook di Thomas Mann, Bloom dell’Ulysses di Joyce o la signora Ramsey di Al faro di Virginia Woolf, non si occuparono troppo di segreti. E credo che avremmo perso qualcosa se Dostoesvskij ci avesse proposto, alla fine di Delitto e castigo, un trauma infantile di Raskol’nikov come spiegazione psicologica del delitto da lui commesso, o Tolstoj avesse svelato un abuso subito da Anna Karenina per motivarne il suicidio.Eppure, nonostante l’eccessiva banalizzazione della tecnica del segreto nelle opere letterarie, in fin dei conti la cultura odierna, che tende a scavare nell’infanzia, nei primi rapporti tra genitori e figli, possiede anche un grande valore e aumenta l’autoconsapevolezza critica sia del singolo sia della collettività, cosa in fin dei conti positiva per l’inibizione delle pulsioni aggressive dell’uomo.Un altro aspetto che si va chiarendo negli ultimi anni, grazie alla legittimazione delle diverse culture, è la valorizzazione e il rispetto del pluralismo culturale. La sacralità della scala gerarchica delle culture si va logorando e conseguentemente anche il nazionalismo aggressivo che da essa traeva ispirazione. È vero che talvolta non apprezziamo il fatto che ogni ghiribizzo o espediente artistico venga tollerato, che determinate opere d’arte ottengano apprezzamenti troppo generosi e che non vi siano regole critiche più severe. Ma in fin dei conti questo approccio democratico, se da un lato abbassa il livello generale, dall’altro apre largamente agli altri, a chi è diverso, costringendo noi tutti a mostrarci più disponibili. E non ci sono valori migliori di questi per tenere a freno l’aggressività naturale dell’uomo. 

4. Giungiamo ora alla questione della religione. Quale ruolo riveste nella cultura moderna? Aumenta il disagio freudiano o, al contrario, lo attenua? Inibisce le pulsioni aggressive o le incoraggia? Questi interrogativi mi tengono molto occupato in veste di laico israeliano, dato che in questi giorni lo scontro tra le varie concezioni laiche e religiose nello Stato in cui vivo – a livello politico, culturale e ideologico – è giunto a un bivio pericoloso che potrebbe far precipitare la società israeliana in una guerra civile.Nel saggio di Freud pubblicato nel 1927, L’avvenire di un’illusione, troviamo una burrascosa discussione sul posto della religione nella cultura. Dico burrascosa poiché Freud conduce una sorta di dialogo immaginario con gli oppositori delle sue idee che lo sospettano di voler allontanare l’influenza della religione dalla cultura ed esprimono convinzioni difficili da confutare. Permettetemi di leggerne alcuni brani: La religione sarebbe la nevrosi ossessiva universale dell’umanità; come quella del bambino, essa ha tratto origine dal complesso edipico, dalla relazione paterna. Stando a tale concezione, è da prevedere che l’abbandono della religione debba aver luogo con l’inesorabilità fatale di tutti i processi di crescita, e che ora ci troviamo in pieno proprio in questa fase di sviluppo (O.S.F., 10, 473). 

E poco più avanti: Il riconoscimento del valore storico di talune dottrine religiose accresce il nostro rispetto per esse, non invalidando però la nostra proposta che si smetta di addurle a motivo dei precetti della vita civile. Al contrario! Con l’aiuto di questi residui storici siamo giunti a concepire i dogmi religiosi alla stregua, per così dire, di relitti nevrotici e ora possiamo affermare che è arrivato probabilmente il momento, come avviene nel trattamento analitico del nevrotico, di sostituire gli esiti della rimozione con i risultati del lavoro razionale della nostra mente. Che tale riesame non debba limitarsi alla rinuncia alla trasfigurazione solenne delle norme civili e che una revisione generale delle medesime debba approdare all’eliminazione di molte di esse, può esser preveduto, non deplorato. Il compito che ci proponiamo, che è quello di riconciliare gli uomini con la civiltà, verrà in tal modo assolto in ampia misura. Quanto alla rinuncia alla verità storica, rinuncia che caratterizza la motivazione razionale delle norme civili, non c’è motivo per rimpiangerla. Le verità che le dottrine religiose contengono sono così deformate e sistematicamente mascherate che la massa degli uomini non può riconoscerle come verità (O.S.F., 10, 474). Che dire dell’ingenuità di Freud? Probabilmente rimarrebbe allibito se oggi vedesse le chiese stracolme di fedeli nell’Europa dell’est e nella ex Unione Sovietica, i battisti fanatici e conservatori in America (la maggior parte dei quali, agli inizi del ventunesimo secolo, ancora respingono la teoria dell’evoluzione di Darwin e rimangono fedeli al racconto biblico della creazione), le moschee zeppe di credenti non solo a Teheran, al Cairo o a Rabat ma anche nel cuore dell’Europa cristiana, a Parigi, a Londra e ad Amsterdam, le migliaia di integralisti religiosi ebrei, figli del suo popolo, che si aggirano armati tra i palestinesi sotto occupazione e attuano gravi provocazioni di matrice nazionalistica in nome della religione, o ancora i ghetti sempre più ampi degli ebrei ultraortodossi vestiti con abiti medioevali all’interno delle città israeliane, o ad Anversa, a Mosca e a New York. Che direbbe nel vedere le lotte cruente in atto in India tra induisti e musulmani per il controllo di antichi templi? Insomma, le grandi e forti ideologie laiche sono crollate come castelli di carta durante l’ultimo secolo, sia in Occidente che in Oriente, mentre la religione si è andata affermando.Allora la religione è parte della cultura così come Freud la concepiva? Ecco una domanda non facile, ma credo di non sbagliarmi nell’affermare che il grande pensatore considerava la religione non tanto parte della cultura nel senso stretto del termine quanto della civiltà, e aveva ragione, a mio avviso. Vi sono infatti persone di cultura diversa, o a diversi stadi di sviluppo culturale, che possiedono la medesima fede religiosa. Un docente universitario e un analfabeta possono partecipare fianco a fianco a un rito liturgico con lo stesso spirito di devozione. Nasce quindi un nuovo interrogativo che forse Freud voleva evitare ma che io penso sia necessario porsi. Cos’è quel disagio della cultura che spinge la gente verso la religione? Il saggio di cui stiamo discutendo potrebbe essere infatti scritto oggi con grande entusiasmo non da uno psicoanalista ma da un imam, un sacerdote o un rabbino. In ogni caso sermoni dai toni analoghi vengono tenuti in luoghi di culto di religioni diverse e persino rivali.Come mai la cultura (e torno a sottolineare che questo mio intervento si incentra sul suo aspetto creativo e artistico) non è riuscita a saziare la fame dell’uomo moderno al punto di ricondurlo a cercare ancora una volta consolazione e nutrimento spirituale nella religione? Ecco una domanda importante perché oggi vi sono rappresentanti del clero che si uniscono apertamente agli attacchi contro la cultura razionale che mira ad accrescere la consapevolezza dell’individuo. Una consapevolezza che Freud sperava potesse tenere a bada gli istinti aggressivi dell’uomo e favorire la capacità di dialogo con i suoi simili. Gli attacchi di una parte del clero sono inoltre pericolosi in quanto non esitano a incitare all’uso delle armi fornite dalla civiltà e dalla tecnologia moderne; non c’è alcun bisogno di citare esempi della recente ondata di terrorismo mondiale. Il risveglio della religione è forse connesso a un senso di calore e di solidarietà insito in essa e a una distinzione più chiara e definita fra il bene e il male di cui probabilmente fa difetto la cultura dei nostri tempi? È vero che quest’ultima possiede un maggior grado di autoconsapevolezza, è più sottile nelle sue critiche, più fedele ai principi della political correcteness, ma in fin dei conti è più fredda, narcisista, relativista e non univoca nei suoi giudizi morali. Aspira alla felicità del singolo, ma una felicità appunto “singola”, priva di quel “sentimento oceanico” che lo scrittore francese Romain Rolland nomina nella sua lettera a Freud, inviatagli dopo aver letto il saggio L’avvenire di un’illusione e che il padre della psicoanalisi, razionalista per definizione, respinge nelle prime pagine del Disagio della civiltà citando l’epigrafe di Goethe: “Chi possiede scienza e arte ha anche religione / Chi non possiede né l’una né l’altra, abbia la religione”. Nel secolo scorso abbiamo visto come la scienza e l’arte della società laica abbiano fallito nel reprimere gli istinti aggressivi dell’uomo e siano state poste al servizio di regimi brutali per opprimere popoli e perpetrare crimini. D’altro canto sono in pochi coloro che ritengono che la religione moderna, soprattutto quella i cui rappresentanti stringono un patto di sangue con il nazionalismo, possa dare una mano a raggiungere il nobile obiettivo di una maggiore felicità e di una minore violenza.Eppure la posizione laica e sicura di Freud non ha dato buona prova di sé. È un fallimento temporaneo oppure la cultura, mediante l’attività artistica di cui questa mattina mi arrogo il ruolo di agente, può contribuire ad accrescere la nostra serenità adottando alcuni elementi religiosi, o almeno ispirandosi ad essi (sempre comunque in base un metodo critico) per un riesame dei valori e una distinzione più precisa tra il bene e il male, anziché concentrarsi sui sentimenti e sui rapporti?Ma com’è possibile seguire una terapia “artistica” sulle questioni etiche senza la spinta del senso di colpa subliminale che fa nascere e risveglia la coscienza? Freud ritiene questo senso di colpa un combustibile importante per la messa in moto della cultura. E questo mi conduce all’interrogativo conclusivo del mio intervento. 

5. Cosa sta avvenendo a questo combustibile spirituale? Fino a che punto il senso di colpa, sorgente di coscienza, è vivo e attivo nella nostra società? Il suo ruolo è importante come nel passato, oppure si svilisce e si appiattisce nel ginepraio del post-modernismo? Naturalmente è difficile esprimere un’opinione in proposito in quanto il senso di colpa è legato alla struttura mentale del singolo e in ognuno di noi è presente in misura più o meno sviluppata. Ma il seguente paragrafo fa nascere in me una riflessione: È stato ripetutamente indicato (da me, ma soprattutto da Theodor Reik) fin entro quali dettagli continui a sussistere l’analogia fra la religione e una nevrosi ossessiva, e quante delle peculiarità e delle vicissitudini del formarsi della religione divengano in tal modo intelligibili. Con ciò si accorda bene il fatto che il pio credente è protetto in misura notevole contro il pericolo rappresentato da talune malattie nevrotiche; l’accettazione della nevrosi universale lo sottrae al compito di costruirsi una nevrosi individuale (O.S.F., 10, 473-474). Sono dunque tentato di parafrasarlo sostituendo al termine “nevrosi” quello di “senso di colpa”. Ed ecco qui di seguito quello che ne potrebbe venir fuori.Il potere del senso di colpa, se non degenera in nevrosi, può condurre l’uomo a una maggiore responsabilità, a una più grande solidarietà e sensibilità morale e a un miglioramento della creatività, divenendo importante per la messa in moto della cultura. Esiste un comportamento morale basato sulla colpa e uno basato sulla vergogna e non ho alcun dubbio che il primo presenti dei vantaggi rispetto al secondo. Ma nelle società democratiche, così ricche di organizzazioni e istituzioni, il “vecchio” senso di colpa personale perde di vitalità e spontaneità, e si trasforma, grazie anche all’azione articolata dei media, in petulante lagnanza contro le istituzioni di cui all’apparenza il singolo è responsabile e fa parte, ma alle quali sente di non appartenere veramente. Così la sua responsabilità morale si trasforma in una sorta di colpa collettiva: “la colpa della sinistra”, “la colpa degli intellettuali”, “la colpa dei tribunali”, “i misfatti dell’accademia”, “la colpa dell’esercito”, “la colpa dei servizi municipali”, “la corruzione del sistema politico”… Tutti questi organismi cessano di essere istituzioni potenti, aliene e misteriose, come erano cento anni fa, e divengono strumenti disponibili e accessibili della società democratica, pur rimanendo distanti ed estranei. Scaricando su di essi una parte del proprio senso di colpa l’individuo fa sì che esso si attenui, ne riduce l’impatto e la forza intrinseca.Il senso di colpa e di peccato di Franz Kafka, nevrotico e irrisolto, ha portato alla nostra cultura riflessioni profonde sul mondo umano che non abbiamo ancora finito di interpretare. La cultura laica e razionalista deve concedere un posto al senso di colpa, fonte di coscienza e strumento di accrescimento della solidarietà e della responsabilità umana, sentimenti che non sono soltanto importanti, ma possiedono anche un sapore di sacralità. Non si può lasciare che esso rimanga esclusivamente nelle mani delle religioni, che possono rivelarsi pericolose e fanatiche in un mondo in cui i mezzi di distruzione sono paurosamente accessibili. La nostra cultura infatti, quella dei consumi e della tecnologia, non può ignorare il pessimismo che Freud rivelava nell’ultima frase del saggio da cui sono partito, ancora priva dell’aggiunta alla seconda edizione del 1931: E ora c’è da aspettarsi che l’altra delle due “potenze celesti”, l’Eros eterno, farà uno sforzo per affermarsi nella lotta con il suo avversario parimenti immortale. Ma chi può prevedere se avrà successo **********************************************************************


 

Abraham B. Yehoshua, Il responsabile delle risorse umane.Torino, Einaudi, 2004

Recensione a cura di Antonio Alberto Semi

Psiche 2005/1

Una donna muore per un attentato terroristico a Gerusalemme. Non si sa chi sia né da dove venga e il suo cadavere resta in obitorio finché un giornalista non scopre – da uno scontrino trovato nella sua borsa – che è dipendente di una azienda di panificazione.Da qui, dalla morte, si dipana la vicenda della ricostruzione della vittima. A poco a poco si scopre che è un’immigrata recente, che forse non è neppure ebrea, anzi che proprio non lo è, che viene da un paese lontano, una delle ex-repubbliche dell’ex-URSS. E si pone il problema del rimpatrio della salma, delle competenze vere o presunte dello Stato o dell’impresa, dell’accompagnamento della salma, della comunicazione con i parenti della vittima.C’è dunque una protagonista assente – perché morta – ma ben presente tramite la sua storia, la sua capacità di seduzione ancora attiva, i suoi eredi (la madre, il figlio). Ma la storia vera non è questa o, meglio, questa storia vera consente un’altra storia e la consente in tutti i sensi: il protagonista, che dà il titolo al romanzo, è il dipendente della grande azienda che si trova coinvolto – perché capo del personale – in tutta la storia. È stato lui a voler trasformare la dizione un po’ vecchiotta di «capo del personale» in quella più moderna di «responsabile delle risorse umane», ma saranno le sue risorse umane ad essere messe in causa e a doversi man mano modificare ed affinare fino ad un finale a sorpresa che ciascun lettore ha il diritto di godersi senza che glielo dica io prima.È la storia di un uomo desolato, che ha concluso un divorzio conflittuale e che ha timore o forse anche un po’ il desiderio mortifero di perdere anche l’unica figlia, di non avere più un contatto reale con lei. E che, conoscendo un po’ alla volta la storia della vittima, ritrova alcuni elementi vitali che gli consentono appunto di prospettarsi un’altra storia, non subìta ma sua. Un uomo dunque all’inizio presente solo perché fisicamente vivo ma realmente assente – per le sue disgrazie – che diventa alla fine presente anche psichicamente. Yehoshua, con questo romanzo, ha scritto anche un grande apologo sulla realtà conflittuale della sua città, sul rischio del cinismo strisciante conseguente al terrorismo quotidiano, e su quello della cancellazione progressiva di una sensibilità di cui tutti sono dotati. Ma, come ogni grande scrittore che si rispetti, ci porta un po’ alla volta a comprendere come la situazione locale sia uno specchio di una situazione universale, come la città sia lo specchio dell’individuo, come si possa passare dalla situazione locale a quella personale, di ciascun lettore, al legame che dentro di noi c’è tra la morte, il lutto e la vita. Quante volte preferiamo morire, quotidianamente, si potrebbe dire a rate, piuttosto che affrontare le difficoltà del conflitto e piuttosto che assumerci la responsabilità della nostra creatività?Con La sposa liberata Yehoshua aveva scritto insieme un romanzo «nazionale» paragonabile, per Israele, ai nostri Promessi sposi, e una grande opera universale nella quale la possibilità di riconoscimento e composizione di tante differenti tendenze (etniche, politiche, culturali, affettive, generazionali) dentro di sé indicava un modo di intendere l’individuo contemporaneo come difficile ma possibile e vivibile concretamente.Con Il responsabile delle risorse umane ci porta ad una riflessione molto umana e semplice (se solo ci si vuol pensare) sulla funzione della morte e sulla continuità della vita. Un aldilà molto umano, nel quale non c’è vita eterna ma c’è eterna vita, garantita dallo svolgersi delle generazioni, diventa una dimensione fondante per il ritrovamento di sé, per potersi godere allora anche molto semplicemente le relazioni non cercate ma solamente esistenti.Col suo stile di scrittura apparentemente piano, intessuto però di continuo di piccole, sorprendenti svolte sia nella storia sia nelle descrizioni dei dettagli, Yehoshua tesse costantemente una trama vitale, positiva. Sarà anche un suo bisogno – visto che vive nella difficile situazione di Israele – ma chi ha letto il Saggio sulla lucidità di Saramago (anch’esso pubblicato da Einaudi quest’anno e anch’esso centrato sulle vicissitudini di una città) non potrà non chiedersi perché quest’ultimo non possa indicare una soluzione mentre Yehoshua sì. Ed essergliene grato.C’è poi un’altra lettura consentita da questo libro – e A.B. Yehoshua non me ne vorrà se faccio l’ipotesi che il suo esser sposato ad una nostra collega non sia estraneo a questa possibilità – ed è una lettura strettamente psicoanalitica. Il responsabile delle risorse umane, allora, potrebbe essere uno psicoanalista e il suo vagabondare attraverso le vicende di un’altra persona che man mano si mescolano intimamente e fertilmente con le sue potrebbe essere la descrizione spazializzata dei pensieri tipici di quella condizione che chiamiamo di «attenzione fluttuante»: si può vedere allora il sorgere del transfert nell’analista per effetto del paziente, le resistenze (controtransferali) alla accettazione di questa estraneità che diventa un modo di essere se stesso, il rischio di precipitare in un baratro ove solo si intravede che si può continuare a cadere senza una fine.E poi, d’un colpo, la comprensione che prepara ad una interpretazione felice. La riassunzione di una responsabilità delle proprie risorse umane. Quale dei personaggi del romanzo è allora il paziente? Non risponderò a questa domanda, perché ognuno deve potersi dare la sua soluzione. Ma è per questa seconda lettura che il libro – godibile umanamente da tutti – mi sembra particolarmente, affettivamente, utile a noi psicoanalisti. 

Antonio Alberto Semi

Bibliografia Saramago J. (2004). Saggio sulla lucidità. Torino, Einaudi. 

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