Cultura e Società

Tra uomo e donna, una impossibile “parità” di C. Cimino

23/11/21
25 Novembre Giornata Internazionale contro la Violenza sulle Donne

BARBARA KRUGER 1989

Tra uomo e donna, una impossibile “parità”

Cristiana Cimino

Il neologismo femminicidio (coniato dalla studiosa di Culture Studies e artista Jane Caputi e dalla scrittrice e attivista femminista Diana E. H. Russel negli anni ’90) è ormai entrato nell’uso comune. L’introduzione di un termine specifico che sta a significare l’uccisione, da parte di un uomo, di una donna in quanto donna, è un fatto che ha implicazioni su piani molteplici, evidentemente, e che convoca anche la psicoanalisi. La convoca perché porta in primo piano il tema del rapporto tra uomo e donna attraverso il suo lato più scabroso e il suo esito più drammatico. Parte della psicoanalisi ha molto pensato in termini di amore “genitale” o “maturo”, di un piano di relazione attingibile, da poter o dover conquistare o che addirittura fosse previsto nel corso di una “naturale” evoluzione psichica. Le vicende umane e, in modo definitivo, la nostra contemporaneità, smentiscono ormai il mito dell’armonia, dell’amore che di due fa uno, quello che Platone nel Simposio fa enunciare, non a caso ad Aristofane, il comico. L’ormai inflazionata evaporazione del padre, la crisi del modello patriarcale, il femminismo, hanno contribuito a rendere questa disarmonia sempre più visibile, patente. Ma anche avendo fatto i conti con il disincanto, ugualmente non è facile assumere che ci sia qualcosa di potenzialmente così stridente, di così dissonante nei rapporti tra uomo e donna che riesca a portare, in certi casi, alla brutalità, alla persecuzione, all’omicidio. E’ altrettanto fuorviante pensare che questi eventi estremi siano da attribuire a qualcosa che nel linguaggio comune è chiamato “raptus”, quel momento di follia svincolato da una logica, che per gli psicoanalisti, è necessariamente psichica. La loro radice sta, invece, proprio in quella radicale non-complementarietà tra uomini e donne, nella loro sostanziale differenza. Sempre difficile da sostenere, quando le parole vengono meno e l’odio che abita i legami si svincola dall’amore, essa diventa intollerabile, accecante.  

Se c’è un’eredità spinosa per la psicoanalisi è la risposta che Freud fornisce a una questione che lo affligge: “cosa desidera una donna?”, dichiarando di non avere capito nulla del desiderio femminile. Proprio lui che con quel desiderio aveva iniziato la sua ricerca, che lo aveva colto dandogli un senso e una dignità di esistenza. Le tante donne isteriche sfilate sotto gli occhi e le orecchie di Freud gli hanno svelato il funzionamento del desiderio che si incarnava nei loro corpi e permesso l’invenzione stessa della psicoanalisi. Quando egli tenta l’esplorazione, per così dire, sistematica del “dark continent”, fa scoperte piuttosto sorprendenti, come la dissimmetria dell’edipo che costringerebbe la bambina a compiere una serie di contorsioni per “diventare donna”, dovendosi emancipare dal primo grande amore che è uguale per tutti, ossia la madre, sempre che superi la catastrofe che costituisce il rapporto con lei. Donne non si nasce, insomma, come avrebbe detto molti anni dopo Simone De Beauvoir, lo si diventa attraverso un cammino tortuoso. Nonostante questa promettente premessa, la soluzione freudiana per diventare una donna è quella di diventare una madre procurandosi un Ersatz di ciò che le manca, ossia il fallo: bambino-fallo, uomo-fallo, ecc. Il desiderio femminile è dunque ridotto a questo: diventare una madre, ossia rientrare in quel regime fallico – a cui Freud attribuirà sempre maggiore importanza nella seconda parte della sua ricerca – procurandosene un sostituto o, come dirà Lacan, diventando lei stessa fallo per il proprio uomo e accendendo così il suo desiderio.

Ma la donna non è tutta lì, non rientra tutta in un regime dell’avere, c’è qualcosa in lei più orientato all’essere che sfugge alla logica della struttura (fallica), non riducibile a un ordine conosciuto e riconoscibile. Freudianamente la donna è un soggetto disturbante per la Kultur perchè poco orientata alla sublimazione. Più vicina al reale dell’essere, la donna funziona bene come Altro assoluto, non riducibile a ciò che si può simbolizzare, sempre sulla soglia dei limiti stabiliti e pronta ad oltrepassarli. Antigone, pur di seppellire Polinice è disposta a morire perché segue una propria etica e non le leggi degli uomini. La donna, anzi, le donne, perché ognuna è donna nel proprio singolare modo, non rientrano del tutto nel recinto previsto dall’ordine simbolico, ne intaccano la stabilità, lo fanno vacillare. E aprono nuove prospettive, unici modi di desiderare affidati alla contingenza e all’invenzione. Quale migliore ambito per la psicoanalisi?

E tuttavia questa differenza declinata al singolare spaventa gli uomini e anche le donne. Lacerate tra il proprio desiderio e l’istanza a conformarsi alla legge maschile, giocano quella “mascherata” che accende il desiderio dell’uomo e mimetizza il piano del loro essere che alla legge sfugge. Spaventa al punto di diventare insopportabile perché marcata da desideri e godimenti estranei, perturbanti e soprattutto eccedenti per un ordine riconosciuto e per l’uomo in questione, fino alla violenza. Talvolta, per le donne, non stare al “loro posto”, un posto determinato da una norma maschile, significa rischiare la vita. Ma qual è il posto di una donna? Chissà…nemmeno le donne lo sanno, almeno finchè non capita loro di trovarlo, di incontrare nella contingenza il proprio modo di godere, non solo sessualmente.

L’uomo non è un nemico, evidentemente, con buona pace di alcuni ambiti del femminismo, come la donna non è una vittima, non per definizione.

Il punto, per gli psicoanalisti, è indagare la zona grigia che è terreno fertile per i legami sintomatici, le logiche maschili (logiche: perché l’anatomia non è un destino) comprese le loro estreme conseguenze, e quelle femminili così sfuggenti e atopiche.  La “parità” tra i sessi è un mito, salvo quella, evidentemente, che attiene ai diritti umani, sociali, giuridici. E’ anche altrettanto moralizzatrice e tranquillizzante. La sfida contemporanea, invece, è quella di assumere e, per gli analisti, individuare e lavorare la differenza incarnata emblematicamente dal femminile, perché la si possa pensare (e praticare) sempre più come una risorsa e non come un corpo estraneo destinato ad essere rigettato o distrutto.

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