Cultura e Società

“Dalla Pandemia alla Guerra. Appunti”di D. Lisciotto. Recensione di D. Scotto di Fasano

15/06/22
"Dalla Pandemia alla Guerra. Appunti."di D. Lisciotto. Recensione di D. Scotto di Fasano

Dalla Pandemia alla Guerra. Appunti.

di Donatella Lisciotto (Bette edizioni, 2022)

a cura di Daniela Scotto di Fasano

Quando prendiamo appunti, e dove?

Da studenti, a scuola o alle lezioni all’università, da adulti, a qualche conferenza interessante, a un convegno, per segnare su carta un tema, una frase, un termine che non vogliamo dimenticare: perdere.

Donatella Lisciotto, psicoanalista ma anche tante altre cose, titola il suo ultimo libro Dalla Pandemia alla Guerra. Appunti, come se – credo – voglia sottolineare che ‘ascoltando’ la Pandemia e il suo passaggio alla Guerra è stato necessario prendere appunti per non ‘perdere’ qualcosa che queste catastrofi della nostra quotidianità ci stanno insegnando.

Il professore a scuola, il docente universitario, il relatore a un convegno o a una conferenza sono per chi li ascolta dei Non Sé, che – proprio in quanto Non Sé – possono metterci in contatto con un ‘ignoto’, quell’ignoto sul quale prendiamo appunti.

Dunque, desumo, Donatella Lisciotto ci mostra con questo suo ultimo libro che Pandemia e Guerra, oltre che catastrofi che non possiamo non vivere persecutoriamente, sono anche cambiamenti catastrofici, per dirla con Bion, dai quali si può imparare se riusciamo a stare in uno stato mentale depressivo: non depresso, depressivo, secondo il senso della posizione depressiva descritta da Melanie Klein.

Posizione che necessariamente comporta depressione, e, altrettanto necessariamente, è la meta prefigurata, nello sviluppo, nel passaggio dalla posizione schizoparanoide e da quella, antecedente, gliscro-caria, descritta, questa, da Bleger. Tornerò su questi aspetti, a mio parere dirimenti poiché caratterizzanti ogni pagina di Dalla Pandemia alla Guerra. Appunti.

Prima, però, è da sottolineare la ‘pesante leggerezza’ del libro: l’Autrice affronta infatti con grandissima e ammirevole leggerezza temi molto pesanti.

Non sempre concordo con le sue affermazioni, ma di tutte credo di cogliere il senso, la ragione che spinge l’Autrice a esprimerle. Dall’Introduzione via via per i successivi brevissimi capitoli il viaggio di Donatella Lisciotto attraversa la palude della ‘reclusione’ tra le mura domestiche nel caso di contagio proprio o di un convivente, lo ‘stupro’ dei tamponi faringei e soprattutto nasali, il clima di sospetto che offusca i rapporti interpersonali…. mentre si avverte, nel contatto con quello che, nel linguaggio dei lacaniani, è ‘il reale’, l’attitudine dell’Autrice di ascoltarsi mentre vive e osserva, facendo appello (e ricorso) al ‘terzo orecchio’, che consente all’analista, mentre ascolta il paziente, di ascoltare se stesso che lo ascolta.

L’intero libro infatti scivola attraverso libere associazioni, che evocano ricordi d’infanzia, brani letterari, spezzoni clinici, riflessioni metapsicologiche.

Spesso il tono è ‘offeso’, arrabbiato, ed è uno degli aspetti sui quali ho più dubbi: abbiamo subìto, abbiamo fatto tutti quello che si poteva, data la confusione generata dall’imprevedibilità degli eventi relativa alla pandemia e alla scarsità di competenze cliniche ad essa relative, è difficile a mio parere prendersela con chi ha fatto quello che ha potuto. Ma è questione complessa, sulla quale lascio che i lettori si facciano la propria impressione.

Io, trovo un po’ eccessivo, francamente, ad esempio, assimilare il tampone a uno stupro, per più ragioni. Innanzi tutto, la violenza sessuale non prevede affatto il consenso della vittima, mentre il tampone, anche quando ‘imposto’ per ragioni sanitarie a tutela della salute del soggetto e di terzi, prevede il consenso quando non addirittura la richiesta di chi vi si sottopone.

Inoltre, proprio per quanto scritto, credo che una vittima di stupro potrebbe soffrire di tale metafora, anche se, conoscendo e stimando profondamente Donatella Lisciotto, sono sicura che tale possibile deriva era lontana anni luce dalle sue intenzioni.

Infatti, la sensibilità di una psicoanalista molto attenta alle ‘vibrazioni’ emotive suscitate dai fatti che ci hanno davvero perseguitato negli ultimi due anni è rintracciabile in molte sue osservazioni, ad esempio quella, a pagina 11, quando scrive, in relazione al fatto che, durante il ‘troppo ingombrante’ primo lockdown, chiusi nelle nostre case, siamo stati esposti al rischio di scoppiare: “Accura chi non scattiano i buttighi!” (attenzione che non scoppino le bottiglie!).

La libera associazione è alla pratica di “fare le bottiglie di pomodoro”, quando, nei calderoni in cui le bottiglie ben tappate venivano messe a bollire per essere sterilizzate, ogni tanto succedeva che qualcuna scoppiasse. Molti anche i riferimenti a casi clinici, sia quelli ascoltati durante la pandemia del 2020 per il Punto d’Ascolto (il capitolo intitolato Francesca) sia quelli seguiti nella quotidianità clinica nel proprio studio, che consentono all’Autrice anche scoperte molto interessanti.

Tra questi, come nota anche Schön nella Postfazione, spicca il caso di chi acquista, in determinate circostanze, una lucidità cha abitualmente vacilla. E’ il caso della paziente Anna (p.75), che, a differenza che in sedute ripetitive impregnate di pensiero magico, mostra, a proposito dello scoppio della guerra, una straordinaria lucidità: “Non c’è traccia di pensiero magico che di solito usa molto spesso […] Che effetto fanno traumi così grandi nelle persone cosiddette “malate”? E nelle persone cosiddette “normali”…?” (ivi).

Continui, in più capitoli, e sempre adeguatamente alle considerazioni condotte, i riferimenti al lavoro di Silvia Amati Sas. E qui vale la pena di riprendere il cenno iniziale alle posizioni gliscro-caria, schizoparanoide e depressiva.

Sappiamo che con la prima, descritta dal maestro di Amati Sas, Bleger (e erroneamente tradotta in italiano gliscro-carica, come nota Francesconi, 2008), ipotizzò che il nucleo agglutinato, indifferenziato (gliscrocario) sia struttura fondamentale del funzionamento arcaico della mente, in questa luce pertanto evolutivamente fisiologico: “In Bleger la natura agglutinata del nucleo profondo di tali strutture rimanda alla fase originaria precedente alla divisione schizoparanoide e quindi all’esistenza degli oggetti parziali, essa corrisponde ad uno stadio precocissimo di frammenti Sé/Non Sé non integrati, ma tenuti insieme in modo “colloidale” e diffusamente permeanti lo psichismo (Io granulare) i cui correlati patologici possono corrispondere all’area della presentazione «ambigua» di sé, dove la caratteristica più evidente è l’apparente assenza di conflittualità fra elementi assolutamente incompatibili.” (Francesconi, 2013).

In accordo con tali premesse è Donatella Lisciotto, la cui proposta coincide con quella di Francesconi, per il quale “la lettura più coerente con il complesso di fenomeni che giungono alla nostra osservazione nel campo della cura e in quello del collettivo sociale sia proprio consentita dalla applicazione del modello blegeriano dell’ambiguità” (Francesconi, 2013).

Non c’è qui lo spazio per esemplificare i molteplici appelli dell’Autrice a tali considerazioni per ‘leggere’ i fenomeni che hanno fatto da costellazione a pandemia e alla guerra, ahimè ancora in corso.

Vorrei infatti prima di concludere sottolineare come l’Autrice richiami più volte anche la posizione mentale detta schizoparanoide, che è particolarmente evidente nella ricerca di un nemico da combattere, di un persecutore da accusare.

Infine, pregnante la diffusione, per tutto il libro, e commovente, lo stato mentale sia depresso sia, soprattutto, depressivo di Lisciotto negli Appunti presi in forma di libere associazioni (e interpretazioni dei fenomeni – sia clinici che collettivi – in forma di attenzione liberamente fluttuante).

Stato mentale depressivo che le consente di provare compassione per i fenomeni vissuti, osservati, descritti, riletti psicoanaliticamente.

Infine, per concludere, un piccolo accenno alla forma del progetto grafico del libro: copertina nera sulla quale, in una etichetta bianca bordata di rosso come quelle che si attaccavano con la colla sulle copertine dei quaderni neri delle elementari per segnalare se il quaderno era di matematica, di italiano, di grammatica, campeggia scritto ‘a mano’ il titolo.

Una dimensione grafica ‘umile’, ‘elementare’, che evoca l’apprendimento dell’abc, un abc indispensabile per leggere, e scrivere, da adulti.

Ecco, credo che questo libro voglia proprio rappresentare, nelle intenzioni dell’Autrice, un modo non da addetti ai lavori ma molto solido metapsicologicamente per comprendere (e tollerare) quanto di traumatico e drammatico abbiamo vissuto e stiamo vivendo. 

Bibliografia

Francesconi M., 2008, Tra-mutazioni antropologiche, Psiche, 2, 2008, pp. 115-136.

Francesconi M., 2013, La mente, mente?  Inconscio, metamorfosi, ambiguità e bugia, relazione letta a Filosofia sui Navigli, Milano, 10 marzo 2013.

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