Parole chiave: perversione, dipendenza affettiva
Autore: Flavia Salierno
Titolo: Il Filo Nascosto (Phantom Thread)
Regia: Paul Thomas Anderson, USA, 2017, Regno Unito, 130 min
Genere: drammatico
“Reynolds ha trasformato i miei sogni in realtà. E io gli ho dato in cambio quello che più desidera. Ogni singola parte di me”.
Primo piano sulla protagonista, Vicky Krieps. Alma, nel film. Racconta la loro storia d’amore. Al medico che è lì per curare il protagonista, in fin di vita per il veleno che lei gli ha dato, nella stanza accanto. Daniel Day-Lewis. Reynolds, nel film.
Comincia così la narrazione di una relazione. Perversa. Dove per perversione relazionale intendiamo una modalità di relazioni d’oggetto, in cui la relazione tra due persone viene trasformata in rapporto di potere, dominio e controllo (Filippini, 2005). E non è detto che sia a senso unico. Il dominio e controllo possono essere alternate, in forme e modalità differenti.
La casa di Reynolds Woodcock é il luogo intorno a cui tutto si muove. Un’esistenza dominata da regole rigide, dove i tempi vengono scanditi a suon di lancette a cadenza fissa, ma anche da una creatività canalizzata sulla ideazione e costruzione di abiti di alta moda. Il vestito, nel mondo di Reynolds, è un oggetto mediatore, il feticcio che consente il collegamento all’altro senza esporsi al contatto, senza la cedevolezza dell’intimità (Kernberg, 1996). Il sarto protagonista del film ha un segreto cucito nel tessuto delle sue creazioni. É “il filo nascosto”, quel mondo in cui Reynolds condensa la verità delle sue emozioni, la possibilità di un’espressività senza barriere difensive.
A sostenere questo apparato c’è una perdita mai davvero digerita. La madre morta, presenza interna assoluta, idealizzata e intoccabile. La sua immagine percorre il film come una corrente sotterranea che spiega il bisogno di regole, la sacralizzazione dei rituali, l’onere di una perfezione che non ammette sbavature. Per Reynolds l’oggetto primario resta scisso tra ideali di purezza e fantasie persecutorie, e ogni intrusione nel suo mondo è vissuta come minaccia alla fragile integrazione del Sé (Kernberg, 1996). La mania di controllo rappresenta un argine contro l’angoscia di separazione. Per questo il lavoro, come la routine domestica, diventa un guscio protettivo. Cucire, misurare, imbastire, sono gesti che regolano l’interno attraverso il dominio dell’esterno.
L’incontro con Alma rompe l’incantesimo senza infrangerlo del tutto. In una locanda di campagna, incontra la giovane cameriera, bella, ma impacciata e goffa, che Reynolds guarda e desidera. Intercetta di lei la sua disponibilità, la preda da addestrare e addomesticare, ma anche la persona di cui fidarsi. E il corteggiamento è già addestramento. Ordinare per lei al ristorante, dettare tempi e posture, trasformare il contatto in gesto tecnico al momento della presa delle misure. Decidere per lei gli abiti da indossare, come indossarli. L’idealizzazione iniziale non riguarda l’altro in quanto tale, ma l’uso che il soggetto ne fa per stabilizzare la propria architettura interna (Kernberg, 1995). Alma è scelta non solo perché “piace”, ma perché può essere accolta nel mondo di Woodcock senza ristrutturarlo.
E tuttavia la vitalità di Alma introduce una rivoluzione. La scena della colazione, apparentemente banale, svela il nervo scoperto. Il coltello che stride sul pane imburrato, la tazza che urta il piattino, la mano che si muove “troppo” libera. Reynolds si irrigidisce, la rimprovera con freddezza chirurgica. Non è il rumore in sé a ferirlo, ma l’imprevisto, la spontaneità del corpo vivo dell’altro che sfonda la barriera del rituale. Reynolds tollera l’oggetto trasformato, la partner addestrata, educata alla sua grammatica, ma teme l’oggetto vivo, imprevedibile, che chiede riconoscimento reciproco e non semplice adesione (Benjamin, 1991).
Per Alma, casa Woodcock è insieme fascinazione e prigione. Ammira la precisione, desidera esserne parte, come desidera prendere parte da quel ritmi scanditi. La casa desiderata di Reynolds è il desiderio di Alma di entrare nel mondo interno dell’amato. Ma avverte anche di non poter entrare davvero se non al prezzo di una rinuncia a se stessa. La notte, quando tutto tace, tra i pizzi e le sete, Alma coglie il lato melanconico del regno dove l’ordine perfetto copre un vuoto. Il “filo nascosto” diventa per lei più di un vezzo, ma la parola muta di Reynolds, la sua impossibilità a parlare se non per interposta stoffa.
Quando Alma comprende che la tenerezza di Reynolds si apre solo nella malattia o nell’abbattimento, decide di forzare il passaggio. Il primo avvelenamento con i funghi, da parte di Alma, è il gesto paradossale con cui rovescia l’assetto. Di colpo, il corpo dello stilista cede. La febbre fa vacillare le difese e spalanca la porta al ritorno del fantasma materno. Reynolds, sudato e confuso, sovrappone il volto della madre a quello di Alma. E la stessa diventa, per un tempo limitato e segreto, la madre che cura, ma lo diventa attraverso un mezzo perverso: il veleno che ammala affinché la cura sia possibile.
La dinamica, a questo punto, si struttura come un sistema chiuso di dipendenza e codipendenza. Reynolds dipende da Alma per accedere a emozioni tenere che altrimenti non tollera. Alma dipende da Reynolds per confermare la propria indispensabilità. È la logica codipendente in cui il “salvatore” si incatena al bisogno dell’altro, mantiene livellata la relazione sul sintomo, e così evita la separazione e la crescita di entrambi. Reynolds e Alma organizzano la quotidianità intorno a un segreto operativo: malattia e cura, dominio e resa, orchestrati come variazioni sul tema della sopravvivenza del legame.
Quando Alma, ancora una volta rifiutata e svalutata, fa capire a Reynolds il desiderio di avvelenarlo di nuovo, accade qualcosa che supera la casualità del primo atto, perché stavolta nasce un contratto. Reynolds guarda Alma, con la stessa intensità con cui la donna lo guarda negli occhi, pesa il costo e il beneficio, e acconsente. Non è una resa, ma l’istituzione di un rituale segreto, una norma privata in cui entrambi trovano una forma di quiete. La relazione perversa, a questo punto, è stabilizzata. Non è un sintomo che disturba la coppia, ma la colla che la tiene insieme (Filippini, 2005). Il “filo nascosto”, allora, è l’enigmatica iscrizione che la coppia sceglie per sé.
Il tempo, nel film, è scandito da ritorni. E dalla musica straordinaria di Jonny Greenwood, metronomo essenziale, con ritmi struggenti, a tratti solenni, tragici, o distesi.
La colazione che si ripete, le prove degli abiti, il silenzio e il rumore, il lavoro e la malattia. Ogni ciclo termina con una ricomposizione provvisoria, e ogni ricomposizione richiede una nuova dose di “veleno”. La coppia non mira alla guarigione, ma all’equilibrio. Un equilibrio perverso, certo, ma stabile, a suo modo.
C’è un passaggio del film in cui la febbre di Reynolds chiama il fantasma della madre nella stanza, in abito nuziale. Lì si vede con nitidezza l’equazione chiave. La cura, l’essere curato, è l’unico varco possibile verso l’intimità. L’avvelenamento, allora, è il modo più diretto che Alma ha trovato per costruire una relazione in cui Reynolds possa regredire senza vergogna. Ma proprio perché è artificiale, richiede periodiche riattivazioni. La ripetizione non è un errore, ma è il motore.
A livello intrapsichico, possiamo leggere la posizione di Reynolds come una difesa contro l’angoscia della fusione e contro il rischio di perdere l’oggetto.
Dal lato di Alma, la sua “generosità” non è puro altruismo, ma è bisogno di controllo mascherato da cura, potere guadagnato attraverso la devozione. Alma, nei momenti di massima cura, oscilla tra le due. A volte si fonde con il bambino malato, altre volte incarna la madre potente che somministra e cura. In entrambi i casi, ottiene una centralità che la protegge dal terrore di essere superflua.
Cosa resta, allora, quando il sipario si chiude? Rimane l’immagine di una coppia che sopravvive grazie a un segreto comune. Un segreto che li protegge e li imprigiona, come il filo che tiene insieme la stoffa e la trattiene dal cedere.
Il filo nascosto è un film che mostra, con la forza della forma e del ritmo, come un legame possa costruirsi intorno a un sintomo, fino a farne la propria firma. Ciò che appare “perverso” dall’esterno, dall’interno è una soluzione, la migliore disponibile a un certo tempo psichico. E, nelle pieghe nascoste delle forme dell’amore, le trame cucite con ago e filo, delineano la possibilità di una sopravvivenza psichica. E resta il dubbio. Riusciranno veramente a sopravvivere? Non lo sappiamo. Quello che si può sapere, è che è il loro modo per poter vivere. Insieme.
Bibliografia
Benjamin, J. (1991). Legami d’amore. La costruzione delle relazioni di potere. Milano: Raffaello Cortina Editore.
Filippini, S. (2005). Relazioni perverse. La violenza psicologica nella coppia. Milano: Franco Angeli.
Kernberg, O. F. (1995). Relazioni d’amore. Normalità e patologia. Milano: Raffaello Cortina Editore.
Kernberg, O. F. (1996). Sindromi marginali e narcisismo patologico. Milano: Raffaello Cortina Editore.