Cultura e Società

“La metamorfosi” di F. Kafka. Recensione di S. Diena

9/12/22
"La metamorfosi" di F. Kafka. Recensione di S. Diena

La metamorfosi

di Franz Kafka

a cura di Simonetta Diena

Libri che torniamo a leggere per piacere, conforto e inaspettato ricordo.

Premessa:

Vladimir Nabokov disse una volta. “Un buon lettore, un grande lettore, un lettore creativo e attivo, è un ri-lettore”. È una dichiarazione impegnativa, che mi ha sempre confortata. Io sono una rilettrice accanita. Amo leggere la narrativa, e la poesia. Amo i classici, amo ritrovare contenuti ed espressioni che risuonano al mio interno, amo storie che non mi sono familiari e storie che mi sono familiari. Ogni volta che viaggio, o magari addirittura risiedo per un po’ in un altro paese, mi dedico per un po’ a cercare i classici di quel paese, i libri più significativi della regione. Ne ricavo un piacere sottile, di conferma e di stupore al tempo stesso, delle impressioni che soggettivamente traggo dal soggiorno. La narrativa rivela e nasconde aspetti del paese dove viene scritta, geograficamente, storicamente e leggendariamente. Le leggende, i miti locali sono importanti da conoscere, ed affascinanti da assaporare. Ma soprattutto mi piace ritrovare, in ogni libro che ho letto e che leggo, aspetti interni che mi appartengono, a prescindere dall’età, dalla cultura, dalla regione geografica dell’autore.

Leggere è un piacere solitario, personale. È un rifugio della mente, e un sollievo per il cuore. Della lettura apprezzi la trama, semplice o insolita, complessa o abituale. E apprezzi lo stile senza il quale non ti appassioneresti a leggere. Esistono libri belli e libri brutti. Libri scritti meravigliosamente, degli autori giganti e geniali senza la cui esistenza la mia vita sarebbe stata più triste ed infelice. Leggere Dostoevskij, Tolstoj, Shakespeare, Proust mi ha messo in contatto con la violenza delle passioni umane e mi ha permesso di diventare una psicoanalista prima ancora di sapere che esistesse questo mestiere. Ho iniziato a leggere molto presto, imparando da sola, e avendo la fortuna di avere una libreria di famiglia cui attingere liberamente. I miei genitori non sapevano bene cosa leggessi e mia madre si preoccupava che passassi troppo tempo sui libri. Non ho sviluppato il piacere di discutere con qualcuno delle letture disordinate e sempre troppo avanti per la mia età. Ma questo mi ha confermato che nel piacere del leggere c’è la qualità del mistero, del non capire pienamente il significato del testo manifesto e recondito, che aumenta il piacere. Leggere e poi rileggere ti permette di assaporare contenuti sempre nuovi, di cogliere dettagli che altrimenti, se fossero stati spiegati in anticipo sarebbero stati sprecati. Leggere è reinventare al tuo interno ciò che lo scrittore intende trasmetterti, adattarlo alle varie fasi della tua vita, trovarvi significati che percepivi ma che non sapevi esistessero. Vicende, passioni, sentimenti, paesaggi, dialoghi, tutto viene macinato e si sedimenta, costituendo la base della tua conoscenza del mondo. Ogni persona ha una storia da raccontare; poche sanno raccontarla in modo che diventi patrimonio universale; pochissimi la raccontano in modo che nonostante i chiari riferimenti storici e geografici e personali questa storia appartenga per sempre a ciascuno dei suoi lettori, una volta e per sempre.

Con questo scritto vorrei lanciare una sfida ai colleghi. Quali sono i libri della vostra formazione? Quale libro vi è rimasto dentro e ha modificato la vostra vita?

Quando ho pensato a questa rubrica ho riflettuto ai grandi romanzi, quelli che non riuscivo a smettere di leggere, che nottetempo mi trovavano ancora su quelle pagine, gli occhi arrossati, la testa assonnata, ma ancora non riuscivo a posarli. Ho pensato agli anni dell’adolescenza, così liberi di leggere senza tempo, senza scadenze o doveri, come anni di libertà assoluta. Ho pensato alla fatica di vivere senza leggere, senza trovare nuovi o vecchi stimoli. Ho pensato al piacere di raccontare storie ai miei bambini, inventandole dal nulla, e poi alle nipotine. La musica delle parole, le poesie perfette di Montale o di William Blake.

Ma poi prepotentemente ho pensato che innanzitutto, volevo parlare di libri non necessariamente bellissimi, straordinari, ma di quelli che mi avevano cambiato, per ragioni diverse, la vita. È per questo che titolo questo spazio: rileggiamoli. Raccontiamoci nelle nostre passioni lontane, quando “noi credevamo”.

Comincio con La Metamorfosi di Franz Kafka (1915).

Di questi libri non voglio fare la recensione. Sono troppo noti e sono inadeguata a fare la critica letteraria. Ma vorrei raccontare cosa hanno significato per me. Ce ne sono molti altri, e col tempo li racconterò. Dickens, per esempio. Virginia Wolff. Melville. Pirandello.

Ma torniamo a Kafka. La metamorfosi.

L’ho letta troppo presto la prima volta. Avevo undici anni. Ovviamente pescata nella libreria di casa. Mi ha segnato per sempre. Kafka faticava a pubblicare i suoi scritti. Era uno scrittore renitente. Eppure, ha scritto parecchio. Ha scritto racconti, che a me paiono stupendi e che amo più dei suoi libri forse.

“Gregorio Samsa, svegliandosi una mattina da sogni agitati, si trovò trasformato, nel suo letto, in un enorme insetto immondo”.

È un incipit folgorante. Quando, ancora bambina, lo lessi, vissi contemporaneamente il realismo della descrizione, la sofferenza concreta della corazza che era un tempo la sua schiena e l’aspetto metaforico della condizione umana,

“Egli si sentiva nuovamente compreso in una cerchia umana.”

Così all’inizio e così in realtà prosegue per tutto il racconto. È un immondo scarafaggio, ma la mela che gli getta, per respingerlo, il padre si infila sotto la sua carne e si infetta, e lentamente assistiamo alla metamorfosi reale, nella famiglia, da figlio e soprattutto fratello, amato e accudito, pur nella trasformazione che ha subito, in un immondo insetto che impedisce alla famiglia di vivere appieno la propria vita, nonostante fino alla trasformazione proprio Gregorio rappresentasse l’unica possibilità di sopravvivenza familiare. La metafora claustrofobica, innanzitutto, di un ambiente non più consono al suo nuovo corpo, che lo restringe e lo confina in una stanza sempre più sporca e maleodorante, e in un corpo sempre più debole e malato, condannato a morte.

La metafora della progressiva trasformazione, negli altri, dall’umano al non umano, disgustoso insetto, che invece alberga e continua a farlo, sentimenti di pena e sofferenza per ciò che la sua metamorfosi produce nella famiglia.

La metafora dell’impossibilità a comunicare con i suoi cari e con gli altri, che non si adattano ad accogliere le sue parole, non più umane, ma ancora presenti e comprensibili.

L’incomprensibilità della trasformazione subita, da parte di Gregorio e da parte dei suoi familiari e la mancanza di curiosità per questo destino, accettato solo fino alla sua fine inesorabile, la morte.

La metamorfosi in insetto diventa la forma concreta dell’alienazione di Gregor, incastrato in meccanismi che lo privano della sua identità.

La “diversità” di Gregor si carica di significati che restano volutamente ambigui ed enigmatici. L’effetto di straniamento che ne consegue circonda tutta la vicenda di un’aura di “realismo magico”: in un contesto apparentemente reale e quotidiano viene inserito un elemento sovrannaturale (la “metamorfosi”), senza darne spiegazioni razionali.

Ecco, la bambina che si spingeva affamata verso il mistero della letteratura, coglieva la dimensione realistica e quella sovrannaturale, e soprattutto, come ricordo perfettamente, lo straniamento che la compresenza dei due elementi generava nel lettore.

La possibilità di trasformarsi in un essere immondo, detestato da tutti i propri cari, l’elemento claustrofobico dominante, questo contrasto tra il corpo pesante e le gambette esili da insetto, la preoccupazione, pur nella sofferenza per ciò che il capoufficio poteva pensare di lui, rimangono costanti nella lettura dell’adulta che sono diventata, e della persona matura che sono ora. Sono metafore che ritrovo nei pazienti, e nella società, contrasti inesplicabili tra il realismo e la realtà e la metamorfosi allegorica della quotidianità umana.

Il tutto in una prosa secca e concisa, un racconto breve sulla indifferenza verso i diversi e sulla possibilità, inspiegabile, di diventare un diverso.

Va letto e va riletto questo racconto straordinario. Lo ascoltiamo nei nostri pazienti, lo sogniamo nei nostri incubi. Quanto riusciamo a restare umani? E per quanto tempo ancora?

Se mi aveva spaventata da ragazzina, mi spaventa per certi versi di più adesso da adulta, perché la dimensione surreale che aveva accompagnato la mia lettura allora, diventa adesso qualcosa che si trasforma a sua volta. Quanto sono capace di vedere come esseri umani tutti quelli che incontro? E quanto rischierò di diventare uno scarafaggio da schiacciare via per qualcun altro?

Allora la metafora della metamorfosi diventa una possibilità, remota, del reale.

Decisamente da rileggere…..

Alle prossime riletture.

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