Cultura e Società

“La paziente” Victor Payne di V. Pellicanò. Recensione di A. Moroni

7/01/21
"La paziente" Victor Payne di V. Pellicanò 

“La Paziente”

Victor Payne 

di Victor Payne/Valdimiro Pellicanò 

(Mnamon Ed., 2020

 

Recensione a cura di Angelo Moroni

 

Per uno psicoanalista non è sempre facile incontrare sul proprio cammino un’opera che sappia coniugare psicoanalisi e letteratura in modo fertile e innovativo. Questo thriller ci riesce con ottimi risultati, e con finezza di stile, di intreccio e di pathos. L’autore è Victor Payne, pseudonimo – così sembra, ma il “vero” autore pare voler appositamente  giocare sull’enigmaticità identitaria – dello psicoanalista italiano Valdimiro P. Pellicanò. Il libro ci viene però presentato come la storia scritta da uno psicoanalista statunitense che ha epifanicamente scoperto il piacere della scrittura di testi di genere poliziesco. Ci viene inoltre detto, in un sorta di gioco di specchi che mescola fin da subito verità e finzione, che il testo è stato “tradotto” da Valdimiro Pellicanò, al punto che a tratti non è chiaro chi sia il vero Autore. Il romanzo si mostra a prima vista come un “normale” romanzo giallo, dalle tinte leggermente exploited-hardcore, ma che nel corso della lettura fa trapelare la specifica cifra psicoanalitica dell’Autore, ne fa emergere il terreno emotivo e la competenza squisitamente analitici. Tanto per cominciare possiamo dire che “La paziente” cerca immediatamente un unisono con il lettore. “Unisono” in senso bioniano, capacità di sintonizzarsi con l’interlocutore, di avvicinare i suoi “pensieri selvaggi” per poi tentare di “addomesticarli” attraverso la relazione, il percorso narrativo, lo storytelling. Tutto il testo, al di là della sua trama, dei contenuti e dei personaggi – sui quali  mi soffermerò più avanti – sembra infatti un tentativo di trovare una rappresentazione narrativa delle parti inconsce, nate dai mutevoli incontri intersoggettivi degli individui, di un’epoca postmoderna, quella che stiamo vivendo, caratterizzata da nuove forme e nuove espressività che gli psicoanalisti dei tempi di Freud certo non potevano sognarsi. Operazione quest’ultima attraversata da un’etica che possiamo ben definire come “psicoanalitica”, nel senso dell’estrinsecazione di una profonda consapevolezza dell’importanza del prendersi cura di ciò che più di umano e di affettivo caratterizza il nostro essere, appunto, umani. E’ naturale quindi che il racconto prenda le mosse da una paziente del protagonista, che porta il nome dello stesso Autore (Victor Payne), psicoanalista solitario, di mezza età, affezionato al suo lavoro, alla Psicoanalisi, attraversato dalla sottile malinconia derivante da un matrimonio andato in frantumi, con un figlio tardo adolescente che raramente riesce ad avere vicino. La trama diventa subito incalzante, torrenziale, toccando per tutta la prima parte le corde di un Perturbante che possiamo definire ancora una volta postmoderno, perché descrive la parabola perversa della tecnologia informatica, in particolare quella rappresentata dal cosiddetto “dark web”, nuovo figlio dell’invenzione del secolo, sua Maestà Internet, che ne mostra però i lati più oscuri. Occorre dire subito che, in realtà la “paziente” di Payne appare subito come un semplice pretesto narrativo: l’autore non le conferisce – appositamente- un particolare spessore psicologico. E’ una ragazza qualunque, portatrice di un disturbo di personalità che la induce ad auto-danneggiarsi: subito dopo avercela presentata, l’attenzione del lettore è catturata, letteralmente “sedotta” dalla personalità del colpevole, quasi che l’autore volesse fare un test psicologico al lettore, valutando il suo livello di identificazione con questo personaggio perverso, vero simbolo del voyeurismo in cui tutti quanti siamo immersi e dal quale fatichiamo a prendere eticamente distanza. L’assassino è infatti un personaggio-simbolo, o per meglio dire un “personaggio” in senso kleiniano, cioè il condensato di emozioni e istanze che albergano in ciascuno di noi, “il lato oscuro della forza”, il rappresentante delle tendenze distruttive umane, potenziate in sommo grado dai mezzi tecnologici odierni. Tale “personaggio” condensa la cifra della disumanità insita nell’uomo, la ferinità nascosta nell’inconscio dell’homo sapiens, capace di trattare l’altro essere umano come oggetto parziale, come oggetto inanimato, disconoscendone le caratteristiche di un Sè distinto ma anche simile, “prossimo”. Leggendo “La Paziente” mi è tornato alla mente un altro romanzo, “La città dei vivi” dell’italiano Nicola Lagioia, molto diverso da questo perché innanzitutto tratto da una terribile storia di cronaca nera avvenuta a Roma nel 2016, ma per certi versi simile dal momento che il baricentro narrativo di Lagioia è ancora quello della denuncia di un processo di graduale de-umanizzazione del pensiero umano, il cui senso ci sfugge. Un senso ancora da donare a questa “età dello smarrimento” (Bollas, 2018) che tutti stiamo vivendo: età del trionfo illusorio dell’onnipotenza umana, che non fa altro, proponendosi di continuo sulla scena sociale, che mostrare, come contraltare, il lato fragile e l’inermità dell’uomo. Il libro di Lagioia prende le mosse da un fatto di cronaca nera (sfociato nel brutale assassinio di un giovane di vent’anni da parte di due trentenni romani incontrati per caso dalla vittima), e si trasforma in opera letteraria, riflettendo sugli intrecci misteriosi e perturbanti che legano e slegano realtà e fantasia. Il libro di Payne/Pellicanò procede attraverso un percorso inverso: parte da una storia di fantasia per illuminare la carne viva della realtà sociale che viviamo, la caduta etica cui assistiamo ogni giorno, l’assenza di valori condivisi, il trionfo dell’inconscio, che diventa “inconscio tecnologico”, “progresso della tecnica” che si fa in realtà promotore di un regresso sado-masochistico collettivo inarrestabile. Non è un caso che, nella trama de “La Paziente”, densa di colpi di scena molto ben orchestrati, l’unica cosa che riuscirà ad “arrestare” l’inarrestabile colpevole, sarà semplicemente la Natura, non tanto le Forze dell’Ordine in sé, sebbene assolutamente organizzate e sulle sue tracce. Naturalmente non andrò oltre circa gli svilippi narrativi del romanzo,  per lasciare al lettore tutto il piacere della scoperta e dell’incastro dei vari tasselli che l’autore gli fornisce per giungere alla conclusione della storia. Ma credo sia importante sottolineare questo aspetto dell’impianto narrativo complessivo, perché immagino sottenda un messaggio paradossalmente pessimistico ma insieme ottimistico: là dove l’uomo non può arrivare a porre un limite, sarà la Natura a porlo, e nessuna tecnologia o “perversione” della medesima saranno mai in grado di abolire questo limite. Onnipotenza e limite sono infatti le due polarità su cui si dispiega il narrato di Payne, e in tal senso il genere thriller utilizzato dall’autore, è anch’esso un pretesto per coltivare una sua personale riflessione di marca più propriamente psicoanalitica, oltre che il divertimento nello scrivere un romanzo giallo. Oltre al “play” winnicottiamo, alla transizionalità giocosa di una storia raccontata, di una sorta di fiaba per adulti, troviamo infatti ne “La Paziente” pensieri che qualsiasi psicoanalista pensa ma di solito non scrive o non riporta in articoli scientifici o nei report clinici. Ad esempio i dubbi circa l’efficacia del suo intervento, il suo sentirsi limitato e coinvolto dalle proprie vicende quotidiane e familiari, nonostante il transfert e l’idealizzazione cui lo investono ogni giorno i pazienti. Ogni analista è sempre grato ai propri pazienti, poiché la propria autostima si fonda in gran parte sui movimenti transferali che il paziente attiva nella coppia analitica, oltre che, naturalmente, sul suo percorso lungo formativo, sull’autoriconoscimento delle proprie capacità e sul gruppo dei colleghi con cui l’analista è in contatto. Payne esprime molto bene questa gratitudine, la estrinseca in modo letterario, ed essa risuona come aspetto vivo in uno psicoanalista-lettore. Credo che sia questo il motivo fondamentale per cui l’autore abbia intitolato il libro utilizzando la parola “paziente”.  Se l’analista mostra il suo lato umano, il suo starsene lontano dalle chimere del narcisismo e dell’onnipotenza, allora potrà essere ancora più vicino al suo paziente. In caso contrario destinerà se stesso e l’essere umano di cui si sta occupando ad una siderazione relazionale davvero sterile, ad una forma di analisi figée, finta e proprio per questo dannosa e stagnante. Un’analista lontano, narcisisticamente, se non dogmaticamente, chiuso nei suoi “transfert sulla teoria”, porterà l’analisi stessa ad essere rapita, come la paziente di Payne, allontanata con violenza da una vicinanza umana che ogni analisi dovrebbe invece presupporre.

Un libro quindi dalle molte sfaccettature, dalle possibilità multiple di interpretazione e lettura, oggetto proteiforme, nel quale i temi bioniani di Verità, Finzione, Estetica, Etica sono evocati senza essere esplicitamente detti, come se emergessero quali raggi di luce attraverso i rami e le foglie di un sottobosco autunnale, fatto di parole, di sentieri narrativi intrecciati, delle più variegate declinazioni di affetti ed emozioni.

 

Riferimenti bibliografici

 

Bion, W.R. (1962), Apprendere dall’esperienza, Armando, Roma, 1972.

 

Bion, W.R. (1967), Analisi degli schizofrenici e metodo psicoanalitico, Armando, Roma, 2009.

 

Bollas, C. (2018), L’età dello smarrimento. Senso e malinconia, Raffaello Cortina, Milano, 2028.

 

Lagioa, N. (2020), La città dei vivi, Torino, Einaudi.

 

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