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“La rabbia del vento” di S. Yizhar. Recensione di Alessandra Ginzburg

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"La rabbia del vento" di S. Yizhar. Recensione di Alessandra Ginzburg

Parole chiave: straniamento, esilio, indifferenza, vergogna.

“La rabbia del vento” di Smilansky Yizhar, Einaudi 2025

Recensione di Alessandra Ginzburg

Un eterno presente: La rabbia del vento di S. Yizhar

Non accade di frequente che la lettura di un romanzo comunichi a chi legge una dimensione altrettanto straniante ed evocativa di quella assenza di tempo che Freud ci ha insegnato a riconoscere come una caratteristica dell’inconscio. Se infatti si inizia la lettura della Rabbia del vento senza fare caso alla data in cui è stato pubblicato una prima volta, la sensazione dominante è di trovarsi davanti a una fedele descrizione di quanto avviene ogni giorno in Cisgiordania ad opera dei coloni, spesso con la complicità attiva di quell’esercito israeliano da sempre esaltato per la sua elevata coscienza morale.

In realtà S. Yizhar pubblicò “La rabbia del vento” nel 1949, cronaca di una missione militare di un gruppo di giovani soldati israeliani, subito dopo la proclamazione dello Stato di Israele. Yizhar Smilansky, nato nel 1916 e morto nel 2006, era un sabra, cioè un nativo israeliano, ma proveniva da una famiglia di immigrati russi approdati in Palestina alla fine dell’Ottocento, da cui probabilmente aveva ereditato una particolare sensibilità all’esperienza della persecuzione e dell’esilio.

Chi ha visto il bellissimo documentario “No other land”, giustamente premiato con un Oscar, ritrova in queste pagine la stessa inquietante atmosfera, resa ancor più pregnante dalla apparente normalità con cui si svolgono i fatti.

I soldati, molti dei quali si presume siano giovani di leva, si dirigono verso un territorio della Cisgiordania per una missione, con tutta evidenza, scontata: allontanare con qualsiasi mezzo gli abitanti di Khirbet Khiza, un piccolo villaggio abitato da palestinesi, all’epoca chiamati arabi. Il compito prevede di caricarli su dei camion, portarli oltre il confine e far esplodere le loro abitazioni. Nulla di nuovo per noi oggi, ma se si considera che lo Stato di Israele era stato ufficialmente riconosciuto appena un anno prima, colpisce il disprezzo che già viene manifestato nei confronti di una popolazione considerata pericolosa e nemica, a prescindere dal contesto.

La zona che i soldati attraversano è costituita da povere case di cui si sottolinea la sporcizia e gli odori maleodoranti, in un territorio però fertile di campi e di uliveti, che si indovina lavorato con impegno. Inizialmente sembra di assistere ad una scampagnata di scolari, in cui vengono scambiati scherzi e battute. Chi racconta- presumibilmente l’autore- è all’inizio identificato con un noi impersonale, che gradualmente si incarna in alcuni personaggi rappresentativi dell’ideologia del gruppo, mentre nel narratore si sviluppa gradualmente una posizione contrastante. Il comandante, Moysce, è un duro che sbrigherebbe la faccenda con le mine antiuomo. Il suo parere è che gli arabi vengano trattati con i guanti: “Li mandano sulle colline e basta. Domani torneranno di nuovo”. Gabi il telegrafista è convinto che gli arabi non siano esseri umani, ma colpito dalla bellezza dei luoghi ritiene che loro, gli israeliani, avrebbero lottato per difendere quelle terre: una convinzione spesso ribadita anche oggi a carico degli ebrei della diaspora, la cui colpa sarebbe quella di essersi fatti ammazzare senza opporre resistenza.

Affermazione ingiusta e in diversi casi non vera, ma che è diventata una delle tante giustificazioni che circolano in Israele per legittimare con l’affermazione del “mai più” gli attuali comportamenti efferati del governo e dei suoi seguaci. L’auspicio che “mai più” eventi mostruosi come quelli avvenuti ad opera dei nazisti non dovessero più ripetersi era nato in origine come esempio di un’esperienza irripetibile, ma già Primo Levi aveva messo in guardia contro il rischio sempre latente di una ripetizione, e la tragica esperienza dei tanti genocidi successivi in altri contesti non ha fatto che confermare la sua preoccupazione. Per la generazione nata e cresciuta in Israele, appunto quella dei sabra, l’auspicio, come vediamo oggi, è diventato un giuramento da rispettare ad ogni costo e a qualsiasi prezzo.

Lo conferma, infatti, il commento del comandante Moyshe sui primi ebrei idealisti approdati nel paese, che è ironico, persino sprezzante: “Una volta i nostri vecchi si spremevano le meningi su come ottenere un pezzo di terra. Oggi noi ci prendiamo tutte le terre che ci pare, come se niente fosse!”. Con questa battuta viene liquidato il primo sionismo, laico e socialista, il cui progetto iniziale di comprare le terre ai nativi mancava tuttavia della consapevolezza di quella che finiva per diventare comunque una espropriazione indebita della popolazione che aveva da sempre abitato quei luoghi.  Era da questo esilio forzato che aveva avuto, almeno in parte, origine la Nakba: la catastrofe diventata rivolta inconciliabile nonostante gli sforzi per un accordo di pace tentati tardivamente da alcuni governi israeliani. 

La realtà in cui si muove il drappello dei soldati ci mostra quanto rapidamente la forse utopica possibile coabitazione di due stati sia diventata una lotta senza quartiere, tanto radicale che ai giovani soldati la situazione attuale appare paradossalmente meno rosea di quella precedente: prima c’erano villaggi da assaltare, oggi c’è un vuoto da cui provengono grida silenziose. Gridano i muri, gridano gli oggetti abbandonati e morti che nessuno utilizza più. Soltanto nel narratore comincia ad affiorare un’oppressione confusa che presto diventerà angoscia: alla mente si affaccia il ricordo di quando nella sua infanzia era Israele ad essere sotto attacco, e insieme al ricordo, si fa strada sotterraneamente una identificazione con il popolo perseguitato. Questa identificazione inconscia presto assumerà la forma di due voci che si alternano in lui, generando a sua insaputa un conflitto interiore di cui fatica a riconoscere la complessità. Il resoconto di questa lenta presa di coscienza del narratore costituisce il nucleo portante del libro e ne sancisce la straordinaria peculiarità di costituire lo specchio di una tara iniziale nella fondazione di Israele che continua a tutt’oggi a mietere vittime innocenti da ambedue le parti.

Ben presto la mitragliatrice entra in azione, nell’eccitazione generale. Prime ombre umane in fuga si intravedono in lontananza, paragonate a “vermi che si dibattono inutilmente”. Con uno stravolgimento metaforico significativo, quasi sempre gli abitanti sono paragonati ad animali, mentre la natura, di cui è riconosciuta la bellezza, è invece personificata.

Anche il narratore viene preso dall’istinto della caccia e grida che è facile “beccarli”, ma qualcuno dentro di lui, non sa chi, “come un uccello ferito”, urla ben altro. Tutti chiedono a gran voce di poter utilizzare l’unica mitragliatrice e finiscono per accapigliarsi, mentre quattro possibili bersagli cercano inutilmente rifugio nei cespugli. Quando cadono e scoppia l’entusiasmo generale, colui che narra sente di nuovo qualcuno soffocare dentro di sé. Le due voci in contrasto non costituiscono ancora un’emozione coerente, eppure sente il bisogno, quando vede rialzarsi i fuggiaschi e riprendere la fuga, di balbettare “lasciateli stare, in ogni caso non li colpireste”, senza che nessuno gli presti attenzione. 

Una jeep, inviata dal gruppo di supporto degli artificieri, crea al suo passaggio cicatrici su un terreno che ora viene assimilato appunto a una creatura umana intenta a succhiare l’acqua quasi fosse latte, là dove gli abitanti sono costantemente disumanizzati, assimilati a vermi che strisciano: nella scelta di queste opposte metafore il narratore non si distingue dai compagni, tanto forte è il suo desiderio di non essere diverso dagli altri. A piccoli tratti, tuttavia, prende gradualmente forma la sua personalità, che si manifesta oltre che nei dubbi interni anche nell’attenta osservazione degli oggetti che per lui rendono vive, se pur vuote, le casupole in cui gli altri penetrano indifferenti. Vicino al villaggio un cammello e un asino pieni di masserizie testimoniano la fuga precipitosa degli abitanti. Per la prima volta vediamo comparire un uomo anziano, implorante, che vorrebbe riprendersi il cammello. Il gruppo per qualche istante prova un certo disagio, ma subito l’ideologia dominante riprende il sopravvento. Nelle parole di Arié ritorna il consueto pregiudizio: se ci fosse stato lì un ebreo gli arabi lo avrebbero sgozzato subito. A una realtà concreta, che per un attimo li ha scossi, si sostituisce l’emozione generalizzante incapace di vedere il singolo essere umano, ma solo l’insieme indifferenziato: una rappresentazione del nemico dettata dalle emozioni troppo intense, purtroppo alla base di tutte le guerre.

Arrivati in prossimità del villaggio, i soldati sostano sotto un albero e assistono alla agitazione improvvisa degli abitanti provocata dalle esplosioni degli artificieri, “come un fiume d’acqua in un nido di formiche per coloro che scappavano”: nell’immagine del narratore qui prevale l’adesione al gruppo di appartenenza.

Una volta ripreso il cammino verso il villaggio ora sono due vecchie, decrepite e puzzolenti, a suscitare l’ilarità e l’indifferente constatazione della loro morte inevitabile.

L’ingresso nel villaggio abbandonato ancora una volta evoca il lavoro paziente delle formiche, ora condannato alla distruzione. Il gemito collettivo degli abitanti che segue all’esplosione è paragonato al ruggito di una tigre “resa furibonda dal dolore”, un dolore che si diffonde ovunque, per trasformarsi poi in un pianto roco e lamentoso, a testimonianza di un disastro irreversibile. Gli incontri con i pochi abitanti rimasti, soprattutto vecchi e donne con i bambini, rendono sempre più pesante l’atmosfera che regna nel drappello, che non riesce a diventare pena, anzi si trasforma in rabbia mentre li accompagnano verso l’altro plotone. Ora uomini e donne si separano: “silenziosi come un banco di pesci appena tirati fuori dall’acqua che ancora ricordano il mare.”  

“Quanti pezzi avete raccolto?” commenta un soldato dell’altro drappello: la disumanizzazione se possibile è in questo caso ancora più forte. I prigionieri inermi ed obbedienti vengono ammucchiati sulla jeep e portati via, mentre il gruppo del narratore riprende stancamente il cammino.

Proprio l’incontro inaspettato con un puledro rende ancora più evidente il rovesciamento dei valori dei giovani soldati rispetto alle persone del villaggio, spogliate di ogni umanità: al puledro il gruppo riserva un’accoglienza festosa, in cui si fronteggiano i diversi e inutili tentativi di addomesticarlo. Con la fuga dell’animale il drappello ritrova l’oppressione crescente a cui non sa dare un nome se non trattarla come fame e stanchezza.

Nel narratore la vista dei vecchi, dei ciechi, degli zoppi e delle donne che tengono in mano i bambini, evoca un passo della Bibbia, non sa quale, in grado però di suscitare una confusa pietà. Sotto le ampie fronde di un sicomoro avviene l’incontro con tutti gli abitanti del villaggio: “un grande blocco eterogeneo” dove nel silenzio generale tutti si guardano, vittime e soldati, finché un’esplosione improvvisa, subito seguita da un urlo selvaggio, polverizza un’abitazione in pietra. La proprietaria corre disperata, consapevole di aver perso tutto il suo mondo.

Una situazione questa particolarmente evocativa di quanto continua ad accadere nel nostro presente dove la violenza dei coloni distrugge le povere case di chi non possiede altro bene o impedisce la raccolta delle olive senza che nessuno sia in grado di reagire. In effetti quanto succede in Cisgiordana appare se possibile ancora più gratuito rispetto a quanto di tremendo avviene a Gaza, dove ci si può, sia pure in mala fede, trincerarsi nella lotta ad Hamas. Là dove i coloni sono guidati dal desiderio di espropriare i palestinesi, cosa interviene nei soldati a renderli a tal punto loro complici?

La risposta è la stessa di 75 anni fa: l’indifferenza sopravviene automatica, insieme all’abitudine, spiega Shlomo: dopo aver visto tanti morti e tanto sangue, ora morti e sangue non gli suscitano più alcuna reazione. Ancora una volta il narratore sente rinascere la ribellione quando le voci che commentano la distruzione in atto si fanno più forti, ma sono contrastate dall’ironia beffarda che non gli dà tregua, accusandolo di mala fede.

Neanche il cibo ha più lo stesso carattere consolatorio. Il programma è sempre lo stesso, spiega il comandante: una volta verificati i sospetti, tutti gli abitanti del villaggio verranno caricati sui camion e le case verranno date alle fiamme.

A questo punto il narratore prova pena per quello che è costretto a fare. Vorrebbe andarsene, e che siano gli altri a sporcarsi le mani. Adesso la voce lo deride implacabile, lo accusa di fare il “santarellino”. Il conflitto e la consapevolezza crescenti lo rendono nemico di sé stesso. Inutilmente cerca di convincere Moysche a recedere da quella che ormai è una routine consolidata. Ridotto al silenzio, dubbi e proteste dentro di lui si fanno più forti, ma anche la derisione è implacabile, lo accusa di essere vile. Vedere i compagni tranquilli aumenta il suo tormento. È tentato di arrendersi all’idea che una soluzione un giorno verrà trovata.

Finalmente l’ora di andarsene sembra arrivata, ma persino i campi gli appaiono accusatori. Immagina un cartello dove sia scritto “Qui non ci sarà alcun raccolto”. In realtà, l’azione non è ancora terminata: dopo aver perlustrato i campi, il drappello ritorna verso il paese dove trovano quattro grossi camion destinati ai prigionieri che si muovono come “un gregge spaventato” perché ormai consapevoli del loro destino.

I due gruppi di soldati discutono sulla presenza di una grande pozzanghera in cui i camion potrebbero affondare. Alla fine, viene deciso di accompagnarli a piedi nel luogo dello smistamento. Nessuno di loro protesta o si oppone. Qualcuno tenta una lunga perorazione in arabo senza che si avvii alcun dialogo. Solamente dal lato delle donne si sentono pianti e urla. Da ultimi arrivano quattro ciechi, che si appoggiano l’uno all’altro come in un quadro di Bruegel. Il narratore condivide con i compagni la sensazione di un’atmosfera “di mendicanti, di purulenza e di lebbra”, ma i loro dialoghi concitati segnalano il bisogno di farsi forza insistendo sulle colpe degli arabi, sul sangue versato per colpa loro. È però il passaggio di una donna, concentrata dignitosamente nel suo silenzioso dolore e accompagnata da un bambino di circa sette anni a riportare il narratore a sé stesso: prova vergogna, però si dice anche che quel bambino sconsolato un giorno non potrà che essere una vipera.

La riflessione sulle reazioni dei palestinesi di fronte a tanta gratuita ingiustizia è più che mai attuale. Nell’ipotesi avanzata da più parti della possibilità futura della costituzione di uno stato unico e democratico governato in modo uguale dalle due parti, come sarà possibile, anche in un futuro lontano, immaginare che queste distanze irriducibili possano essere appianate? Eppure, anche storici israeliani di vaglia come Ilan Pappé fondano questa ipotesi sulla qualità diversa dei giovani palestinesi. Tuttavia, la cecità che sta invadendo la mente della maggioranza degli israeliani lascia molti dubbi sul loro possibile superamento di una mentalità fondamentalmente razzista, quale viene espressa apertamente dalla componente ortodossa del governo, ma che ha origini che affondano in un passato remoto, nell’idea stessa di uno stato unicamente ebraico.

Improvvisamente il narratore ha un’illuminazione. Quello che sta vedendo è l’esilio, quello stesso esilio patito un tempo dal suo popolo, “succhiato col latte di mia madre”. Inevitabile la domanda: “E cosa stavamo facendo noi oggi?”. Il narratore si aggira fra i prigionieri percorso da fremiti che gli provengono da echi lontani del passato. La Shoah non viene nominata, ma è forse il suo ricordo implicito a portarlo da Moyshe per dirgli “E’ una guerra sporca, questa”. La risposta del comandante, ancora purtroppo attualissima, rivendica l’arrivo di immigrati ebrei che lavoreranno la terra. Nel narratore il tentativo di aderire a questa falsa verità non dura che un istante: “Eravamo venuti, avevamo sparato, bruciato, fatto esplodere, bandito ed esiliato”. E ancora, mentre le viscere gli fremono: “Uccidevano gli ebrei in Europa. Adesso eravamo noi i padroni”.

L’accostamento alla Shoah che suscita tanta indignazione ai nostri giorni, la discussione sulla liceità di parlare di genocidio di fronte ai comportamenti tenuti a Gaza, la popolazione affamata in modo scientifico, gli ospedali distrutti, i bambini uccisi o resi storpi, qui viene posto attraverso le parole incerte di un giovane soldato che ci interrogano a distanza di un tempo così lontano facendoci capire che tutto questo spargimento di sangue poteva essere evitato se soltanto l’esperienza della Shoah, come suggeriva Primo Levi, fosse stata veramente elaborata.

Conclude il narratore, amaramente: “E quanta indifferenza c’era in noi. Come se non avessimo fatto altro che mandare in esilio. Il nostro cuore si era ormai indurito”. Unica possibilità di sopravvivenza di fronte a questa consapevolezza, si dice, è lo “straniamento”.

Yizhar però non lo ha fatto. Ha continuato a scrivere e ad agire politicamente in difesa della realtà palestinese e di tutti quei soldati che non hanno retto alla vergogna e si sono suicidati.

“La rabbia del vento” di S. Yizhar. Recensione di Alessandra Ginzburg Monica Castellini

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