Parole chiave: Moby Dick, madre
Autore: Cristiano Nichini
Film: “L’isola dei ricordi”
Dati del film: regia di Fatih Akin, Germania, 2025, durata 93’.
Genere: drammatico
Autore: Cristiano Nichini
Film: “L’isola dei ricordi”
Dati del film: regia di Fatih Akin, Germania, 2025, durata 93’.
Genere: drammatico
Il film “L’isola dei ricordi” di Fatih Akin è stato presentato in anteprima al Festival di Cannes nel maggio 2025 e uscito in Germania nell’ottobre dello stesso anno. Proposto agli Oscar come miglior film internazionale, in Italia è uscito il 12 marzo 2026.
Dello stesso regista avevo già avuto modo di apprezzare “La sposa Turca”, diretto nel 2004 e ambientato ad Amburgo.
Vale la pena di segnalare che il film è stato scritto da Hark Bohm, sceneggiatore e attore, che ha chiesto di portare a termine l’opera a Fatih Akine, per motivi di salute. La storia è ispirata ai ricordi d’infanzia dello sceneggiatore, che è venuto a mancare proprio nel 2025.
“L’Isola dei ricordi” è ambientata nella stessa area geografica del film precedente: l’isola di Amrum, poco sopra ad Amburgo, vicino al confine con la Danimarca.
Siamo nel 1945, la guerra sta per finire e Hitler è vicino alla capitolazione. La sceneggiatura ruota attorno ad un ragazzino di 12 anni che vive in casa con la madre, una zia e tre fratelli più piccoli. Il padre, ufficiale nazista, è partito per la guerra.
Nanning, così si chiama il ragazzo, osserva con sgomento quanto accade intorno a lui, che risuona immediatamente nella faticosa costruzione di un’identità che deve affrancarsi dalla famiglia, ma, nel contempo, costruire un ponte tra passato e futuro, per evitare fratture difensive e macchie cieche, foriere di minacciosi clivaggi della sua integrità psichica.
Il rapporto più complesso è quello con la madre, fedele seguace nazista, che avverte il progressivo sfaldamento dell’ideologia hitleriana. La fine di questo aberrante disegno politico è vissuto dalla donna come una disgregazione del suo mondo interno. Per questo motivo, tenta di mantenerlo in vita a tutti i costi almeno a livello domestico, con un atteggiamento che diviene progressivamente più rigido e paranoico. Tale negazione della realtà e della fine del nazismo sembra un estremo tentativo di proteggersi dalla catastrofe psichica di un’esperienza depressiva e di lutto vissuta come inaccessibile.
Nanning si trova lacerato tra due visioni del mondo incompatibili, ma entrambe necessarie alla sua esistenza. Ha ancora bisogno della madre, se ne prende cura. Avverte la “marea montante” di una depressione materna che va arginata e curata. Uso il termine “marea montante” perché un’efficace e poetica scena del film lo ritrae mentre lotta contro la corrente di marea, rischiando la propria vita, per portare alla madre pochi grammi di zucchero che serviranno a produrre il miele. Il pane con il burro e il miele simbolizzano una cura materna da cui la stessa madre di Nanning sembra essere stata deprivata. Quest’ultima appare soggiogata da una funzione sadica onnipotente che non ammette cedimenti. Come fanno molti bambini, a fronte di genitori psicotici e disfunzionali, Nanning si pone in una posizione di cura della madre con un ribaltamento di ruoli. Nella sua di prospettiva, il miele con il pane e il burro sono l’unica medicina che potrebbe salvarla.
Questa ultima ha appena partorito, le acque le si sono rotte nell’istante in cui la radio ha annunciato la capitolazione di Hitler.
È una scena potente del film: annuncio della capitolazione, urla della madre, scena della rottura delle acque.
La rottura e la catastrofe sono nel contempo la fine e l’inizio. È necessario rompere il legame simbiotico con la madre, pur necessario per il periodo della gravidanza, pena la morte in utero. È necessaria una rottura, una marea che irrompa, che rompa agli argini, affinché un nuovo individuo venga alla luce. Ma in questo primo distacco, le winnicottiane cure materne (Winnicott, 2020), che ci illudono almeno inizialmente che il mondo sia a nostra disposizione, sono indispensabili.
La madre di Nanning non ne è capace.
Nanning offre il suo mignolo alla bocca del fratellino appena nato per calmare il suo pianto: la madre lo sgrida, dicendo che il pianto “rinforza i polmoni”. Anche quando lo stesso Nanning tenta di adagiarsi sul grembo materno, cercando consolazione per il crollo della mitologia familiare nazista, viene respinto dalla madre: “Non piagnucolare, devi essere un uomo.”
È in funzione il “nazismo della psiche”, che non tollera l’esistenza della fragilità, del minore, del debole, del diverso.
Se Nanning non avesse incontrato anche altre funzioni materne e paterne, sarebbe probabilmente crollato sotto le macerie psichiche di una famiglia che non ha più gli strumenti per affrontare la realtà. Il film si sviluppa infatti su due livelli: nel primo si assiste al tentativo/necessità di tenere in vita (psichica soprattutto) la madre recuperando pane, burro e miele, tentando di sostenerla e mostrandosi compiacente al suo modello. Dall’altro Nanning si apre all’incontro con nuove possibilità e prospettive: in casa vive una zia, che seppur più marginale e silenziosa, riesce a vederlo nei suoi bisogni. Quando tornerà con lo zucchero per la madre, sopravvissuto a stenti all’alta marea che lo aveva investito e dopo aver perso la bicicletta della zia, questa non lo sgriderà ma lo abbraccerà perché sopravvissuto.
Oltre alla descrizione del crollo di un sistema familiare che non ha più gli strumenti per affrontare una realtà in rapida evoluzione, L’isola dei ricordi racconta l’iniziazione che ogni bambino deve affrontare all’ingresso nel mondo degli adulti.
Comunque la si giri, si tratta di un’esperienza traumatica.
È nella osservazione di queste primigenie tappe infantili che lo sguardo, paterno appunto, di Freud rimane prezioso.
Il coltello, donato a Nanning dallo zio materno, costretto a emigrare in America per salvarsi dal nazismo, è realizzato con un dente di balena.
Amrun, terra di cacciatori di balene, è lo stesso scenario dove si sviluppa il romanzo di Melville Moby Dick, libro donato da Nanning a un amico. Sarà quest’ultimo ad accostare la figura di Achab a quella del Fuhrer. Commentando insieme il romanzo, l’amico dirà: Achab è come Hitler, porterà la Germania alla distruzione.
Il coltello può distruggere e salvare.
È minaccia e salvezza.
È sopravvivenza e morte.
Consente il taglio del cordone ombelicale, ma comporta anche il rischio di evirazione.
È anche il fallo, di cui è necessario assumersi la responsabilità per entrare nella vita adulta.
C’è il rischio di una distorsione mortifera costituita dalle due polarità dell’evirazione mortificante o della deriva onnipotente di uccidere la balena dominando il mondo.
Strumento di vita, di sopravvivenza, ma anche di sopraffazione e di morte.
Diventare adulti significa diventare consapevoli dell’eterna lotta tra pulsioni di vita e di distruzione (Freud, 1917-1923) mai risolta, mai definita, ma connaturata all’esperienza umana.
Il coltello nelle mani di Nanning diventa uno strumento per uccidere il coniglio, necessario a nutrire madre e fratelli. Sarà grazie al nonno dell’amico, funzione paterna fondamentale che, con sapienza, riesce a fantasmizzare il timore della castrazione e poi a trasformarlo in uno strumento per gestire una realtà che contiene un’irriducibile pulsionalità aggressiva, che Nanning accederà al mondo adulto.
La distruttività non prenderà il sopravvento: la forza vitale, la stessa irriducibilità del sentimento umano di appartenenza a un unico destino, si farà strada e arginerà la violenza.
È vero che il coltello è stato usato per uccidere il coniglio per nutrire la sua famiglia, causando dolore e morte ad un altro essere vivente, ma Nanning lo utilizzerà anche per salvare la vita a un coetaneo, che poco prima gli aveva rubato del cibo.
Un capolavoro, da vedere.
BIBLIOGRAFIA
Winnicott. D.W. Gioco e realtà. Armando editore, Roma 2020
Freud. S. Al di là del principio di piacere. In Opere di Sigmund Freud, vol. 9: 1917-1923. Bollati Boringhieri. Torino, 2016