Cultura e Società

“Rime buie” di B. Tognolini. Recensione di D. Federici

30/08/22
"Rime buie" di B. Tognolini. Recensione di D. Federici

RIME BUIE

di Bruno Tognolini con immagini di Antonella Abbatiello

(Salani editore, 2021)

a cura di Daniela Federici

parole chiave: #poesia, #filastrocche, #bambini

Prima di tutto viene l’accorgersi –

e stare a disposizione del linguaggio

aspettando che le signorine Muse 

si mettano a ballare…

Giuliano Scabia, Il poeta albero

Bruno Tognolini è poeta, autore, pluripremiato scrittore per l’infanzia che è dentro ognuno di noi, filastrocchiere d’occasione, nel senso che le persone gli chiedono le parole giuste per poter parlare ai bambini di cose difficili. 

A riguardo ama citare De André: “se la gente sa che sai suonare, suonare ti tocca per tutta la vita… E ti piace lasciarti ascoltare” (da: “Il suonatore Jones”). E lui sa far suonare le parole in rima col mondo, perché chi conosce la lingua rovescia capisce il davanti e il didietro delle cose, e ha la chiave per andare e venire nel Magico Mondo, lì dove le parole possono essere momòn.

Nella canzone Faber dice: “In un vortice di polvere gli altri vedevan siccità; a me ricordava la gonna di Jenny in un ballo di tanti anni fa”

Le parole giuste, quindi, sembrano avere a che fare con la possibilità di vedere le cose in modo diverso, un modo che allevia, che va oltre la grevità verso la leggerezza di cui parla Calvino, leggerezza pensosa come l’aria che fa respirare i pensieri. Come Perseo, che per vincere la pietrificante Gorgone impiega un riflesso, uno sguardo su una visione indiretta. L’a-lato Perseo.

Calvino vede in questo mito un’allegoria del rapporto del poeta col mondo e una lezione del metodo da seguire scrivendo, perché in essa lo scrittore non misconosce la realtà con i suoi mostri e il peso delle cose, piuttosto se ne assume il fardello e cerca di trasformarlo. Una volta decapitato il mostro, Perseo si porta dietro con molta cautela la testa mozzata di Medusa tenendola nascosta in un sacco, facendone un’arma invincibile contro i propri nemici e avendone cura. Alla fine del suo lungo periplo la deposita su un letto di foglie e ramoscelli in riva al mare, e lì, a contatto con il sangue della Gorgone, quelle fronde si trasformano in coralli.

Splendida metafora di una trasformazione creativa.

Da un punto di vista psichico, in quel bilico fra la realtà e il suo riflesso – la sua rappresentazione -, sta l’illusione necessaria che ci permette di sospendere la materica pesantezza della vita che ‘ci gioca’ per inventarci in modo creativo una possibilità di ‘giocarcela’. 

Lo impariamo da piccoli, quando giocare inventandoci il mondo è la modalità principale di esplorare e fondare l’esperienza e la realtà, quando con il potere configurante del preconscio diamo forma alle paure e ai desideri, a tutto ciò che ci abita, presenze e significati potenziali che senza questa attività rappresentativa resterebbero muti e ciechi. 

È in quest’area transizionale, intermedia fra la percezione oggettiva e la creatività primaria, che il bambino scopre il sé, l’idioma con cui sentirsi essere ed esprimersi in modo creativo. Perché “ogni bambino impegnato nel gioco si comporta come un poeta: in quanto si costruisce un suo proprio mondo o, meglio, dà a suo piacere un nuovo assetto alle cose del mondo” (Freud, Il poeta e la fantasia).

Tognolini, che da anni raccoglie le filastrocche dei bambini in tutti i dialetti della terra, spiega il loro mormorio poetico che canta il mondo sostenendosi su due ali, quella del Suono e quella del Senso, che vanno insieme come affetto e parola, perché senza il risuonare vivo di quel tamburo antico e profondo, le parole sarebbero solo un misero guscio spento, e del resto è solo ciò cui diamo senso che ci dice di noi e che possiamo comunicare.

Su quelle ali vola il poeta e inventa il salmodiare ritmico di un canto, diastole e sistole di un gioco serio, perché ogni cosa può essere spiegata a un bimbo purché con parole bene-dette. 

Per la morte di un nonno scrive:

“Caro nonno, son passati tanti giorni

ho aspettato e ho capito che non torni

Ti hanno messo come un seme in un bell’orto

ho guardato e ho capito che sei morto

Vorrei farti tornare, ma non posso

nel mio cuore il dolore ha fatto un fosso

In quel fosso come un seme ti ho sepolto

e per innaffiarti bene ho pianto molto

È venuta primavera e sei fiorito

quando il pianto dei miei occhi era finito

Ora è maggio e ormai non piango più

nel giardino son fioriti i gigli blu

e io ancora non ti vedo, però ora so perché

non ti vedo perché sei dentro di me.”

È più spesso a cuore pesante e addolorato che inciampiamo e abbiamo bisogno d’aiuto, la gioia ci ruscella davanti accendendo luci su strade aperte. La poesia si fa lanterna nel buio e vede l’invisibile, dove sparisce e dovunque sia. Può dire ai bambini di una classe dov’è il loro compagno che hanno perduto:

“è andato nel sempre

(…)

Lui è nel mondo che non finisce, 

è nelle cose che fate e che siete, 

è in tutto quello che non si capisce.

E ora piangete.” 

Perché a volte servono parole per piangere, i poeti sono come le prefiche che sanno mormorare il lamento funebre. La magia lenta delle parole non guarisce i mali ma li conforta, ci aiuta a tenerli ‘in mente’ trasformando l’angoscia impensabile in una sofferenza meglio vivibile.

Ci rende capaci di affrontare le paure, le sfide, i mutamenti:

“Aiuto, sto cambiando” disse il ghiaccio

“Sto diventando acqua, come faccio?

“Acqua che fugge nel suo gocciolìo!

Ci sono gocce, non ci sono io!”

Ma il sole disse: “Calma i tuoi pensieri.

Il mondo cambia, sotto i raggi miei.

Tu tieniti ben stretto a ciò che eri

e poi lasciati andare a ciò che sei.”

Quel ghiaccio diventò un fiume d’argento

Non ebbe più paura di cambiare

E un giorno disse: “Il sale che io sento

mi dice che sto diventando mare.

E mare sia. Perché ho capito, adesso, 

non cambio in qualcos’altro ma in me stesso.”

Poeticamente abita l’uomo, diceva Hölderlin. 

Bambino ferito per sbaglio da ciò che succede, 

nel cuore fiorito c’è un taglio, però non si vede. 

Si è rotto un pezzetto di cielo da quella mattina, 

bambino ferito si alza, si veste e cammina. 

Ma ascolta: la vita che passa è una mamma natura

che vede quel taglio, lo spalma di giorni e lo cura.

Ci sono vacanze, gelati, ci sono altalene,

ci sono persone che vogliono che tu stai bene.

Poi vengono belle stagioni, ti portano al mare

Tu vacci, fai finta di niente, tu lasciali fare.

Le piante, le spiagge, le mani, le nonne, le arti.

Le cose del mondo ci stanno provando a curarti.

Le centinaia di filastrocche di Tognolini mi ricordano il tessitore del Faust di Goethe: “la fabbrica dei pensieri funziona come il telaio del tessitore: un colpo alla calcola ed ecco mille fili che si muovono, le spole volano in qua e in là, i fili scorrono invisibili, un colpo solo forma mille combinazioni”. 

La poesia che tesse maglie cadute o rimaste spaiate. 

Aiuto, son dis-lessico.

Aiuto son dis-grafico.

Io forse dis-calculico. 

Io pure dis-graziato.

Io sono anche un po’ dis-colo, 

io son dis-ordinato.

Io sono dis-armonico, 

io sono dis-armato.

Perché siamo i dis-astri, 

dis-prezzati dagli astri

Noi siamo i tuoi figliastri, 

nascondici, papà

perché siamo i disturbi 

i figli poco furbi

nascosti nella Disneyland 

dei vostri DSA.

Ma un giorno fuggiremo 

da questo posto scemo

Seguiremo un richiamo: 

“Si passa per di qua!”

Troveremo l’uscita nel fiume della vita

Guarita o non guarita la ferita passerà.

La poiesis è un processo attraverso cui qualcosa che non c’era può venire all’esistenza. È per questo che la psicoanalisi ha parecchio in comune con i poeti e gli scrittori: quel compito improbo di recuperare l’esperienza degli affetti nelle parole, di tradurre quel che non riesce a rappresentarsi per condurlo verso la sua possibilità di esprimersi, quel trasformare materiali profondi in forma creativa e comunicativa. E poi il piacere del piano immaginativo, della scoperta e della creazione continua, entro una capacità sognante che è alfabetizzazione dell’ineffabile.

Ci sono misteriosi medicamenti nella maestria dei buoni parolai, perché la lingua poetica aiuta il pensiero e questo ci consente di contenere, alleviare, attendere, circoscrivere, distogliere, addomesticare. È quell’eccedenza dell’immaginario sulla realtà che ci porta oltre la sua concretezza e la sua univocità, che ci da il margine di ‘respiro’ sul buio. Che la psiche, sappiamo dall’etimo, è soffio, respiro vitale.

La poesia va letta, bisbigliata, pensata con la mente, consultata al bisogno. 

A parlarne, a provare a ‘tradurla’, si rischia la fine dell’entomologo, che per guardare da vicino la farfalla inchioda l’incanto del suo volo. 

In Rime buiec’è una filastrocca che si intitola Angelo, che può riempirsi di risonanze con quello che accade in un’analisi, forse perché è un analogo del nostro navigare quotidiano fra luci e ombre, tempeste e rade assolate. Racconta splendidamente la lotta con cui vinciamo il buio solo e finché riusciamo a figurarcelo, perché è nel nostro pensarlo la speranza e la possibilità di trasformarlo. 

Sono l’angelo buio, avvelenato

dalla tenebra

che sempre ti ho lavato

Sono l’angelo soldato, taciturno 

Sono addestrato 

nel volo notturno 

Sono l’angelo scrivano, il messaggero 

lascio una scia 

di canzoniere nero 

Volo dentro le vene del tuo buio 

Io son la penna 

Tu sei il calamaio 

Nel buio che c’è dentro il cuore vostro 

Io son la penna 

Lui è l’inchiostro 

Le mie ali sono carta temeraria 

Scampate al fuoco 

Campate in aria 

Sono filo di salvezza anche per te 

Io dico il buio 

Lui non dice me 

Una battaglia di cui l’angelo è degno 

Tu mi cancelli buio, 

io ti disegno 

Per mille secoli la lotta è una soltanto 

mi ammutolisci, buio 

e io ti canto 

tu mi consumi, ma io resto vivo 

se tu mi bruci, 

buio io ti scrivo 

l’inchiostro è nero, ma la carta è bianca 

vieni tenebra 

vediamo chi si stanca.

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