Cultura e Società

il manifesto 13/2/21 Narrazione personale e narrazione sociale di sè di S. Thanopulos

16/02/21
Il Manifesto 13/2/21 Narrazione personale e narrazione sociale di sè  di S. Thanopulos

il manifesto 13/2/2021

Narrazione personale e narrazione sociale di sè

di Sarantis Thanopulos

il manifesto,

13 febbraio 2021

 

Sarantis Thanopulos e Stefano Canali

 

Introduzione: Continua il confronto tra Sarantis Thanopulos e Stefano Canali sulla dipendenza dal gioco e sulla cura attraverso l’analisi della narrazione.  E’ possibile tramite la narrazione del sé non solo scoprire ma anche trasformare i vissuti profondi sottostanti questa condotta  patologica? (Maria Antoncecchi)

  

Sarantis Thanopulos psichiatra, psicoanalista, membro ordinario AFT della SPI e  dell’International Psychoanlitical Association, Presidente neo-eletto della Società Psicoanalitica Italiana

 

Stefano Canali docente di storia della mente e del cervello, Dipartimento di Filosofia Comunicazione e spettacolo, Università Roma Tre, ricercatore di Scuola Internazionale Superiore di studi Avanzati

 

il manifesto,

13 febbraio 2021

Narrazione personale e narrazione sociale di sè

Sarantis Thanopulos/Stefano Canali

 

Sarantis Thanopulos: “Riprendo la nostra discussione sul rapporto tra narrazione linguistica di sé e un malessere che prende forme autolesioniste, come nel caso della dipendenza dal gioco, con una lettura critica, ma collaborativa della vostra impostazione.

Mi chiedo se l’identità narrativa del soggetto che parla stia nella narrazione stessa o piuttosto nel suo “fondo” sottostante, nel silenzio delle parole fatto di sensazioni/emozioni e di gesti che si fanno pensiero. Secondo Merleau Ponty (La prose du Monde) la parola non ci direbbe nulla senza lo sfondo del silenzio che la precede e l’accompagna sempre. Le incongruenze nella trama narrativa linguistica della nostra esistenza, evidenziano, diventandone “marcatori”, una discontinuità tra il desiderare/sentire, la narrazione personale, e il pensare/dire, la narrazione sociale. Questa discontinuità è impropriamente colmata dall’agire. Essa non può essere risolta sul piano della narrazione sociale di sé. Può essere “ricucita” sul piano della narrazione personale che, liberata dalle sue distorsioni, dai contrasti che la ingorgano, torna a fluire verso la comunicazione oggettivamente condivisa. La cura non può modificare i comportamenti “scorretti”, se non rimuovendo le ragioni che li rendono necessari.  Le narrazioni di sé sociali tendono a mentire dove le narrazioni personali soffrono, perché si adeguano difensivamente a standard comunicativi omologanti. Dove le narrazioni linguistiche di sé si scostano da ciò che è “normale”, salta il velo della menzogna. I marcatori linguistici rivelano che nel parlare di sé qualcosa non è al suo posto. La rivelazione non invita a colmare l’assenza con ciò che manca, restaurando la trama narrativa in superficie, ma non in profondità (falsificandola); fa dislocare lo sguardo. Ci dice che i comportamenti impropri sono il meccanismo di controllo di un  apparato psichico destabilizzato, le cui le aree critiche si evidenziano nelle falle della narrazione linguistica di sé.”

Stefano Canali: “Sebbene formulate in un differente dizionario teorico le tue prospettive si integrano nel nostro scenario concettuale.

Le narrazioni tentano di stabilire una correlazione coerente tra ciò che accade nel mondo reale, le nostre azioni e il dramma che si svolge all’orizzonte visibile nostra mente. Non possono per questo dare parole nette alle storie che agitano la dimensione mentale sotto la cognizione consapevole: la sfera interna e magmatica di esperienze immediate, stati affettivi e viscerali, automatismi, pulsioni, valutazioni implicite, memorie procedurali. Ma le radici dei processi cognitivi sociali si allungano nella dimensioni mentali implicite. Sono ramificazioni sottili, comunque attive nel terreno profondo.

Quando raccontiamo le storie riformuliamo anche la nostra storia personale, la storia con cui cerchiamo di elaborare ipotesi sul mondo, sugli altri, sulle nostre azioni, su ciò cui assistiamo nella nostra stessa mente. Queste ipotesi ci guidano, vengono vagliate e modificate alla luce dell’esperienza, spesso purtroppo in modo disfunzionale. I marcatori che abbiamo individuato indicano le incongruenze e i silenzi di queste ipotesi rispetto alle dinamiche mentali interne.

Quando rivediamo le ipotesi sulle realtà muta la struttura delle narrazioni e così la forma e l’azione delle loro radici profonde, per questo cambia anche il dramma imperscrutabile nella dimensione inconscia. E quando questo si modifica si trasformano a loro volta la vita mentale esplicita, i racconti sociali, l’azione del soggetto, e così via. È un circolo in cui possono essere talora rimosse le ragioni dei disturbi mentali. Il lavoro di analisi sostiene questo processo, utilizzando tra i vari strumenti gli indizi offerti dalle diverse narrative che il soggetto esprime. Per questo credo esista tra noi uno spazio fruttuoso di collaborazione nella ricerca sui marcatori narrativi dei conflitti emotivi.”

 

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