
Untitled (Psychoanalytic Drawing) Jackson Pollock ca. 1939–40
Parole chiave: psicoanalisi, pazienti, critica, comunità, umiltà
Nel suo intervento sull’“Huffington Post”, Davide D’Alessandro difende la psicoanalisi dalle recenti polemiche, ricordandone la funzione di cura al paziente e la vitalità di una comunità scientifica non riducibile a caricatura. La psicoanalisi, scrive, non è un’illusione né una delusione, ma un viaggio trasformativo che continua a mostrare la sua utilità. Al centro resta l’umiltà dell’analista e il rispetto per i pazienti.
La psicoanalisi, esperienza indimenticabile, non illude e non delude
L’ultima polemica estiva sulla disciplina fondata da Freud ci invita a riflettere sul valore di una grande comunità chiamata soltanto a servire i pazienti
di Davide D’Alessandro
Maria Chiara Risoldi, in un’intervista a Repubblica, ha affermato che “la psicoanalisi nel migliore dei casi non serve, nel peggiore fa danni”. Il problema è che Risoldi non fa la calciatrice o l’avvocatessa, ma la psicoanalista; e non da ieri, da decenni. Sullo stesso giornale le ha risposto con garbo il collega Stefano Bolognini, già Presidente della Società Psicoanalitica Italiana, precisando che “la psicoanalisi gode ottima salute e farne una caricatura non aiuta”.
Per la verità tanti, nel corso degli ultimi 125 anni, si sono incaricati di demolirla; molti dall’esterno, qualcuno dall’interno. Dunque, Risoldi non è la prima e non sarà l’ultima. È stato già scritto il libro nero, si è ironizzato sul fatto che, dopo oltre un secolo di psicoanalisi, il mondo vada sempre peggio e anche il genio di Woody Allen, pur amandola e non potendone fare a meno, ha talvolta gettato benzina sul fuoco autorizzando gli acerrimi nemici a rinfocolare la polemica.
Insomma, Risoldi o non Risoldi, niente di nuovo sotto il sole. Eppure, la psicoanalisi, in salute o meno, continua a esserci, anzi viene da dire che continuerà a esserci anche quando gli analisti non ci saranno più. Perché?
Intanto perché il genio, non cinematografico, di Sigmund Freud, non l’ha costruita sulla sabbia, dove un refolo di vento o un’onda capricciosa l’avrebbero portata via. Poi perché, pur tra limiti e criticità, ha dato prova per oltre un secolo di essere d’aiuto, di servire a cambiare la visione personale e sociale, di sapersi chinare con umiltà sulla sofferenza umana, sofferenza già provata sulla propria pelle dall’analista in qualità di paziente, prima di passare dall’altra parte del lettino o della scrivania.
Intorno alla psicoanalisi si è costruita, in Italia e nel mondo, non una setta gerarchica e autoritaria, ma una comunità di professionisti di valore che frequentano e interrogano i territori della psiche, studiano, si confrontano, ricercano e dibattono sui casi clinici, mentre il potere, quello sì settario, gerarchico e autoritario, chiacchiera d’altro e non vede la malattia mentale, non se ne occupa nè preoccupa, essendo il potere stesso malattia e morte.
A che cosa serve la psicoanalisi? Il verbo è sbagliato, se non giustamente inteso. L’intervento al ginocchio serve a restituire funzionalità allo stesso. Il termometro serve a misurare la febbre. Il web serve a navigare. La psicoanalisi serve, nel senso di servire il paziente.
È un viaggio, la psicoanalisi, un processo di sviluppo, un’esperienza indimenticabile. Non illude e non delude. Non delude, poiché non illude. Il successo del viaggio, alla fine, è dato dall’impossibilità di stabilire chi ha più dato e chi ha più ricevuto dallo scambio. Guarisce, la psicoanalisi? Anche, ma in aggiunta, di straforo, dovendo lavorare sulla mente e non, appunto, sul ginocchio.
L’analista è soltanto un soggetto supposto sapere. In realtà, sa di non sapere. L’umiltà è alla base del suo lavoro. Ci sono anche i ciarlatani? Certo che sì, come in tutte le professioni, basta dare un’occhiata sui social e li riconosci a distanza di chilometri.
Non è serio venerare la psicoanalisi, che resta umana, troppo umana e perciò preziosa, ma è ancora meno serio giocare a denigrarla, a ridurla a brandelli parlando di illusioni e delusioni. Ci sono i libri di Freud a dimostrare il genio che fu e che continua a essere. Ci sono i libri, di chi è venuto dopo, a dimostrare che tutto è passibile di critica, di modifica, di cambiamento. Ci sono le Scuole, forse troppe, che formano gli analisti e dimostrano che il sapere va discusso e condiviso. Poi, ed è ciò che più conta, ci sono i pazienti che, non certo per divertimento, continuano a suonare il campanello dell’analista per fare i conti con le proprie miserie, con i propri traumi, con i propri mostri. Di tutti questi pazienti occorre avere rispetto. A loro la psicoanalisi serve, soltanto al loro servizio è la psicoanalisi.