Cultura e Società

Uno psicologo e un prete all’Istituto Nazionale dei Tumori, uno splendido dialogo tra prospettive. Huffpost, 14/5/2022 Intervista a Carlo Alfredo Clerici

19/05/22
Uno psicologo e un prete all’Istituto Nazionale dei Tumori, uno splendido dialogo tra prospettive. Huffpost, 14/5/2022 Intervista a Carlo Alfredo Clerici

FRIDA KAHLO, 1943

Parole chiave: spiritualità, malattia,cura

Uno psicologo e un prete all’Istituto Nazionale dei Tumori, uno splendido dialogo tra prospettive. Huffpost,14/5/2022 Intervista a Carlo Alfredo Clerici

di Davide D’Alessandro

A colloquio con il professore Carlo Alfredo Clerici che, insieme al cappellano rettore Don Tullio Proserpio, affronta la sofferenza dei malati facendo dialogare psicologia e pastorale. Con la prefazione e l’encomio di Papa Francesco

Huffpost, 14 maggio 2022

Introduzione:  E’ possibile un dialogo tra spiritualità e psicologia?  L’esperienza avviata all’Istituto dei Tumori  di Milano testimonia come il comune interesse per la condizione di sofferenza dell’essere umano può creare una collaborazione che supera  le antiche diffidenze tra religione e psicoanalisi. (Maria Antoncecchi)

Davide D’Alessandro, saggista

La spiritualità nella cura, forme di vita all’Istituto Nazionale dei Tumori

A colloquio con il professore Carlo Alfredo Clerici che, insieme al cappellano rettore Don Tullio Proserpio, affronta la sofferenza dei malati facendo dialogare psicologia e pastorale. Sono stati elogiati da Papa Francesco, che ha prefato il loro libro

di Davide D’Alessandro

Càpita che per caso (ma esiste il caso?) davanti al distributore automatico del caffè si incontrino psicologia e religione, scienza e spiritualità, uno psicologo e un prete. Càpita che i due trovino motivo per mettere insieme le rispettive esperienze, per lavorare sulla sofferenza del malato, per chinarsi, da fronti e formazioni diverse, su chi affronta una malattia impegnativa, spesso fatale.

Carlo Alfredo Clerici e don Tullio Proserpio hanno trovato anche il modo di raccontare tutto in un libro, La spiritualità nella cura. Dialoghi tra clinica, psicologia e pastorale, edizioni San Paolo, che si avvale della prefazione di Papa Francesco, il quale scrive: “Un tema certamente attuale, sempre più coinvolgente e che interpella e positivamente stimola quanti si riconoscono nella fede cristiana a porre quelle domande vere che abitano il cuore di ciascuno. Sappiamo di non avere risposte pienamente persuasive davanti a questi grandi interrogativi, soprattutto vicino al letto dei pazienti stessi. Anche questa è una forma di povertà, ma proprio perché ci riconosciamo poveri, ci rivolgiamo alla parola sempre buona e promettente del Vangelo, capace di aprire il nostro cuore alla speranza, quella speranza grande che attraversa il cuore di chi percorre il cammino dell’esistenza”.

Già, speranza, la speranza nella cura e la cura della speranza, come recita uno dei capitoli più efficaci del libro. Se don Tullio svolge la funzione di cappellano rettore in ospedale, incaricato del ruolo vent’anni fa dal cardinale Martini, Clerici è un medico, specialista in psicologia clinica, docente universitario alla Statale di Milano. Siamo all’interno dell’Istituto Nazionale dei Tumori del capoluogo lombardo. Siamo all’interno di un mondo fatto di paura e di speranza, di vita che resiste e di morte che si avvicina. Siamo all’interno delle domande cruciali, soprattutto quando toccano noi e non altri: che ne sarà di me? Come affronterò questo tempo? Sarò angosciato dalla solitudine? Quanta sofferenza dovrò sopportare? Ce la farò?

Chiamo il professor Clerici perché racconti ai lettori di Huffpost di questo felice binomio, di questa storia fatta di fatica, di passione e anche di soddisfazione, quando il paziente ti sorride, quando il suo familiare comprende di trovarsi in un ambiente amico, caldo, disposto a sacrificarsi per alleviare il tuo sacrificio, la tua sofferenza. È felice di spiegare: “Lavoriamo in ospedale. Aiutiamo i pazienti. Ciascuno da una propria angolazione. Io ho una prospettiva laica, don Tullio è un religioso. Viviamo uno splendido dialogo tra prospettive. Da queste polarità incontriamo gente che cerca di guarire, ma poi si interroga su come reggere l’angoscia, come trovare un senso dentro la malattia. Che cosa possiamo fare insieme quando tutto è molto incerto? Abbiamo posto al centro il tema della speranza, tema che la scienza non affronta”.

In che cosa sperano i malati? Dice il professore: “C’è stato un questionario in proposito. La stragrande maggioranza spera nelle relazioni umane. Avere qualcuno accanto che ascolti, che si faccia carico, che prenda su di sé il carico, è un fattore potente. Non esiste soltanto la speranza di guarire, esiste anche la speranza di affrontare la cronicità, di prolungare la sopravvivenza di anni e far sì che siano anni significativi. Questo mondo è abituato a rimandare la domanda sul finale, sulla sofferenza, a eluderla, ma anche chi professa l’ateismo si interroga sul senso. Negli Stati Uniti si è avviata una riflessione importante sulle cappellanie, oggetto di approfondimento e riforma. Pur seguendo criteri assicurativi ed economici, è una sanità che si pone il problema di garantire una buona qualità della vita anche a chi sembra che ne abbia ormai poca di vita a disposizione. Hanno capito che questo dialogo aperto tra religione e psicologia funziona. La nostra non è una sperimentazione, ma l’attuazione di un incrocio tra discipline apparentemente distanti. Il dolore va curato. E la relazione da instaurare con il malato non è quella del call center. La comunicazione è relazione”.

Clerici insiste sul concetto di speranza: “Sì, perché la speranza non ha a che fare con il grado di avanzamento della malattia. C’è vita significativa anche in momenti molto avanzati. Certo, non tutti vi riescono, c’è sempre una difformità di caratteri, ma ciò che conta è non vedere mai la persona malata come un prodotto in scadenza. La diagnosi non è una sentenza. Anche dopo la diagnosi vi sono desideri e bisogni da rispettare. Finché c’è vita dev’esserci rispetto per la dignità umana. Ho visto persone capaci di trovare buoni compromessi, una notevole serenità anche di fronte alla più brutta delle notizie. Penso a una signora molto fragile dal punto di vista mentale. È arrivata alla morte senza drammi, compiendo atti semplici e lievi, dicendo a noi tutti che quello sarebbe un modo di morire sensato. Niente di eroico, ma un insieme di possibilità delicate, di essere vivi davvero finché si è vivi. Mio nonno mi spiegava che il mare non si affronta con i motoroni delle barche brianzole, ma lasciandosi andare. Quella signora ha dato una sorta di indicazione, di testamento, di come sia possibile lasciarsi andare senza lacerazione, senza disperazione”.

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