Cultura e Società

“Prendersi cura” di L. Preta. Riflessioni di A. Tolu, Varchi 25

16/06/22
Varchi 25 Riflessioni di A. Tolu su "Prendersi cura" di L. Preta

GIUSEPPE PENONE, 1989

Parole chiave: cura, identità, alterità, antropologia

Varchi 25 Riflessioni su “Prendersi cura” di Lorena Preta.

di Agostino Tolu

Varchi 25, 2022

Alcuni riflessioni dell’antropologo Agostino Tolu che si interroga sul rapporto con l’alterità come fondamento della nostra identità e della nostra visione del mondo a partire dal libro a cura  di Lorena Preta  ”Prendersi Cura”. In questo articolo l’autore sottolinea l’aspetto che sottende i vari saggi del volume ‘..come il “prendersi cura” sia una questione che coinvolge relazioni tra esseri umani e altri esseri umani, tra esseri umani e l’ambiente circostante, o tra un essere umano e sé stesso’.(Maria Antoncecchi)

Lorena Preta è membro ordinario della Società Psicoanalitica Italiana e Full Member dell’International Psychoanalitycal Association

RIFLESSIONI SU “PRENDERSI CURA” LA CURA COME RELAZIONE UMANA

di Agostino Tolu

Philppe Bourgois e Jeff Schonberg, studiosi impegnati nel campo dell’Antropologia medica e dell’Antropologia della violenza, hanno svolto tra il novembre del 1994 e il dicembre del 2006 una ricerca sul campo frequentando quotidianamente le reti sociali e gli accampamenti di alcune dozzine di eroinomani homeless dislocate in una vasta area periferica intorno a San Francisco. All’interno del risultato della loro ricerca, il saggio “Reietti e Fuorilegge. Antropologia della violenza nella metropoli americana” è contenuta una nota di campo in cui Schonberg dialoga con uno dei componenti marginali di queste reti, un tossicodipendente che abusa quotidianamente di crack. Egli racconta al ricercatore di avere un amico, un ex collega con il quale ha mantenuto un forte rapporto di amicizia e a cui, ogni tanto, chiede compagnia quando vuole “farsi” più pesantemente, specificando che in tal modo non corre il rischio di esagerare con il dosaggio (essendo insieme a qualcuno che lo farebbe desistere dall’andare oltre la quantità che si erano prefissati di consumare prima della loro “seduta”, dato che il suo amico consuma crack soltanto quando sono insieme, e non è un tossico abituale) o di vivere gli effetti della sostanza in solitudine; tale richiesta di aiuto, per quanto rara, viene sempre accolta positivamente con la giustificazione, da parte dell’amico dell’interlocutore di Schoenberg, di volersi “prendere cura” del proprio ex collega ora in difficoltà. I due consumeranno crack saltuariamente, nel corso degli anni, finché colui che aveva raccontato questa storia al ricercatore statunitense iniziò ad essere preso in carico dai servizi di disintossicazione forniti dall’ospedale dell’università in cui lavoravano Bourgois e Schonberg, terminando così quel “rituale” di supporto così particolare1.

Dopo aver letto questo aneddoto estratto dal saggio sorgono alcune riflessioni: che significato aveva accettare di condividere una pratica autodistruttiva come l’assunzione di una sostanza, il crack, che provoca una forte dipendenza e dei postumi particolarmente pesanti2, al fine di “aiutare” un amico? Qual’è il limite, in

questo frangente, che separa un offerta di supporto da un atto di autolesionismo? Prendersi cura dell’altro può contemplare il rinunciare a prendersi cura di sé?
Tali dubbi non sono risolvibili in modo univoco, e le risposte che evocano possono determinare ulteriori interrogativi; risulta utile, a tal proposito, considerare come centrali i concetti elaborati da Lorena Preta nella sua introduzione alla raccolta di saggi “Prendersi cura”, secondo cui <<Possiamo (…) non essere in grado di accorgerci di chi o che cosa richieda una cura. Possiamo manipolare la realtà per negare di trovarci di fronte a un bisogno (…). Possiamo non avere gli strumenti adatti per fornire la cura (…). Una co-costruzione dell’assetto terapeutico non può mai prescindere dalla collaborazione seppure spesso ostacolata e negata, anche se questo può far parte del processo, tra chi è portatore di una sofferenza e chi è chiamato a curarla>>3.

Questi, ed altri temi contenuti nei saggi che compongono il suddetto testo, sono connessi tra loro da un file rouge imprescindibile: il fatto che il “prendersi cura” sia una questione che coinvolge relazioni tra esseri umani e altri esseri umani, tra esseri umani e l’ambiente circostante, o tra un essere umano e sé stesso. E se <<possiamo assumere la cura come consustanziale al nostro costruirci come esseri umani>>4, è nell’acquisizione della necessaria conoscenza di noi stessi e dell’Altro in questo processo di costruzione che possiamo trovare gli strumenti utili a relazionarci nel modo più efficace.

L’Antropologia ha analizzato in modo corposo i possibili risvolti e scandagliato le numerose sfumature di tale dinamica conoscitiva, mossa da un dilemma che ne attraversa le correnti lungo tutta la sua storia: come conoscere l’Altro? Quali sono i processi che caratterizzano questo percorso? Hans George Gadamer riteneva la scoperta dell’alterità come scandita da tre momenti spesso interconnessi tra loro e immersi in un flusso che ne attenua i rispettivi contorni: il primo contatto con l’alterità, secondo il filosofo tedesco, stimola una vasta gamma di reazioni potenziali che vanno dall’idealizzazione delle caratteristiche fondamentali di ciò con cui ci relazioniamo per la prima volta secondo le nostre categorie di valutazione dell’ignoto (“esotismo”) ad un’accettazione aprioristica dell’alterità senza coglierne le dinamiche

interne (la “ragione della tradizione”); in seguito, scoprendo che l’Altro “non è come lo immaginavamo prima di conoscerlo”, che “non è come noi”, tendiamo a veder tradite quelle categorie da noi impiegate e a sviluppare un sentimento ambiguo, che può variare dall’indifferenza alla vera e propria avversità, e solo un approfondimento della conoscenza dell’alterità (dopo esserci distanziati il giusto dalle nostre categorie) può permetterci di osservarla sotto una rinnovata prospettiva, fornendoci così gli strumenti utili a viverla “come effettivamente è”. Certamente la scoperta dell’intima essenza dell’Altro, o di noi stessi, è realisticamente un evento mai compiuto, e se volessimo dirla con Slavoj Žižek <<anche noi non siamo come noi>>5, ma è senza dubbio stimolante auspicare, sempre con Gadamer e citando un altro illuminante passaggio di “Prendersi cura”, << (…) una cura che invece che essere devoluta solo alla tecnica potesse contemplare una figura di terapeuta rispettoso della soggettività umana e partecipe della sofferenza del paziente, un guaritore ferito, unica garanzia di una comprensione profonda ed empatica>>6. Tale figura è al centro della teoria etnopsichiatrica sviluppatasi negli ultimi decenni, e sia Roberto Beneduce in “Etnopsichiatria. Sofferenza mentale e alterità fra Storia, dominio e cultura”, sia Piero Coppo in “Le ragioni degli altri” raccontano di terapeuti, guaritori e altre figure dedite alla cura delle afflizioni che portano su di sé, o dentro di sé, i segni di una sofferenza indicibile, che spesso è stata ispirazione e stimolo fondamentale nel riconoscere la propria vocazione.

Si potrebbe declinare in tal senso la tesi sostenuta da Roberto Esposito all’interno del primo saggio contenuto in “Prendersi cura” per cui l’intersezione, l’impasto tra positivo e negativo, pur mantenendo ciascuno la propria irriducibilità, fecondano la vita in quanto il confronto tra di essi permette di mettere quest’ultima in movimento evitandone la staticità, l’immobilismo e dunque la fine. In Antropologia la concezione che una società o un gruppo non possano mai essere “un’isola” ci aiuta a comprendere come, privata della relazione con l’esterno qualunque realtà sociale si spegnerebbe in sé stessa, essendo il rapporto con l’alterità fondamentale per auto- identificarsi e costruire la propria visione del mondo, e ciò può valere, di rimando, per i singoli individui nel loro essere soggetti bio-sociali.

La trattazione formulata da Esposito porta a ipotizzare che questo “negativo” possa anche essere la parte ferita dentro di noi, la quale rinvenendo in seguito all’evento (o all’insieme di concause) che l’ha provocata può aiutarci a mettere in discussione la nostra precedente condizione e a favorire un potenziale arricchimento del nostro “reale”, rendendo più agevole l’entrare in risonanza con il “reale” altrui, così da favorire un movimento empatico che è alla base della relazione di cura (non necessariamente connessa al fenomeno della malattia).

Ma quali caratteristiche deve avere tale relazione? Se, parlando del rapporto intercorrente tra medico e paziente, Anna Ferruta sostiene << (…) che la mano tesa dei pazienti (…) tiene in vita il medico, e allo stesso tempo il suo prendersi cura tiene in vita i pazienti, nella forma della relazione di base che tiene in vita la comunità umana>>7, Michael Taussig, nel suo saggio contenuto nella raccolta di saggi “Antropologia medica. I testi fondamentali”, ci mette in guardia sulla natura di questa relazione, la quale secondo l’antropologo marxista è <<un’interazione sociale capace di rafforzare le premesse culturali di base in modo estremamente efficace>>8in cui l’evento di una malattia o il manifestarsi di una sofferenza forniscono al medico una posizione di potere eccezionale per accedere alla psiche del paziente; in questo modo il rapporto risulta verticale e non egualitario, mentre << le istanze di controllo e manipolazione sono ammantate da un’aura di benevolenza>>9. Tale critica è da sostenere in quei casi in cui, in qualunque relazione (di cura e non), siano la tecnica e la dinamica di dominio a dominare la scena, mentre in “Prendersi cura”, e anche qui vi è un’ interessante e proficua affinità con le principali correnti di pensiero all’interno dell’Etnopsichiatria contemporanea, è l’alleanza terapeutica (in qualunque contesto la si attui, non necessariamente soltanto tra medico e paziente, ma anche all’interno di una situazione amicale, tra sconosciuti ecc..) a fornire tutti gli strumenti utili a favorire un processo di cura che elevi i partecipanti ad esperti della propria condizione.

Un’alleanza che si struttura in tale forma è espressione di una specifica forma mentis: il <<rendersi conto della reciproca interdipendenza tra le persone, gli animali e l’ambiente e (…) il riconoscimento della comune vulnerabilità>>10, e l’ acquisizione

di un simile sguardo sul mondo determina il “prendersi cura” come << (…) un’attività necessaria, terapeutica e creativa, legata al pensiero e all’emozione, alla relazione con l’altro, alla struttura basica umana e alle sue realizzazioni culturali e sociali, da attuare con urgenza qui e adesso>>11.

Se è fortemente auspicabile un approccio alla cura che sia guidato dai principi appena enunciati, quali rischi corre questo pensiero, una volta agito, in un’epoca di grandi cambiamenti culturali e sociali come quella attuale?

UN’ALLEANZA MULTIDISCIPLINARE

Lorena Preta, nella sua introduzione, fotografa tali rischi in modo preciso: << (…) da una parte il pericolo di patologizzare qualsiasi forma di mutamento non sia conforme al già conosciuto e di stigmatizzarla come deviante, dall’altra la richiesta di accettare aprioristicamente dei comportamenti inusuali che, assumendo un valore unificante e identitario per alcuni gruppi, diventano prematuramente condivisi senza una sufficiente elaborazione comune. Forme nuove di considerazione del corpo, della relazione e delle strutture basiche della collettività, che in realtà contengono una grande problematicità. Spesso si dimentica lo stato di sofferenza più o meno consapevole da cui provengono, che rimane incistato in qualche formula culturale e sociale che lo esalta facendone dimenticare la complessità>>12.

Questi temi sono stati, negli ultimi decenni, oggetto di un acceso dibattito in seno alla disciplina antropologica in tutte le sue diramazioni più sensibili ad analizzare il rapporto tra politiche della cura, differenti contesti culturali e forme di oppressione e di dominio secondo una prospettiva storica che ne facesse emergere il dispiegarsi nel tempo e nello spazio.

Se Franz Fanon ci ha lasciato una testimonianza indelebile del suo lavoro presso l’ospedale psichiatrico di Algeri-Bilda e innumerevoli riflessioni di una forza sconvolgente su quei processi di medicalizzazione della differenza che, attuati nel contesto coloniale, negavano la specificità culturale, o meglio la interpretavano in quanto devianza trasformando persone in soggettività anormali, in invisibili a cui non

era riconosciuto neppure lo status di esseri umani13, Roberto Beneduce e Simona Taliani si sono dedicati ad evocare le radici storiche di pratiche di oppressione e negazione dell’alterità che esercitano la loro forza distruttiva, ancora oggi, nei contesti più disparati, dalla biomedicina alle politiche migratorie, dal trattamento della sofferenza psichica all’esperienza migratoria in tutte le sue concrete digradazioni14.

D’altra parte, mentre le più recenti correnti dell’Antropologia culturale e dell’Antropologia medica (Paul Farmer, Nancy Scheper- Hughes, Margareth Lock e Didier Fassin) hanno evidenziato come il giustificare le forme più disparate di espressione culturale in virtù del loro essere legate ad una supposta “tradizione” (e, più nello specifico, in quanto elementi di un’alterità verso cui l’antropologia prova in alcuni ambiti, a causa della sua origine in parte connivente con il potere coloniale, un malcelato senso di colpa) possa occultare forme di discriminazione, di violenza e di soggettivazione di cui sono vittime le categorie più fragili di un gruppo sociale15, tra gli altri Piero Coppo e Tobie Nathan hanno riconosciuto come la Biomedicina, la Psicologia e la Psichiatria siano fenomeni culturali e storici, non per questo da denigrare ed escludere dall’equazione, ma nemmeno da far assurgere a mantra assoluti privi di alternativa quando si tratta di affrontare la sofferenza fisica e psichica di soggetti in un mondo che si fa sempre più globale e interconnesso16.

Dunque, che conclusioni trarre da tutto questo? Senza dubbio il pericolo insito nell’affrontare una realtà contemporanea in costante cambiamento potrebbe rendersi sempre più tangibile nel momento in cui si osserva tale realtà utilizzando uno sguardo totalizzante e privo di sfumature. Al fine di evitare il rischio di simili derive, è auspicabile un’alleanza terapeutica multidisciplinare (termine caro a George Devereux, antropologo e psicoanalista ungherese naturalizzato francese, che pose le basi epistemologiche dell’etnopsichiatria contemporanea) in cui le numerose discipline che si occupano della salute mentale possano sempre più attingere dall’Antropologia in tutta la sua scala di grigi, dalle tecniche terapeutiche praticate in quei contesti sociali in cui la psicoterapia non è la risorsa principale a cui le persone si rivolgono per affrontare le proprie afflizioni e in generale da tutte quelle scienze

che possono accrescere la nostra capacità critica nei confronti del mondo e delle sofferenze che lo tormentano; e che sia uno scambio, un poter usufruire vicendevolmente degli strumenti altrui, un arricchimento reciproco, un prendersi cura vero e proprio. Preso atto della variabilità tematica e disciplinare che caratterizza la raccolta di saggi contenuti in “Prendersi cura” si può serenamente sostenere che il cammino sia già stato intrapreso in modo corposo e attento alla complessità che ci circonda. È desiderabile che tale approccio cresca, si faccia sempre più condiviso e possa, un giorno, permettere di poterci dedicare con rinnovate forze alla cura di noi stessi e dell’Altro, senza mai dimenticare che << (…) la nostra vita è qui e adesso e non possiamo che prendercene cura>>17.

1 Bourgois P., Schoenberg J., “Reietti e fuorilegge. Antropologia della violenza nella metropoli americana”, Derive approdi, Roma, 2011.
2Ivi.
3Preta L. (a cura di), “Prendersi Cura”, Alpes Italia srl, Roma, 2020.

4Ivi., p. XXI.
5Žižek S., “Il coraggio della disperazione”, Ponte alle grazie, Milano, 2017.
6Preta L. (a cura di), “Prendersi Cura”, Alpes Italia srl, Roma, 2020, p. XIX.
7Ivi., p. 73.
8Quaranta I. (a cura di), “Antropologia medica. I testi fondamentali”, Raffaello Cortina Editore,

Milano, 2006, p. 79. 9Ivi., p. 80.

10Preta L. (a cura di), “Prendersi Cura”, Alpes Italia srl, Roma, 2020, p. XXIX.
11Ibid.
12Preta L. (a cura di), “Prendersi Cura”, Alpes Italia srl, Roma, 2020, pp. XXII, XXIII. 13Beneduce R. (a cura di), Fanon F., “Decolonizzare la follia. Scritti sulla psichiatria coloniale”,

Ombre corte, Verona, 2011.
14Beneduce R., “Entopsichiatria. Sofferenza mentale e alterità fra Storia, dominio e cultura”,

Carocci editore, Roma, 2020; Taliani S., Vacchiano F., “Altri corpi. Antropologia ed

etnopsicologia delle migrazioni”, Unicopli, 2006.
15Quaranta I. (a cura di), “Antropologia medica. I testi fondamentali”, Raffaello Cortina Editore,

Milano, 2006.
16Coppo P., “Le ragioni degli altri. Etnopsichiatria, etnopsicoterapie”, Raffaello Cortina Editore,

Milano, 2013; Nathan T., Steingers I., “Medici e stregoni”, Bollati Boringhieri, 1996. 17Preta L. (a cura di), “Prendersi Cura”, Alpes Italia srl, Roma, 2020, p. XXX.

Varchi, tracce per la psicoanalisi è una rivista fondata nel 2009 da Il Ruolo Terapeutico di Genova, una scuola di formazione per laureati in psicologia e medicina che scelgono di diventare psicoterapeuti con indirizzo psicoanalitico.

Esce due volte all’anno con articoli che trattano anche di società, antropologia, politica, per provare a riflettere sulle cose del mondo da diversi punti di vista è ciò che ci ha sempre appassionato.

Chi ha letto questo articolo ha anche letto…

Spazi e confini psichici. Fabio Fiorelli

Leggi tutto

Race and Ancestry. S. Diena

Leggi tutto